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Full text of "Laudi del cielo, del mare, del la terra e degli eroi"

ireriatntemazii 



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DELLE LAUDI 
LIBRO PRIMO 

MAIA 

VOLUME PRIMO 



EX LIBRLS 




PROPRIETÀ ; LETTERARIA 
TuTtH'DIRiTtI'SONQ'RISeR- 
VATì-PeR-TuTtM-PAESP@M- 
PRESO'IDReGNQ'DI*SVE- 
ZIA'E'NORVeGIA 




*&> 



GABRIELE'D'ANNUNZIO 




Fr aTeili Treves * Editori *In*Mii£nO 



g^fttfi^INDICE 

DELLE POESIE CONTENUTE 
IN QUESTO PRIMO VOLUME 

ALLE PLEIADI E AI FATI 
L'ANNUNZIO 





<$>2 8 Di > z BRO ^ rtl^LRIMO <&\> 



MAIA « 



LAUS VITiE 

La Sirena del Mondo pag. 23 

I giacigli 26 

I risvegli 27 
La carne esperta 29 
Le donne 3 1 
Gli agi 33 
La notte d'estate 34 

II cuore titanico 36 



Le Atlantide pag. 38 

Il dono di Dioniso 39 

Il dono di Afrodite 41 

Verso l'Eliade santa 4 3 

L'incontro d'Ulisse 43 

Il rimpianto di Penelope 48 

Telemaco re dei porcari 4 9 

La terra paterna 52 

Le tre sorelle 52 

Inno alla madre mortale 55 

Il vento avverso $j 

La vela 58 

L'approdo a Patre 6 1 

Gli angiporti 63 

Il pastore dell'Ida 64 

La meretrice di Pirgo 65 

La dramma 67 

La vecchiezza di Elena 68 

Il Macedone e la Tindaride 6 9 

L'ultima onta 7 1 

Il cipresso e l'oleandro 73 

Gli Elleni a Olimpia 74 

Temistocle 76 

Pericle 77 

Alcibiade 77 

Pindaro 70 

La valle sacra 80 

Preghiera al Cronide 84 

Il responso 89 

Il dono di Zeus 90 



Eos pag. 92 

L'Alfeo 93 

Ippodamia 96 

Il Bacchophoro t o 1 

Preghiera a Erme 1 03 

Ritorno alla nave 126 

La cicala 127 

L'amore dei monti 128 

I miti superstiti 1 30 
L'apparizione apollinea 1 32 
Corda tument 135 
L'auspicio 138 
Le Armonie 141 
Ver blandum 143 

II fuoco delfico 147 
Le Castalidi 148 
La decima Musa 1 56 
Amphithalassia 1 60 
Il fanciullo Thanatos 1 6 1 
Lo specchio di Lais 1 62 
Pegaso domato 164 
Le fonti tebane 166 
La rosa di Beozia 1 67 
L'acropoli eràclia 168 
Ebe alla Fonte Perseia 168 
Il sorriso egineta 169 
La spiga mietuta in silenzio 176 
La femminetta regina 178 
Il vóto romano 180 
L'Olivo a Colono 181 



Le ghirlande marine 


pag. 185 


L'Evia impietrata 


187 


Il Sunio 


188 


L'alloro di Maratona 


190 


L'ultimo approdo 


190 


La sterilità di Delo 


193 


Deliaca Lex 


197 


L'Ulisside 


201 


L'altro Ulisside 


207 


Il canto amebeo della Guerra 


209 


L'altro canto 


215 


Le Manie meridiane 


217 


Il trivio 


219 


Le città terribili 


221 


Il profeta coprofago 


226 


I vénti fratelli 


228 


La via romana 


229 


Il vestibolo silvano 


232 


La ruota dell'ira 


235 


La luce del dolore 


237 


Tra la vita e la morte 


*39 


" Perché siamo nati ? „ 


243 


Le Sibille 


245 


Inno alla Delfica 


248 


L'eroe senza compagno 


259 


Riapparizione d'Ulisse 


262 


Lo spirito artefice del corpo 


264 


L'Esemplare 


267 


Il veglio della gleba 


268 


Dioniso pandemio 


271 



La strada pag. 271 

Il tumulto 272 

Il gran demagogo 273 

I ribelli 276 
La gran doglia 280 

II pane e la fame 281 
Riapparizione di Demetra 283 
L'altro pane 284 
Imiti novelli 286 
Il Deserto 287 
Il Messo della Libertà 290 
La quadriga imperiale 292 
Felicità 294 
Encomio dell'opera 297 
Saluto al Maestro 302 
Preghiera alla Madre immortale 312 






MAIA 



ELETTRA 




ALCIONE 



MEROPE 



TAIG ETE 



ASTEROPE 



o-^ 



CELENO 



^'fjpZS^ 






NAVIGARE NECE5SE EST 
VIVERE NON EST NECESSE 





LORIA AL 
IaTiN CHE 

disse ''Na- 
vigare 

E NECESSARIO; NoN 
E NECESSARIO 
VIVERE,, A LUI SIA GLO- 
RIA IN TuTTo IL MARE! 

O Mare, accenderò sul solitario 
monte che addenta e artiglia te (leone 
sculto da qual Ciclope statuario?) 



5" 



Alle Pleiadi un salso rogo estrutto co'l timone 

e ai Fati e ^ a polèna della r nave rotta, 

che ha la tortile forma del Tritone. 

Il ricurvo timon per cu^condotta 

fu la nave nell'ultima procella 

con la barra tra l'una e l'altra scotta, 

la divina figura onde fu bella 
contra il flutto la prua sotto il baleno 
della nube che vinto avea la Stella, 

ardere voglio avverso il Mar Tirreno, 
l'ornamento superbo e il rude ordegno, 
le Pleiadi invocando al ciel sereno. 

Crepiterà nel fuoco il salso legno, 
su la cervice del leon proteso; 
e taluno vedrà di lungi il segno 

insolito e diràj "Qual mano acceso 
ha il rogo audace? Quale iddio su l'erte 
rupi nel cuore della fiamma è atteso?,, 

Non un iddio ma il figlio di Laerte 
qual dallo scoglio il peregrin d'Inferno 
con le pupille di martiri esperte 

vide tristo crollarsi per l'interno 
della fiamma cornuta che si feo 
voce d'eroe santissima in eterno. 



" Né dolcezza di figlio... n O Galileo, Alle Pleiadi 

men vali tu che nel dantesco fuoco e ai Fati 

il piloto re d'Itaca Odisseo. 

Troppo il tuo verbo al paragone è fioco 
e debile il tuo gesto. Eccita i forti 
quei che forò la gola al molle proco. 

L'ancora che s'affonda ne' tuoi porti 
non giova a noi. Disdegna la salute 
chi mette sé nel turbo delle sorti. 

Ei naviga alle terre sconosciute, 
spirito insonne. Morde, àncora sola, 
i gorghi del suo cor la sua virtute. 

Di latin sangue sorse la parola 
degna del Re pelasgo; e il sacro Dante 
le diede più grand'ala, onde più vola. 

Re del Mediterraneo, parlante 

nel maggior corno della fiamma antica, 

parlami in questo rogo fiammeggiante! 

Questo vigile fuoco ti nutrica 
il mio vóto, e il timone e la polèna 
del vascel cui Fortuna fu nimica, 

o tu che col tuo cor la tua carena 
contra i perigli spignere fosti uso 
dietro l'anima tua fatta Sirena, 

infin che il Mar fu sopra te richiuso! 




DITE, UDI- 
TE, O FIGLI 
DEILA TER- 
RA, UDITE 
IL GRANDE 



annunzio ch'io vi reco sopra il vento palpitante 

con la mia bocca forte ! 

Udite, o agricoltori, alzati nei diritti solchi, 

e voi che contro la possa dei giovenchi, o bifolchi, 

tendete le corde ritorte 

come quelle del suono tese nelle antiche lire, 

e voi, femmine possenti in oprare e partorire, 

alzate su le porte, 



"il- 



L Annuii" c V oi nella luce floridi, e voi nell'ombra curvi, 
fanciulli loquaci, vecchi taciturni, 
o vita, o morte, 

uditemi! Udite l'annunziatore di lontano 

che reca l'annunzio del prodigio meridiano 

onde fu pieno tutto quanto 

il cielo nell'ora ardente! V'empirò di meraviglia ; 

v'infiammerò di gioia; vi trarrò dalle ciglia 

il riso e il pianto. 

Salirà dai profondi cuori un grido immenso 

come quel che improvviso tonò nel silenzio 

del giorno santo. 

Ornate di purpuree bende il giogo oneroso, 

delle più fresche erbe gli alari che il fuoco ha róso 

nel fervido camino ; 

sospendete alla trave arida la ghirlanda aulente, 

coronate la fronte del toro, il vaso lucente, 

la pietra del confino. 

La bellezza del mondo sopita si ridesta. 

Il mio canto vi chiama a una divina festa 

Nelle vostre vene rudi, ecco, il mio canto versa 

un sangue divino. 

DITE, udite, o figli del Mare, udite il 

grande 
annunzio ch'io vi reco sopra il vento giù" 
bilante 
con la mia bocca sonora, 

"12" 




nudi nell'ombra cerula delle vele mentre vibra L' Annun- 

come nella selva il curvo legno per ogni fibra zio 

da poppa a prora 

e il pino dischiomato che per l'alto sai viaggia 

pur anco geme in lunghe lacrime la selvaggia 

gomma onde il cuor gli odora, 

uditemi ! Io vi dirò quel che da voi s'attende, 

le vostre sorti auguste, la deità che in voi splende 

e il Mar che è divino ancóra. 

Gittate le reti su i giardini del Mare 

ove rose voraci s'aprono tra il fluttuare 

dell'erbe confuse ; 

cogliete il ramo vivo nella selva dei coralli 

ove fremono eretti gli ippocampi, cavalli 

esigui, e le meduse 

trapassano in torme leni come in aere nube; 

cogliete i fiori equorei, molli come le piume, 

dolci come le ciglia chiuse; 

fioritene ogni albero, fioritene ogni antenna, 

il timoniere alla barra, il gabbiere alla penna, 

e il piloto che sa i cieli, 

e i bracci dell'ancora tenace che sa gli abissi, 

e le escubie, occhi della nave aperti e fìssi 

verso i lontani veli 

ove s'asconde l'isola felice o la tempesta ! 

Il mio canto vi chiama a una divina festa. 

La bellezza del mondo sopita si ridesta 

come ai di sereni. 



*3 



ZIO 




L Annuii f7 ENTÌ, menti la voce dinanzi alle den^ 

tate 
Echihadi tonante nella calma d'estate 
verso la nave. Il giorno 

spegneasi entro quell'acque, fumido; come una pira 
ardea Paxo; Achelòo, pensoso di Deianira 
e del divelto corno 

dalla forza d' E racle nell'iterata lotta, 
respirava per la sua vasta bocca nel mare e sola 
la sua brama era intorno. 

O padre fecondatore dei piani, re violento, atroce 
sposo, testimonio eterno sei tu. Menti la voce 
che gridò: " Pan è morto! „ 

Ma pieno era il giorno, ma era a sommo del cerchio 

il Sole, il maestro dell'opre eccellenti, lo specchio 

infaticabile degli umani, 

l'amico delle fonti, la chiara faccia, il puro 

occhio che vede tutte le cose (udite, udite!); e tutto 

il silenzio dei piani 

l'adorava offerendo al suo fuoco le messi 

attrici delle stirpi, i mietitori genuflessi 

dalle consacrate mani, 

e le falci terribili, e i vasi d'argilla proni 
onde l'acqua trasuda, simili alle fronti 
madide nella fatica, 

tramandati dai padri nella forma immortale, 
e i rossi carri aspettanti il peso cereale 
fermi presso la bica, 




e le chiome delle femmine seguaci, e le criniere L' Annun^ 
dei cavalli furibondi sotto la sferza crudele, zio 

e la schiuma di quel furore, e le preghiere 
grandi su l'opra antica, 

IENO era il giorno, o figli, era il Sole im-* 

minente ; 
e tutto il silenzio dei mari l'adorava of" 
ferendo 
al suo fuoco l'aroma 
del sale purificante, la felicità dell'onda, 
della rupe immobile, dell'alga vagabonda, 
della ferrea prora, 

il promontorio fulvo come leone in agguato 
con proteso l'artiglio, il golfo dominato 
dalla città che dolora 
nelle sue mura ansiosa, e i vitrei meandri 
delle correnti, e i gemmei limitari degli antri 
che solo il vento esplora. 

Tutto era silenzio, luce, forza, desio. 

L'attesa del prodigio gonfiava questo mio 

cuore come il cuor del mondo. 

Era questa carne mortale impaziente 

di risplendere, come se d'un sangue fulgente 

l'astro ne rigasse il pondo. 

La sostanza del Sole era la mia sostanza. 

Erano in me i cieli infiniti, l'abondanza 

dei piani, il Mar profondo, 

E dal culmine dei cieli alle radici del Mare 

*«5- 




L' Annun-* balenò, risonò la parola solare : 
zio u II gran Pan non è morto ! „ 

Tremarono le mie vene, i miei capelli, e le selve, 
le messi, le acque, le rupi, i fuochi, i fiori, le belve. 
44 Il gran Pan non è morto ! „ 
Tutte le creature tremarono come una sola 
foglia, come una sola goccia, come una sola 
favilla, sotto il lampo e il tuono della parola. 
" Il gran Pan non è morto! „ 

IL terrore sacro si propagò ai confini 
dell' Universo. Ma gli uomini non tre-' 
marono, chini 

sotto le consuete onte. 

Tutte le creature udirono la voce 

vivente; ma non gli uomini cui l'ombra d'una croce 

umiliò la fronte. 

Ed io, che l'udii solo, stetti con le tremanti 

creature muto. E il dio mi disse: u O tu che canti, 

io son l'Eterna Fonte. 

Canta le mie laudi eterne. „ Parvemi ch'io morissi 

e ch'io rinascessi. O Morte, o Vita, o Eternità! E 
dissi : 

44 Canterò, Signore. „ 

Dissi; u Canterò i tuoi mille nomi e le tue membra 

innumerevoli, perocché la fiamma e la semenza, 

l'alveare ed il gregge, 

l'oceano e la luna, la montagna ed il pomo 

son le tue membra, Signore; e l'opera dell'uomo 

^i6" 



è retta dalla tua legge. 

Canterò l'uomo che ara, che naviga, che combatte, 
che trae dalla rupe il ferro, dalla mammella il latte, 
il suono dalle avene. 



L'Annun- 
zio 



Canterò la grandezza desinari e degli eroi, 

la guerra delle stirpi, la pazienza dei buoi, 

l'antichità del giogo, 

l'atto magnifico di colui che intride la farina 

e di colui che versa nel vaso l'olio d'oliva 

e di colui che accende il fuoco ; 

perocché i cuori umani, come per un lungo esiglio, 

hanno obliato queste tue glorie, Signore, e che il 

giglio 
dei campi è un gaudio eterno. „ E il dio mi disse : 

"O figlio, 
canta anche il tuo alloro. „ 




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MAIA 




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LAUS VITAE 




dono terribile del dio, 

come una spada fedele, 

come una ruggente face, 
5 come la gorgóna, 

come la centàurea veste ; . 

o Vita, o Vita, 

dono d' oblio, 

offerta agreste, 
io come un'acqua chiara, 

come una corona, 

come un fiale, come il miele 

che la bocca separa 

dalla cera tenace ; 



21 



,aus Vit* o Vita, o Vita, 

dono dell'Immortale * 
alla mia sete crudele, 
alla mia fame vorace, 
alla mia sete e alla mia fame 
20 d'un giorno, non dirò io 
tutta la tua bellezza ? 

Chi t'amò su la terra 
con questo furore ? 
Chi ti attese in ogni 

25 attimo con ansie mai paghe ? 
Chi riconobbe le tue ore 
sorelle de' suoi sogni ? 
Chi più larghe piaghe 
s'ebbe nella tua guerra ? 

30 E chi ferì con daghe 
di più sottili tempre ? 
Chi di te gioì sempre 
come s'ei fosse 
per dipartirsi ? 

35 Ah, tutti i suoi tirsi 
il mio desiderio scosse 
verso di te, o Vita 
dai mille e mille volti, 
a ogni tua apparita, 

40 come un Tiaso di rosse 
Tiadi in boschi folti, 
tutti i suoi tirsi ! 



^22 " 



Nessuna cosa Laus Vitae 

mi fu aliena, ; 
45 nessuna mi sarà 

mai, mentre comprendo. 

Laudata sii, Diversità u ^^ deI 

delle creature, sirena Mondo 

del mondo ! Talor non elessi 
50 perché parvemi che eleggendo 

io t'escludessi, 

o Diversità, meraviglia 

sempiterna, e che la rosa 

bianca e la vermiglia 
55 fosser dovute entrambe 

alla mia brama, 

e tutte le pasture 

co* lor sapori, 

tutte le cose pure e impure 
60 ai miei amorì; 

però ch'io son colui che t'ama, 

o Diversità, sirena 

del mondo, io son colui che t'ama. 

Vigile a ogni soffio, 
65 intenta a ogni baleno, 

sempre in ascolto, 

sempre in attesa, 

pronta a ghermire, 

pronta a donare, 
70 pregna di veleno 

o di balsamo, torta 

'23' 



Laus Vftae nelle sue spire 

possenti o tesa 
come un arco, dietro la porta 

75 angusta o sul limitare 
dell'immensa foresta, 
ovunque, giorno e'notte, 
al sereno e alla tempesta, 
in ogni luogo, in ogni evento, 

80 la mia anima visse 
come diecimila ! 
È curva la Mira che fila, 
poi che d'oro e di ferro pesa 
lo stame come quel d'Ulisse. 

85 Tutto fu ambito 
e tutto fu tentato. 
Ah perché non è infinito 
come il desiderio, il potere 
umano ? Ogni gesto 

90 armonioso o rude 
mi fu d'esempio ; 
ogni arte mi piacque, 
mi sedusse ogni dottrina, 
m'attrasse ogni lavoro. 

95 Invidiai l'uomo 
che erige un tempio 
e l'uomo che aggioga un toro, 
e colui che trae dall'antica 
forza dell'acque 

100 le forze novelle, 

"24" 



e colui che distingue Laus V'hx 

i corsi delle stelle, 
e colui che nei muti 
segni ode sonar le lingue 
105 dei regni perduti. 

Tutto fu ambito 

e tutto fu tentato. 

Quel che non fu fatto 

io lo sognai; 
ilo e tanto era l'ardore 

che il sogno eguagliò Tatto. 

Laudato sii t potere 

del sogno ond'io m'incorono 

imperialmente 
115 sopra le mie sorti 

e ascendo il trono 

della mia speranza, 

io che nacqui in una stanza 

di porpora e per nutrice 
120 ebbi una grande e taciturna 

donna discesa da una rupe 

roggia ! Laudato sii intanto, 

o tu che apri il mio petto 

troppo angusto pel respiro 
125 della mia anima! E avrai 

da me un altro canto. 



'25' 




Laus Vitae 

O nacqui ogni mattina. 
Ogni mio risveglio 
fu come un'improvvisa 
t^o nascita nella luce: 

attoniti i miei occhi 

miravano la luce 

e il mondo. Chiedea l'ignaro : 

44 Perché ti meravigli ? „ 
135 Attonito io rimirava . 

la luce e il mondo. Quanti 

furono i miei giacigli ! * giacigli 

Giacqui su la bica flava 

udendo sotto il mio peso 
140 stridere l'aride ariste. 

Giacqui su i fragranti 

fieni, su le sabbie calde, 

su i carri, su i navigli, 

nelle logge di marmo, 
145 sotto le pergole, sotto 

le tende, sotto le querci. 

Dove giacqui, rinacqui. 

Mi persuase i sonni 
il canto della trebbia, 
150 il canto dei marinai, 

il canto delle sartie al vento, 
l'odore della pece, 
l'odore degli otri, 
l'odore dei rosai, 

" 26 ' 



155 il gemitìo del siero LausVitae 

giù. dai vimini sospesi 

nella cascina, la vece 

delle spole nei telai 

notturna, il ruggir cupo 
160 dei forni accesi, 

il favellar leggero 

dell'acque pei botri, 

il battere della maciulla 

nell'aia. E parvemi talora 
165 su quei familiari 

suoni farsi un alto silenzio 

e riudire il lontano 

canto della mia culla. 

Mi destò il Sole I risvegli 

170 raggiandomi la faccia. 

Vidi per le trame 

delle mie palpebre il fulgore 

del mio sangue. Il mozzo 

pendulo dal cordame 
175 gittò a me supino 

il suo grido, il suo grido 

annunziatore; 

e rise il lieve lido 

come un labbro su la bonaccia. 
180 Le secchie all'alba nel pozzo 

traboccanti d'acqua ghiaccia 

con lor croscio argentino 

suscitaron nel mio vigore 

.27- 



Laus Vitac nudo il brivido salubre 

185 del lavacro mattutino. 
Le allodole gloriose 
in alto in alto in alto 
dalla rocca dell 1 Azzurro 
mi chiamarono al grande assalto. 

190 I poledri violenti 
su la prateria molle, 
irsuti il pel selvaggio, 
coperti di rugiade 
come i bruchi villosi 

195 in fondo alle corolle, 
m'annitrirono su i vènti 
che parean recarmi il sentore 
degli ippòmani favolosi 
forte come un beveraggio. 

200 Cantò: "Ben venga maggio I „ 
dal colle di ginestre 
chiaro la teoria 
coronata di canestre 
votive, e per le contrade 

205 e per l'anima mia 

trionfò Prosèrpina in veste 
tosca obliando Ade. 
Quante voci, quanti richiami, 
quanti inviti nell'aurore 

210 belle! Ma ebbi altri risvegli. 

Ebbi un letto vasto, 
"28- 



sacro all'amor cieco Laus Vitae 

e al perspicace 

odio; vasto sì che giacersi 
215 potessero con meco 

e con la mia donna 

la forza e la grazia, 

la crudeltà e la froda, 

la voluttà e la morte. 
220 Tra l'una e l'altra colonna 

pendeva una cortina 

grave che copria d'ombra 

il rito infecondo 

e la carne sazia, 
225 quando la concubina 

seduta su la proda 

mi guatava in silenzio 

con i suoi occhi instrutti 

nella cui notte ingombra 
203 io vedea passar gli antichi 

mostri e gli eterni lutti. 

Io t'abbandonai, 

o mia carne, t'abbandonai a ™ 

come un re imberbe abbandona 
235 il suo reame alla guerriera 

che s'avanza in armi 

tremenda e bella, 

ond'ei teme e spera. 

Ella s'avanza 
240 vittoriosa, 

'29' 



LausVitae tra moltitudini in festa 

che di tutti i lor beni 
fan conviti al suo passare. 
Attonito trasale 
245 il re dolce, e la sua speranza 
ride al suo timore; 
che non sapea di tanta 
gioia e di tanta fame 
ricchi i suoi schiavi, 
250 non sé tanto possente 
né di tanto feroci spirti 
pieno il suo dolce cuore. 

Io ti saziai, 

o mia carne, ti saziai 
255 come l'alluvione 

sazia la terra 

che più non la riceve 

ed è sommersa. 

Fiumi perigliosi 
260 precipitarono ruggendo 

sopra di te perduta. 

Fosti talora 

come uva premuta 

da flammei piedi; 
265 talora come neve 

segnata di vestigia 

cruente, d'impronte oscure; 

talora come inerte 

gleba; e parvemi ch'io sentissi 



30 



270 in te serpere ignote Laus Vitae 

radici e udissi lunge 
stridere su la cote 
forse una scure. 

Furonvi donne serene . < 

, . . t . . ~ . Le donne 

275 con chiari occhi, infinite 

nel lor silenzio 

come le contrade 

piane ove scorre un fiume; 

furonvi donne per lume 
280 d'oro emule dell'estate 

e dell'incendio, 

simili a biade 

lussuriane 

che non toccò la falce 
285 ma che divora il fuoco 

degli astri sotto un cielo immite; 

furonvi donne sì lievi 

che una parola 

le fece schiave 
290 come una coppa riversa 

tiene prigione un'ape; 

furonvi altre con mani smorte 

che spensero ogni pensier forte 

senza romore; 

2 95 altre con mani esigue 
e pieghevoli, il cui gioco 
lento parea s'insinuasse 



Laus Vitae a dividere le vene 

quasi fili di matasse 
300 tinte in oltremarino; 

altre, pallide e lasse, 

devastate dai baci, 

riarse d'amore sino 

alle midolle, 
305 perdute il cocente 

viso entro le chiome, 

con le nari come 

inquiete alette, 

con le labbra come 
310 parole dette, 

con le palpebre come 

le violette. 

E vi furono altre ancóra; 

e meravigliosamente 
315 io le conobbi. 

Conobbi il corpo ignudo 
alla voce, al riso, 
al passo, al profumo. Il suono 
d'un passo sconosciuto 

320 mi fece ansioso 

quasi melodia che s'oda 

giungere nella remota 

stanza per chiuse porte 

a quando a quando, e il cuore anela. 

325 Risa belle, io già dissi il vostro 
numero, io vi lodai diverse 



3* 



come le sorgenti Laus Vit« 

della terra, come le piogge 

nelle stagioni! 
330 Io dissi la vostra essenza 

invisibile, profumi, 

le vostre mute effusioni 

che pur vincono i torrenti 

nella rapina ! Ma la voce 
335 avrà da me un canto 

più glorioso* 

Furonvi città soavi Gli agi 

su colli ermi, concluse 

nel lor silenzio 
340 come chi adora; 

furonvi palagi 

snelli su logge aperte 

ad accoglier l'aria 

come chi respira, 
345 sacri alle Muse; 

furonvi orti irrigui, 

paradisi recinti 

come labirinti 

con una porta sola 
350 e mille ambagi, 

ove l'aura piega 

ogni stelo e s'invola 

come chi fa ghirlande 

e non le lega; 
355 vi furono bevande, 

"33" « 




Laus Vitae frutti, musiche pe' nostri agi ; 

e le melancolie. 



NOTTE d'estate fra l'altre La notte 
memoranda per la bellezza d'estate 
indicibile onde rifulse 

nell'ombra la mia persona 

mortale, quasi fosse in lei 

espressa l'effigie divina 

del Desiderio, sotto i muti 
365 baleni che facean del cielo 

estremo una fucina ardente! 

Nessuno comprenderà mai 

perché nel semplice atto umano 

io mi sentissi così bello 
370 per tutto l'esser mio: l'eguale 

dei Giovini trasfigurati 

nei miti eterni della grande 

Eliade» Per; un'ora fui 

l'eguale dei trasfigurati 
375 Giovini alle soglie dei boschi 

e sul margine delle fonti: 

nell'ombra calda e sotto i muti 

lampi bello indicibilmente. 

La luna era trascorsa; 
380 dietro le opache cime 

vanito era il suo breve incanto. 
L'orrore medusèo 



'34 



parve impietrare Laus Vita 

la faccia sublime 
385 della notte. Non canto, 

non grido s'udiva. Rare 

gemevan l'aure. Boote 

guardava l'Orsa; 

e lacrimava il coro 
390 delle Pleiadi belle 

ai ginocchi del Toro; 

ed Orione in corsa 

veniva armato d'oro 

su le tristi sorelle; 
395 ed Erigone pura, 

in disparte e con elle, 

versava anche iì suo pianto. 

Così viveva la gran notte, 

qual la mirò dai monti Orfeo. 

400 Viveva d'una vita 

altissima taciturna 

e sacra, come quando 

l'apollinea prole 

invocò: u M'odi, o iddia, 
405 desiderabile, di negro 

peplo vestita, cinta 

di astri, inspiratrice degli inni, 

madre dei sogni, Urania 

e terrestre, generatrice 
410 di tutte le cose, 

ricchissima, oblio delle cure. 

'35' 



Laus Vitae persuasiva, m'odi ! „ 

Eran nel mio petto gli inni. 
Ma intenti i miei occhi 
4*5 erano all'orizzonte 

ultimo che fervea come 
se vi sfavillasse ignito 
e vivido su la vulcania 
incude un cuor di titano 
420 con un palpito immenso. 

" O cuore titanico „ dissi H f"°* e tita - 

44 formidabile, palpitante 

al confine del cielo, 

te anche arde e torce 
425 il desiderio onde anelo 

come s'io morissi ? 

Per quale amante ? 

Per quale dominio ? 

Per quale morte ? 
430 Che vuoi ? che vuoi ? 

Ovunque il tuo affanno 

apre solchi d'arsura 

che all'alba le rugiade 

non addolciranno. 
435 Ah che anch'io questa notte 

saprei morir come gli eroi, 

uccidere,un re nel suo letto 

o tra le spade, 

sciogliere una cintura forte 
44° come quella che alla Terra 

'36' 



cingono gli antichi mari ! n Laus Vitae 

Immobile su la soglia 

io guatava con occhi arsi, 

sentendo in me parole alzarsi 
445 confuse, come chi delira. 

Dietro di me la casa umana, 

spenta e di cure ingombra, 

ove dormivano i servi, 

gemeva a quando a quando vana 
450 come una lira senza nervi. 

E parve a un tratto, lontana 

con la sua doglia 

senza ritomo, lasciarmi 

nella solitudine solo. 
455 II mio palpito stesso 

e la rapidità dei lampi 

si confusero allora ; 

furono una forza concorde 

che lottò con la più alta ombra, 
460 toccò Galassia e i campi, 

agitò il sonno dell'Aurora, 

svegliò tutte le corde. 

E io dissi : " O mondo, sei mio ! 
Ti coglierò come un pomo, 
465 ti spremerò alla mia sete, 
alla mia sete perenne. „ 
E d'essere un uomo 
più non mi sovvenne, 

-37" 



Laus Vitae poi che il mio cuor palpitava 

470 su la terra e nel cielo 

con un palpito si grande. 

E io dissi : " O figlie d' Atlante, Le Atlantidi 

Atlantide corona ardente 

delle Pleiadi, o Taigete, 
475 o Elettra, o Celeno, 

Merope fosca, e tu, Maia 

dall'affocata faccia, 

Asterope, Alcione, 

scendete ai miei giardini ! „ 
480 E cosi dicea vanamente 

per tendere le braccia, 

per volontà di chiamare, 

per amor dei nomi divini» 

Il silenzio era vivo 
485 come un'anima sparsa 

che ascolti e attenda 

senza respiro* 

Un'ala si mosse, 

una foglia cadde, 
49° un calice si schiuse, 

traboccò una fonte, 

una lingua lambì l'acqua, 

un'orma calcò l'erba, 

un balzo ruppe uno stelo, 
495 un foco vano rigò l'aria, 

un odor si diffuse 

umido nella caldura. 

-38- 



Tutti i miei sensi Laus Vitae 

vigilavano, nell'attesa 
500 della gioia oscura. 
Una bellezza, 
indicibile io sentìa 
spandersi per le mie membra, 
come chi trasfigura. 

505 " Che vuoi ? che vuoi ? „ 

Immobile stetti 

come i simulacri esangui; 

poiché ogni cosa 

attraeva il mio gesto 
510 ma il mondo parea vanire. 

u Che vuoi ? che vuoi ? „ 

Dalle mie stesse vene 

pareami essere attorta 

l'anima come da mille angui 
515 con torride e gelide spire. 

" Che vuoi ? che vuoi ? „ Il dono di 

E un lampo discoperse Dioniso 

la vite meravigliosa, 

gravida di grandi 
520 grappoli, frondosa 

di fosche fronde, 

con le radici immerse 

nelle virtù profonde. 

" Morire o gioire! 
525 Gioire o morire!,, 



'39 



Laus Vit* Ah, poter di córre 

dal del più lontano 
un pugno d'astri 
pareami fosse 

530 nella mia mano 
fatta onnipossente 
dal cor che in me fervea ! 
E il grappolo piùjgrande 
colsi avidamente, 

535 che pesava d'ambrosia 
come la mammella 
ineffabile d'una dea 
data all'adolescente 
per gioire e morir quivi. 

540 Gli acini eran vivi 
d'inesausto calore 
alle mie dita di gelo. 
Sentii ne' precordii l'odore 
del pampino lacerato 

545 come d'un velo 

arcano che si fendesse» 

O Vita, quel parvemi il primo 
e l'ultimo tuo dono, 
e che i miei giovini denti 
550 mai polpa d'opimo 
frutto avesser morso 
né mai bevuto agreste 
sorso le mie labbra sanguigne. 
L'odore di tutte le vigne 



40 



555 sentii ne' precordi! capaci LausVitae 

e di tutti i mosti il sapore, 

ebbi le vendemmie spumanti 

di tutti gli autunni feraci 

nel cuore, e le feste i canti 
560 Furto dei pie' danzanti il suono 

dei flauti frigi, e Lesbo 

rossa di faci pel natale 

del vino e l'onda corale 

e il passo del lidio coturno, 
565 o Vita, quando la mia bocca 

vergine di baci 

diedi al tuo grappolo notturno. 

Allora, come una statua 

dalla voluttà della Notte D dono di 

570 espressa, una forma Afrodite 

silenziosa 

biancheggiò nell'ombra 

terribile; e trasalii. 

Una luce fatua 
575 sorse come una colonna 

tremante nell'ombra 

soffocata; e trasalii. 

Non dissi : u O donna 

chi sei tu?,, Non chiesi: 
580 " D'onde venuta, 

di quali iddii 

messaggera?,, Ma la conobbi 

subitamente, muta 

'41' 6 



Laus Vitae ed eloquente. 

585 Per sentieri profondi 
tratta me f avea"sola 
dall'armonia dei mondi 
il Desiderio. 

Non dissi t "Parlai „ 

590 Ma mi volsi a ghermire 
il suo corpo discinto, 
che fresco sentii quasi fosse 
balzato da polle rupestri. 
Né per baciarla 

595 lajbocca detersi 

dal succo del grappolo molle ; 
che iTdivino Istinto mi volle 
dei due beni diversi 
comporre una gioia infinita. 

600 O Vita, o Vita! 

O notte d'estate fra Tal tre 
memoranda, in cui la mia carne 
compì l'umano atto fugace 
sotto la specie dell'Eterno! 

605 O notte in cui viver mi parve 
figurato nel violento 
mito che divennemi un segno 
sacro per le vie della Terra 
ove tolsi tutti i miei beni ! 



^42 




Laus Vitae 
COME l'esule torna 
alla cuna dei padri 



Verso T Eliade 
santa 



su la nave leggera : 

il suo cor ferve innovato 

nell'onda'prodiera, 
615 la sua tristezza dilegua 

nella scìa lunga virente : 

io così sciolsi la vela, 

coi compagni molto a me fidi 

in un'alba d'estate 
620 ventosa, dall'apula riva 

ove ancor vidi ai cieli 

erta una romana colonna ; 

io così navigai 

alfìn verso l'Eliade sculta 
625 dal dio nella luce 

sublime e nel mare profondo 

qual simulacro 

che fa visibili all'uomo 

le leggi della Forza 
630 perfetta. E incontrammo un Eroe. 

Incontrammo colui 
che i Latini chiamano Ulisse, 
nelle acque di Leucade, sotto L'incontro 

le rogge e bianche rupi d'Ulisse 

635 che incombono al gorgo vorace, 
presso l'isola macra 
come corpo di rudi 

'43' 



Laus Vitae ossa incrollabili estrutto 

e sol d'argentea cintura 

640 precinto. Lui vedemmo 

su la nave incavata. E reggeva 
ei nel pugno la scotta 
spiando i volubili venti, 
silenzioso ; e il pileo 

645 testile dei marinai 

coprìvagli il capo canuto, 
la tunica breve il ginocchio 
ferreo, la palpebra alquanto 
Tocchio aguzzo ; e vigile in ogni 

650 muscolo era l'infaticata 

possa del magnanimo cuore. 

E non i tripodi massicci, 
non i lebeti rotondi 
sotto i banchi del legno 

655 luceano, i bei doni 

d'Alcinoo re dei Feaci, 
né la veste né il manto 
distesi ove colcarsi 
e dormir potesse l'Eroe; 

660 ma solo ei tolto s'avea l'arco 
dell'allegra vendetta, l'arco 
di vaste corna e di nervo 
duro che teso stridette 
come la rondine nunzia 

665 del dì, quando ei scelse il quadrello 
a fieder la strozza delproco. 

'44' 



Sol con quell'arco e con la nera Laus Vitae 

sua nave, lungi dalla casa 
d'alto colmfgno sonora 
670 d'industri telai, proseguiva 
il suo necessario travaglio 
contra l'implacabile Mare. 

" O Laertiade n gridammo, 

e il cuor ci balzava, nel petto 
675 come ai Coricanti dell'Ida 

per una virtù furibonda 

e il fegato acerrimo ardeva 

"o Re degli Uomini, eversore 

di mura, piloto di tutte 
680 le sirti, ove navighi ? A quali 

meravigliosi perigli 

conduci il legno tuo nero ? 

Liberi uomini siamo 

e come tu la tua scotta 
685 noi la vita nostra nel pugno 

tegnamo, pronti a lasciarla 

in bando o a tenderla ancóra. 

Ma, se un re volessimo avere, 

te solo vorremmo 
690 per re, te che sai mille vie. 

Prendici nella tua nave 

tuoi fedeli insino alla morte ! „ 

Non pur degnò volgere il capo. 

Come a schiamazzo di vani 
"45" 



Laus Vitae fanciulli, non volse egli il capo 

canuto; e l'aletta vermiglia 
del pìleo gli palpitava 
al vento su l'arida gota 
cheil tempo e il dolore 

700 solcato aveano di solchi 

venerandi, " Odimi „ io gridai 
sul clamor dei cari compagni 
44 odimi, o Re di tempeste! 
Tra costoro io sono 2 più forte. 

705 Mettimi a prova. E, se tendo 
l'arco tuo grande, 
qual tuo pari prendimi teco. 
Ma, s' io noi tendo, ignudo 
tu configgimi alla tua prua. „ 
710 Si volse egli men disdegnoso 
a quel giovine orgoglio 
chiarosonante nel vento; 
e il fólgore degli occhi suoi 
mi ferì per mezzo alla fronte* 

715 Poi tese la scotta allo sforzo 
del vento; e la vela regale 
lontanar pel Ionio raggiante 
guardammo in silenzio adunati. 
Ma il cuor mio dai cari compagni 

720 partito era per sempre ; 
ed eglino ergevano il capo 
quasi dubitando che un giogo 
fosse per scender su loro 

^46 " 



intollerabile. E io tacqui Laus Vitae 

725 in disparte, e fui solo ; 

per sempre fui solo sul Mare. 

E in me solo credetti. 

Uomo, io non credetti ad altra 

virtù se non a quella 
730 inesorabile d'un cuore 

possente. E a me solo fedele 

io fui, al mio solo disegno* 

O pensieri, scintille 

dell'Atto, faville del ferro 
735 percosso, beltà dell' incude! 

E contemplai, di contro 

a Same dai foschi cipressi, 

Itaca petrosa, 

il Nèrito aspro nudato, 
740 la patria angusta 

di quella incoercibile Forza. 

E veder parvemi il tetto 

securo, la soglia polita, 

le stanze purgate dai morbi 
745 con fumido solfo, 

le fanti dai cinti vermigli 

intente a forbir seggi e deschi 

con le spugne lor cavernose 

o a torcere i lor fusi 
750 versatili o a scardassare 

le lane, e la tarda nutrice 

Euriclèa che valse già venti 

^47' 



Laus Vitae tauri, e l'economa Eurinòme, 

e Femio il cantore, e nell'orto 
755 cìnto di pruni Laerte 

curvo a rincalzare l'arbusto. 

Or la figlia d'Icario 

guatava la torma dell'oche II rimpianto di 

clamose beccare dal truogo Penelope 

760 il biondo fromento, e niuna 

aquila calata dal monte 

franger la cervice alle imbelli 

come nel sogno antico. 

Ma il talamo vasto, 
765 tutto di legno d'olivo 

lavorato di man dello sposo, 

confitto con chiovi d'argento 

saldamente al ceppo natio 

che abbarbicato era con ferme 
770 stirpi alla durezza terrestre, 

il talamo antico d' Ulisse 

anco una volta deserto 

si stava, e per sempre, 

sotto la pelle bovina 
j"]^ cui rodean le vigili tarme. 

" Deh, un qualche iddio mi rapisca, 

o mi fieda Cintia d'un telo ! „ 

Rammaricavasi acerba 
la moglie incorrotta. E la casa 
780 di strepitosi chieditori 

-48- 



sonante e di danze e conviti Laus Vitae 

ripensava ella nel tristo 

suo petto. E improvviso a rancore 

pestifero cedea 
785 la più che ventenne costanza ! 

Fatta era l'alta reina 

simile a femmina ancella, 

poiché queste dicea parole : 

" Deh avess'io scelto a marito 
790 il più ricco e valente 

dei Proci, accolto avessi il figlio 

di Polibo Eurìmaco o il figlio 

d' Eupite Antinòo, 

e seco passata io fossi 
795 ad altra dimora, più tosto 

che attendere l'uomo cui solo 

è talamo grato la tolda 

a sciogliervi il cinto dell'onda ! „ 

E il savio Ulisside 
800 Telemaco dal suo seggio Telemaco re 

coperto di velli manosi dei porcari 

governava i porcari. 

E il pallido adipe, onde un disco 

recato avea Melanzio ai Proci 
805 con la panca e la pelle 

e la brace perché si scaldasse 

e ugnesse e ammollisse il nervo 

dell'arco nel di della strage, 

l'adipe grave su l'epa 

'49' 7 



Laus Vitae cresceva e pe' lombi e nel collo 

del savio Ulisside. 
E partiva il suo letto 
di belle coltrici adorno 
con una florida fante 
815 ei che, ospite imberbe, mirato 
avea splendere Elena a Sparta 
e ricevuto il bel peplo 
da Elena e bevuto il nepente 
di Elena alla mensa ospitale. 

820 " Contra i nembi, con tra i fati, 
contra gli iddìi sempiterni, 
contra tutte le Forze 
che hanno e non hanno pupilla, 
che hanno e non hanno parola, 

825 combattere giovami sempre 
con la fronte e col pugno 
con Tasta e col remo 
col governale e col dardo 
per crescere e spandere immensa 

830 l'anima mia d'uom perituro 
su gli uomini che ne sien arsi 
d'ardore'nelf opre dei tempi. 
Sol una è la palma ch'io voglio 
da te, o vergine Nikej 

835 P Universo ! Non altra. 
Sol quella ricever potrebbe 
da te Odisseo 
che a se prega la morte nelPatto. 



* 50 



w 



Tali volgea pensieri Laus Vitae 

840 il Re sul ponto oscurato. 

O Itaca dura di rupi, 

l'ombra che tu protendesti 

nell'occaso del Sole 

tal fu per l'anima mia 
845 qual pel figlio della dogliosa 

nereide lo stigio lavacro! 

Caduto era ogni soffio. 

Nelle anse di Same sonore 

placavasi il rombo 
850 come nelle ritorte 

bùccine quando il dio cessa 

d'enfiarle col labbro salino. 

Simili a sarisse di bronzo 

nel macigno confitte 
855 i lacrimabili cipressi, 

interrotto il gemito amaro, 

parevano pronti a ferire. 

Scorgeasi la glauca Zacinto 

lungi, e il Gliene, e la costa 
860 crassa cui nutre di molta 

rapina il selvaggio Achelòo. 

Salir vidi un placido fumo 
allora, di tra gli ole a stri 
che coronan col segno 
del buon lottator la Petrosa ; 
865 e dolsemi il cor dentro al petto, 

^ 51* 



Laus Vitae che pel sangue mi corse 

pensier della madre lontana, 
pensier delle dolci sorelle 

870 e del mio focolare. 

E m'apparve il bel fiume ove nato 

fui di stirpe sabella, 

Aterno di rossa corrente 

cui cavalca il ponte construtto 

875 di carene di travi 

d'ormeggi, spalmato di pece, 
in vista al monte nevoso 
che ha forma d'ubero pieno. 
E la tomba m'apparve sul poggio 

880 chiomante di pini, ove il padre 
riposa le sue grandi ossa 
ond' io m'ebbi tempra sì dura. 

E dissi nell'ombra: " O sorelle, 
tre come le porte del tempio, 

885 tre come il trifoglio dei paschi, 
tre come le Cariti leni, 
la prima dai floridi ricci 
salubre qual cespo di menta 
in docile rio, la seconda 

890 a me simigliarne nel volto 
ma quasi d'un velo soffusa 
argenteo sì ch'io mi creda 
specchiarmi in sul fare dell'alba 
a un fonte di acque serene, 

895 la terza dagli occhi bovini 



La terra pa- 
terna 



Le tre sorelle 



5* 



robusta qual fu giovinetta Laus Vit* 

la figlia di Rea, della madre 
sostegno ridente, o mie dolci 
sorelle, non io vi obliai 
900 e di me voi favellate 

nel vespero forse, dal tetto 
arguto di nidi guardando 
verso l'Adriatico Mare. 

Pur, se taluna di voi 
905 improvviso mirasse 

l'aspetto della mia 

Libertà, d'orror tremerebbe 

e di spavento, perduto 

credendo il fratello suo caro, 
9x0 per sempre perduto; 

né più oserebbe toccarmi 

né dirmi parola di pace. 

E bagnerebbe di pianto 

le incolpabili mani 
915 materne, alla misera donna 

pregando l'oblio del suo nato. 

E lo stranier che merca 

e froda al publico sole, 

il falso mendico che ostenta 
920 nel trivio l'ulcera immonda, 

il marinaio rissoso 

che batte il fanciullo e il vegliardo, 

parrebbero a quella men empii 

del caro fratello perduto ! 

'53' 



Laus Vitae Gèniti d'un grembo, d'un sangue, 

d'un atto d'amore noi siamo, 
sorelle. E, se penso le vene 
su la vostra tempia non cinta 
più cerule e tenui dell'ombre 

a 30 cui le frondi pie dell'ulivo 
fan sul vello dell'agna 
che pasce da presso, io sorrido 
d'una tremante dolcezza 
e le medesime vene 

935 guardo ne' miei pallidi polsi, 
che battono sì violente 
di desiderio implacato. 
E le mie virtù, i miei vizii t 
i miei delitti, i miei gaudii 

940 letiferi, i miei operosi 

tormenti, le occulte mie glorie, 
i sogni indicibili, tutto 
il fiume rapace del mio 
essere tingemi i polsi 

945 di quel vostro azzurro sì lieve! 

O consanguinei fiori, 
o pure ghirlande sospese 
alla fronte del focolare, 
s'io torni ove nacqui, 
in tema starò sorridente 
dinanzi alla vostra allegrezza 
come il viandante che sosta 
e parco è di chiare parole 

'54' 



950 



che agli ospiti cela il suo stato. Laus Vitae 

955 Ma tu, o madre mia forte, 

che mi generasti con tante 

grida nel mese fecondo 

che da Marte si noma, 

entrando il Sole nel segno 
960 dell' Ariete durocozzante, 

mentre passavan sul nostro j^q a y a m3i _ 

tetto col volubile nembo dre mortale 

i pòllini di primavera, 

tu subitamente svelato 
965 m'accoglierai tutto qual sono 

nella luce del tuo dolore. 

Qual sono, per te sarò sacro, 

per te gloriosa in patire 

e resistere, o madre! 
970 E tu, che immota rimani 

a costringer nelle tue braccia 

come in ferrea zona la casa 

fenduta dai fulmini, il soffio 

dell'immenso mondo 
975 in me sentirai vorticoso, 

senza terrore, e tutto 

saprai, pur quello che ignoto 

mi sta nel profondo, pur quello 

che sta nel Futuro, inspirata 
980 di conoscenza celeste, 

E mi dirai : <* O figlio, 

t' ho fatto di vita sì breve 



55' 



Laus Vitae e d'insaziabile cuore! 

Giusto è che tanto t'affretti 
985 a cercare a lottare a volere, 
lontan dalla madre 
che farti non seppe immortale. - 

Gloria al tuo capo, o madre! 

Sii tu testimone sublime 
990 di mia verità sotto il cielo. 

O Solitaria, 

o Dolorosa, - 

o Paziente, 

non sono io forse il tuo grido ? 
995 II tuo inconsapevole grido 

che, riconosciuto, si spande 

su gli uomini e reca ai più puri 

la tua speranza divina. 

O madre, sia gloria al tuo capo! „ 
tooo Queste la mia tristezza 

diceva parole, nell'ombra 

d' Itaca aspra di rupi. 

E parve dal mare profondo 

salirmi al petto una forza 
1005 silente, in cui palpitavan le amiche 

Pleiadi, quando a notte 

supino, col volto alle stelle, 

giacqui presso l'Occhio di prua. 



56 




Laus Vitx 

AL golfo corintio, 

dal cuore dell' Eliade il vento 

soffiò contra l'Occhio di prua, 

cangiò gli oleastri 

d' Itaca, piegò i cipressi u vcnto av _ 

di Same, fé* simile il mare verso 

1015 all'irta di fiocchi 

egida cui Pallade scuote. 

Ed era il meriggio, 

l'ora di Pan, l'ora grande. 

Il Sole era al colmo dei cieli 
1020 ignudo; e tutto era chiaro 

d'intorno, presso e lontano; 

e l'anima mia come l'orbe 

dell'incorruttibile Etra 

tutta era di cristallo 
1025 e d'oro sospesa in su l'acque. 

E il grido sonò: "Sciogli! Allarga! 

Su le scotte di randa! Borda 

randa! Su le drizze di flocco! 

Issa flocco!,, E il legno garriva. 

1030 II legno gemeva cricchiava 

rombava; la verga bicorne 

strideva alla trozza; 

la forte ralinga batteva 

l'aere qual furia pennata 
1035 di libertà sotto pugni 

di ghermitori tenaci; 

'57' » 



Laus Vitae sinché contra l'albero a pioppo 

ghindata fu tra fondo 

e testiera, ordita la scotta 
1040 al paranco. E l'aurica vela La vela 

fu gonfia d'un alito immenso, 

più bella di tutte le cose 

d' intorno apparite, 

più di noi che l'aprimmo 
1045 libera, più pura e innocente 

del cielo, una vergine forza, 

un desiderio pudico, 

un arco acceso d'amore 

pel suo segno, un candido spirto 
1050 tra il duplice Azzurro tutt'ala! 

Egidarmata Atena, 

ben tu ci volesti avverso 

il vento perche nell'approdo 

alla tua terra natale 
1055 io memore fossi 

che sol nella lotta è la gioia. 

Parea che l'aspra 

tua verginità palpitasse 

presente nell'ombra 
1060 della gran randa solare, 

e che tu vigilassi 

co' tuoi occhi cesii l'alterna 

opra dei naviganti 

e tu le imprimessi in silenzio 
1065 la tua misura divina. 

'58' 



Obliqua la nave, inclinata Laus Vitae 

sul fianco, in un solco di spume 
fervide, prueggiava 
giugnendo l'altura del vento 
1070 avverso qual carro la cima 

di ripido monte. "Orza! Poggia!,, 

E la verga biforca 

passava rombando fischiando 

sopra le nostre fronti 
1075 chine; e tutta la ben costrutta 

compagine sotto lo sforzo 

risonava come una cetra 

percossa; e l'opposto 

bordo attignea quasi l'acqua 
1080 come avido labbro che sia 

per bevere il sale. Era l'opra 

agevole e lieve qual gioco. 

Aperto era il novo 

cammino alla rapida prua, 
1085 come nel coro segue 

l'epòdo alla duplice strofe. 

Itaca Same Zacinto 

s' inazzurravano a poppa, 

cangiate in elisia corona; 
1090 Oxia pareva un'ara 

ancor rosea della ecatombe, 

l'Àraxo un trofeo di Titani. 

Oh peristrofe gioiosa 
'59' 



Laus Vitac verso la pampìnea Patre ! 

1095 Ora meridiana 

d' inimitabile vita! 
Levità della carne, 
freschezza dell' anima nova, 
rinascimento argentino! 

1100 Non rugiada al solstizio 
su prato di salvie e di timi 
fu mai si gemmante 
come l'anima mia che il Sole 
beveva inesausta» " O dio Sole. 

1105 tu la bevi ed ella rinasce, 
tu l'ardi ed ella s'irrora. 
Antico tu sei. ella è sempre 
recente. Tu due e due volte 
trasmuti' la faccia del mondo. 

ttto ma la stagione che in lei 
cresce è diversa* non estate 
non primavera, ma una 
felicitàpiù novella. „ 

L'aroma dei canti 
Ut5 futuri parea nel respiro 

alitarmi. E io dissi: 

44 O Ineffabile* o Ignoto. 

il nome per te troveranno 

i miei canti futuri. 
U20 il nome e la lode per sempre ! ,. 

E la nave era parte 

di me. la vela erami ala 

*6o* 



su l'omero, la prua Laus Vitac 

era la cima del cuore 
U25 sagliente, il lungo proteso 

bompresso era il segno 

della fecondante potenza. 

E come a un amplesso d'amore 

io tendeva al lito ricurvo, 
1x30 portato dal cielo e dal mare* 

O Eliade, e io credetti 

che dal tuo grembo di marmo 

avuto avrei finalmente 

il figlio che invoco immortale! 

1135 Torrido soffio affocante L'approdo a 

qual fiato di mille fornaci Patre 

su l'acqua del porto oleosa 

e corrotta; lezzo di tetre 

cloache, di putridi frutti, 
1x40 di torbidi fumi, di fecce, 

di sevi, di spezie, di vini, 

d'acri fermenti, d'umani 

sudori ; terribili pietre • 

consunte dal traffico immondo, 
1x45 riarse da Sirio, insozzate 

dall'escremento dell'ebre 

ciurme, dei cavalli, dei buoi 

stupiti ancor barcollanti 

in lungo rullio di tempesta ; 
1150 tristi anelli di nero ferro, 

ormeggi più tristi 



raus Vitae che vincoli di prigionieri ; 

man tese di mendicanti, 
riso ambiguo di prossenèti, 
1155 e frode e fame in agguato : 

tale m'apparve all'approdo 
l'antica città degli Achei 
artefice di diademi 
e di vestimenta soavi. 

u6 o Per le vie bianche, sotto 
nembi di polve una bara 
misera fra roche preghiere 
recava il cadavere esangue 
dal volto scoperto 

U05 simile al giallore del croco. 
Alzato il teologo macro 
su la piazza pulverulenta 
a lenoni e vinai disvelava 
con stridula voce il mistero 

1170 del dio senza muscoli. E i preti 
scaltri, nelle tuniche sparse 
d'untume nauseabondi, 
al loquace inesperto 
sorridean d'un perfido riso 

u 75 pettinando con l'unghie 
ricurve le luride barbe. 

Diana Lafria, scomparso 

era il tuo tempio agile a specchio 

del golfo. Correa per ladre 

'62- 



u8o mani pecunia dolosa, LausVitae 

più vile del cencio e del fimo. 

Oh effigie di gloria 

nel chiaro metallo battuto, 

quadriga trionfale, 
1185 deità astata, spica 

opima, prora invitta, 

terrestre e marina potenza 

nel fermo rilievo inconsunto, 

propagata bellezza 
1190 di acropoli vittoriose! 

Non gli Apolloniasti 

su le triere dipinte, 

né i mercatanti di Tiro 

nel segno d'Eràcle, né i Coi, 
1195 né i Rodii, né gli Ateniesi 

di belle parole eran quivi ; 

ma frode e fame in agguato. 

E nella notte illune, 
quando s'accesero i fari 
1200 e il libico soffio si spense 
e i siderei fochi 
incoronarono i monti 
e s'udì lontana la voce 
del mare di là dai macigni -.. . _,. 

1 • * * a « CjIi angiporti 

1205 dei moli, noi tristi ridendo 
e cantando seguimmo 
il prossenèta per cupi 
angiporti graveolenti 

'63' 



Laus Vit* in cerca di meretrici. 

12 io E disse un de* cari compagni, 

mentre un gabbier fulvo e nerbuto 

receva il suo vin resinato 

alla soglia del lupanare 

tra afa d* amaro sudore t 
1215 u La resina geme dai pini 

dell'Ida, ove Paris pascendo II pastore del- 

i buoi sogna Elena di Sparta f Ma 

che ancora ei non vidc t promessa ! „ 

I marinai dal collo 
1220 ignudo, gli stradiotti 

bracati, i battellieri 

dal braccio di bronzo e dal dorso 

incurvo, le flosce bagasce 

dalle guance rosse di fuco 
1225 vile, i bardassoni più molli 

delle femmine esperti 

in muovere Tanca, la schiuma 

del porto, la melma del trivio, 

i nativi e i meteci 
1230 e gli stranieri approdati 

da un'ora, accesi di foia, 

tumultuavano al lume 

fumido delle lucerne 

grasse, tracannavano il vino 
12 35 malvagio e la mastica arzente, 

mercavano copula e lue 

per mezza dramma. E gli sguardi 

64" 



come i getti della saliva Laus Vit* 

lucean sul carnaio in fermento. 

1240 Quivi, al dir del buon prossenèta, 

giunta era una donna di Pirgo 

formosa, nel fiore degli anni. 

Ma non degnava ella beare 

di sua forma l'ebra ciurmaglia 
1245 nella fumosa taverna 

aspra d'urli rauchi e di pugni La meretrice di 

percossi. In penetrale Pirgo 

remoto, su candido letto, 

ella attendea lo straniero 
1250 opulento, il navarca 

magnanimo, o l'alto signore 

dei latifondi patrensi. 

Salimmo allora la scala 

di putrido legno, varcammo 
1255 la soglia segreta ; e la donna 

di Pirgo ci apparve nell'ombra 

del letto, piccola e pingue, 

simile a gravida capra 

dalle molte mammelle 
1260 olente dell'irco suo sposo. 

Niuno di noi appressarsi 
ardiva alla femmina elèa. 
Ma uno dei cari compagni 
le parlò con attico accento : 
1265 " O femmina elèa, 

'65" 9 



Laus Vitae non nel Minyeio d'Omero, 

neir ingiocondo Anigro 
che scorre tra il Minthe e il Lapttha, 
bagnasti il fior di tue membra ? „ 

1270 Ridemmo in giovine coro. 
Ella gustar Tattico sale 
non seppe, e scagliò contra noi 
l'ingiuria e i sandali. Allora 
ci ritraemmo, con nari 

1275 occluse, giù per la scala 
di putrido legno. Repente 
brancolò nell'acre 
tenebra ver noi una mano 
ignota. Qual voce d'antico 

1280 sepolcro imprecava per fame 
novella ? Ristemmo, perplessi. 

Al breve bagliore 

scorsero i nostri occhi mortali 

l'eterna tartarea faccia 

1285 d'Atropo che taglia lo stame, 
dell'inevitabile Mira ? 
Sparvero l'inganno dell'ora 
presente, l'angustia del luogo, 
il turpe clamore degli ebri ; 

1290 e tutti i secoli muti 

che avean travagliato quel volto, 
incanutito quel crine, 
sfatto quella bocca vorace, 
smunto quel seno infecondo, 

-66- 



1295 curvato quel dorso di belva, LausVitae 

scarnito quell'avida branca, 

sepolto nell'orbita cava 

quell'occhio ancor semivivo 

senza cigli ingombro di sanie 
1300 e lacrimoso di sangue, 

i millenni! d'onta e di lutto 

oppressero il cuor mio vivente. 

E l'anima mia nel mio cuore 
tremò d'infinita tristezza, 
1305 come innanzi all'aspetto senile 
d'una già, cognita gente, 
di sùbito apparsomi in fondo 
al funebre specchio dei tempi. 
Ma risero i cari compagni. _ , 

e «« . <. • ° La dramma 

13x0 o nell artiglio proteso 

dalla famelica Ièna 

io posi ridendo una dramma. 

Mormorò ella parole 

buie tra le vacue gencive 
1315 con la sua voce di tomba. 

La grande sua bianca criniera 

si dileguò nella notte. 

E noi scendemmo la scala 

di putrido legno. Cedette 
1320 un de' gradi all'urto del piede, 

s'infranse con gemito. Oh dolce, 

dalla soglia del lupanare, 

mirar le vergini stelle! 

^ 67^ 



Laus Vitac E disse un de' cari compagni 

132 5 tornando alla nave ancorata : 

" Aedo, tu désti la dramma 

a Elena figlia del Cigno, La vecchiezza 

che fatta è serva millenne * Elena 

d'una meretrice di Pirgo. „ 
*33° Vidi il pastor frigio su V Ida 

pascere col flauto l'armento 

all'ombra dei pini chiomosi, 

innanzi che in talamo eburno 

ei s'avesse Elena di Sparta. 
l 335 E disse il compagno 1 H L'estremo 

Eroe cui ella soggiacque 

nomavasi, come l'idèo 

rapitor suo primo, Alessandro. 

Su quella zona terrestre 
1340 che si protende arenosa 

tra il Mediterraneo Mare 

e il Mareotide Lago, 

il giovine Eroe la premette ; 

e fu la lor prole Alessandria. „ 

1345 Alessandria! Alessandria! 

La forza la gioia la gloria 

del trionfatore d'imperi 

e il van balbettìo faticoso 

del calvo grammatico! Io dissi 
1350 meco : " Se ancóra l'impronta 

dei lombi divini rimane 

laggiù nella sabbia palustre, 

-68- 



io andrò andrò adorante. „ Laus Vftac 

Parlava la voce del sogno. 
X Z55 u Votò l'Eroe la sua vasta 

coppa. Meditò taciturno. 

Votare la coppa ei soleva 

dopo sovrumane fatiche. 

Da lui stanco il vino traeva 
1360 una onniveggente potenza. 

Ei vide le Forze immortali 

salir dalla terra e dal ponto. 

Tra il Mediterraneo e il Lago 

segnò taciturno le sorti 
l 3"5 della Città nascitura. 

I Continenti oscurati 

eran sotto l'ombra degli alti 

pensieri. Ei vedea la ricchezza 

dei regni versarsi infinita n Macedone e 

I37O SU l'Arcipelago azzurro, la Tindaride 

dalla Città nascitura 

come da corno inesausto. 

E vennegli Elena per l'acque 

dai lidi argivi incurvati 
l 375 secondo la forma del labbro 

ledèo ; sorridendo gli venne 

Elena di Sparta che Achille 

bramò ; venne a lui col nepente 

la bianca Tindaride; venne 
1380 recando nel cinto il profumo 

dell'Eliade caro al signore 

^69" 



Laus Vitae dell* Asia. E il Macedone scosse 

la figlia di Zeus nudata 
su le fondamenta fatali. 
1385 E fu quegli l'es tremo 
Eroe cui ella soggiacque. 

Poi fu polluta per notti 

e notti, tra il sangue e l'incendio, 

dai centurioni di Roma, 

1390 premuta fu sotto le squamme 
delle loriche pesanti. 
Punsero l'ispide barbe 
la sua mammella rotonda 
che dava la forma alle coppe 

1395 d'avorio pei conviti 

dei re. Nel suo ventre convulso 
ruggire s'udì la lussuria 
come rombo in conca marina. 
Da sola ella fu la suburra 

1400 aperta all'esercito in foia. 
Fu manomessa dai servi, 
dai ladroni, dagli omicidi, 
dai profanatori di tombe, 
dai mercenari! fuggiaschi. 

1405 Calpesta in polvere e in fango, 
lambì con la lingua lasciva 
le calcagna dei violenti. 

Soffiò dovunque il suo fiato 
come insanabile peste. 

* 70* 



1410 Accrebbe i nomi del vizio. Laus Vitae 

Fece innumerevoli i nomi 

e i modi, maestra di spintrie 

pei Cesari enfii di murene 

e roscidi di purulenza. 
1415 Vecchia d'indicibil vecchiezza, 

tentò se le mille sue rughe 

servir potessero a qualche 

più mostruosa lascivia; 

ma, come in solchi di sabbia 
1420 sol cresce la crambe marina, 

crebbevi sol la vergogna. 

E fu di postriboli cencio, L ' oItima onta 

nettò dai vòmiti i letti, 

gittò nel rigagno del vico 
1425 le rosse urine e lo sterco, 

spezzò il suo ultimo dente 

per rodere gli ossi ed i tozzi 

contesi alla cagna scabbiosa. 

Or tu la vedesti alla porta 
1430 di quella femmina elèa, 

crinita di grande canizie. 

Fu sua sapienza la frode, 

sudore di opere infami 

ne' secoli fu suo lavacro ; 
14 3 5 e tuttavia biancheggiare 

or noi la vedemmo nell'ombra ! 

Come neve su volutabro 

sta su lei la grande canizie: 

'71' 



Laus Vitx attonito l'occhio la mira. 

1440 Ahi fior di bianchezza sublime 
che alle Scee mirarono i Vegli! 
Aedo, tu désti la dramma 
a Elena figlia del Cigno. „ 
Così, questo sogno sognando 
1445 neiramarissimo cuore, 

tornammo alla nave ancorata. 
E poi ci colcammo sul ponte, 
il sonno invocammo dall'Orse. 
Tal fu la notte di Patre. 



L fiato degli uomini vili 
fuggimmo, l'odore e il clamore 
degli Efimeri imbelli 

che quivi apparivano come 

la lebbra sul sen di Afrodite, 
l 455 la stupidità su la fronte 

di Pallade, negli occhi 

di Febo la sanie cruenta. 

O vigne immense eguali, 

pascoli d'api, coi verdi 
1460 pampini illanguiditi 

dall'aridità presso il mare 

ceruleo dove Zacinto 

ignuda natava in silenzio 

come la sirena delusa 
1465 che virtù non ebbe d'attrarre 

ai carmi la nave d'Ulisse ! 

" 72 " 




grappoli sparsi in su l'aie -Laus Vitae 

quadrate per cuocersi al sole, 
densi e violacei come 
1470 il crine sul collo di Saffo ! 

Cipresso, e parvemi allora 

soltanto conoscer la tua ì{ cipresso 

meditabonda bellezza, e Tolean- 

commisto al palmite ricco, dro 

1475 sul fianco dei colli silenti, 

su le correnti dell'acque, 

in contro al zaffiro sublime 

dei monti creati alle soglie 

dell'aria dal flauto di Pan! 
14 8 o Oleandro, e allora t'elessi 

in riva ai ruscelli fiorito 

per inghirlandar la mia Musa 

che ama danzare e lottare, 

che tratta l'incudine e il sistro, 
1485 che onora la grazia e la forza, 

che loda il pastore e l'eroe ; 

t'elessi, Oleandro, ti colsi 

per redimir le mie tempie 

di rose e d'alloro in un ramo. 
1490 Non mai parso m'eri sì bello ! 

E un altro da me canto avrai. 

Peregrinammo da Patre 
alla città santa d'Olimpia, 
al tempio di Zeus Cronide, 

" 73 ' 10 



Laus Vitae con chiusa l'offerta nel cuore. 

E tacita era la via ; 
e il Sole inclinavasi all'onda 
occidua, con riaccesa 
divinità. Elio nomato 

1500 per noi, Elio d'Eurifaessa. 
Ed eramo senza parola, 
tacenti, ma d'una celeste 
melodia pieni il petto 
mortale. E talora dai monti 

1505 aerei venivan messaggi 

per l'aere; e noi tendevamo 
l'orecchio, attoniti, ai suoni 
di Pan, Disse un de' cari 
compagni ♦ " Nel plenilunio 

1510 che segue il solstizio d'estate 
la Festa ha principio. „ S'udiva 
dietro a noi fragore di carri. 

E d'improvviso tutta 

la valle echeggiò di fragore 

1515 come d'un empito d'acque 
irrompenti da cataratte 
aperte su l'Elide. E il grido 
umano e il nitrito anelante 
squillavano sopra il fragore. 

1520 ** Per vincere vincere vincere ! „ 
E ci volgemmo. E vedemmo 
tra nembi di splendida polve 
una moltitudine immensa 



74 



d'uomini, di cavalli, Laus Viti 

1525 di carri condotta da mille 

Vittorie che armavano il cielo 

d'un fremito aquileo, nube 

di penne di pepli di chiome 

impetuosa volante 
1530 in aura di giovinezza. 

44 Per vincere vincere vincere! „ 

E tutto il Peloponneso 

tremò come foglia di gelso. 

Era su la via santa 
l 535 la forza dell'Eliade, mossa 

da un ramo d'ulivo selvaggio! 

Era il fior della stirpe 

quadruplice, la concorde 

e discorde anima ellèna 
t540 protesa verso il serto 

leggiere d'ulivo selvaggio! 

Ionii e Dorii, Eolii ed Achei, 

il sangue d'Atene di Sparta 

di Tebe d'Elice d'Ege; 
1545 le genti insulari di Nasso 

di Sèrifo d'Andro, di tutte 

le Cicladi ; e i potenti 

di terra lontana, i tiranni 

sicelii, i re di Cirene, 
1550 i grandi oligarchi 

delle città di Tessaglia 

e quei di Metaponto di Velia 

'75' 



Laus Vhae di Sibari di Posidonia 

ambivan l'ulivo selvaggio! 

1555 E gli alti carri dipinti 

recavan le offerte votive: 

le decime tolte al bottino, 

le arche di cedro e d'avorio, 

le tavole i tripodi i vasi 
1560 le lampade d'oro e d'argento, 

i tori e i cavalli di bronzo, 

i rudi colossi di pietra 

avvolti in lini trapunti, 

e le spugne il nitro la cera 
1565 la pece gli aròmati gli olii. 

E tutti, città, re, strateghi, 

atleti, sacravan le offerte 

per vincere o per aver vinto 

nello stadio o in pugna campale. 
1570 Gli Eretrii i Sicionii i Messemi 

grondavano ancora di sangue. 

Le prede raccolte a Platèa 

eran fuse in un simulacro. 

La strage l'onta il servaggio 
x 575 f* c ^ an trionfali i metalli. 

O Temistocle insonne, Temistocle 

del gran Laertiade alunno, 
spada battuta a freddo, 
noi ti vedemmo sul carro 
1580 che Atene ti diede, ben saldo 

* 76* 



come su trireme rostrata; Laus Vitac 

e in te l'acuto sorriso 

era qual tempra nel ferro. 

E te, Pericle, anche vedemmo, Pericle 
1585 o artefice della saggezza, 

te nato d'occulta sirena 

e di colui che a Mf cale 

fu vincitore nel nome 

d'Ebe giovinetta ridente; 
1590 te anche vedemmo, che avevi 

nel gesto nel passo nel verbo 

nella cesarie ornata 

l'ordine divino onde fulge 

la pura colonna 
1595 nei Propilèi di Mneskle, 

nel Partenone d'Ictìno. 

Ma Alcibiade, lo snello Alcibiade 

pantère versicolore 

che Dioniso amico 
1600 eccita col batter del piede, 

l'auriga che al carro dall'asse 

d'oro agitava i cavalli 

più rapidi, chiamammo 

per nome. Grandissime offerte 
1605 ei seco recava, ricchezze 

insigni, per dare 

per dar grandemente. Io gli chiesi : 

" E alla Vita che tanto 

ti diede, or tu che darai? ,, 

"77" 



Laus Vitae u Darò la mia statua scolpita 

dalle mie mani.,, " E qual gioia 
ti parve più fiera ? „ " La gioia 
d'abbattere il limite alzato. „ 
" Qual fu il tuo buon dèmone ? „ u II rischio, 
16x5 il rischio dagli occhi irretorti, „ 

" La buona virtù ? „ u Il pie leggero, 
Ospite, il mio pie leggero ! „ 

E gli strateghi i navarchi 

gli arconti passavano in carri 
1620 dall'aureo timone, e i cantori 

i sapienti gli alunni 

di Clio gli artefici esperti 

di tutte le forme, coloro 

che foggiavan la sorte 
1625 d'un popolo vivo, coloro 

che animavan l'umida argilla 

col pollice nudo, coloro 

che trasfiguravan gli aspetti 

dell'Essere con l'eloquenza, 
1630 E vedemmo Erodoto 

dagli occhi d'intento fanciullo, 

che seco recava al consesso 

dell'Eliade i rotoli gravi 

ài gloria come i ilari 
1635 son pregni di miele. Vedemmo 

Ippia e Gorgia, vedemmo 

Demostene Isocrate Lisia; 

invocammo Pindaro invano. 

-78- 



Ma splendean come astri nell'etra, Laus Vitae 

1640 come le Pleiadi e l'Orsa, 

nella moltitudine immensa 

quattordici atleti. Il fulgore 

dei sette e sette epinicii 

ardea nell'eroico sangue. 
1645 Perpetuavasi il ritmo 

dell'olimpica Ode 

nei polsi del pugile. L'ala 

della triade sagliente 

armava i mallèoli certi 
1650 al corritore del lungo 

stadio. Ecco il bello Efarmosto 

d'Opunte, Ergo téle d'Imera, 

Psaumida di Camarina. 

Ecco Agesia Siracusano 
1655 della profetica gente 

iamìde, Ói Sòstrate prole. 

Ecco Alcimedonte egineta, 

d'Egina dai grandi navigli, 

della blepsiade gente. 

1660 E d'improvviso apparve 

flammeo di porpora eoa, Pindaro 

pari a inestinguibile vampa, 

nella moltitudine solo, 

più solo dell'aquila a sommo 
1665 del monte, il monarca degli Inni» 

"Aquila, aquila,, io dissi 

" onde torni sì radiante? 



79 



,aus Vitae M'odi ! Rispondi! Per gli astri, 

pei vulcani, pei lampi, 
1670 per le meteore, per tutto 

ciò che arde, per la sete 

del Deserto e il sale del Mare, 

odimi, volgiti alP ansia 

pedestre. Ch'io senta il tuo sguardo 
1675 e il tuo grido fendermi il petto ! 

Aquila, onde vieni?,, "Dal Sole. 

Battei Tali su la cervice 

del suo corsiere più bianco 

per affrettar la sua corsa 
1680 all'ultimo Vertice azzurro. „ 

VII. 

ON templi non are non tombe 
non statue votive, non greggi 
di vittime, non teorie 

solenni lunghesso il Pecile, 
1685 n c ti coro dei bronzei fanciulli 

sacrato al dio da Messana 

né l'opra di Càlami offerta 

da Agrigento, né il toro 

degli Eretrii, né la Vittoria 
1690 diNaupatto ammirammo 

giungendo ai piedi del Cronio 

pinifero; ma una bellezza 

virginea come un canto La valle 

partènio, diffusa sacfa 

1695 nella placida sera, 

'80- 




c'indusse una sùbita pace Laus Vita? 

nel cuore, e il tumulto si tacque. 
E sol riudimmo vegnente 
1700 dai gioghi d'Arcadia il messaggio 
di Pan che conduce 
ne' tempi il Ritorno eternale. 

Arcadi monti, alpe d'Acaia, 

messenie cime, o chiostra 
1705 della valle sacra, 

vivere mi sembraste 

voi contenendo la voce 

della placida sera, 

vivere come i seni 
1710 delle vergini intatte 

che cantano il canto partènio ! 

Un melodioso respiro 

parea muovere i grandi 

lineamenti all'intorno 
1715 e, come per una bocca 

dischiusa, il visibile suono 

volgersi al ciparissio golfo 

in figura di fiume 

declive e l' Alfeo violento 
1720 inebriato d'amore 

con Aretusa giacersi 

quivi in sul medesimo letto 

obliando il corso rapace. 

Eternità del Canto ! 

"81* n 



LausVitae Concava tutta la valle 

1725 come la testudine d'Erme, 
d'innumerabili corde 
fatta immensa, cantava 
ancóra il calimi co inno 
ai Giovini vittoriosi. 

*73° La lotta delFinvide stirpi 
placavasi nella bellezza. 
Nell'armonia numerosa 
posava la rapida forza. 
L'orma dei cursori 

l 735 avea la forma del plettro. 
Il disco lanciato 
cangiavasi in ala robusta. 
Il pentatlo e il pancrazio 
erano i fulcri dell'Ode, 

1740 come il tripode solido regge 
lo spirto prenuncio dei fati. 
u O Eliade „ io dissi " il tuo Coro 
è più delle stelle perenne! „ 

E, poi che al Cronio la notte 
1745 gemmò di stelle la fronte, 
solo discesi là dove 
il Clàdeo breve si mesce 
all'Alfeo tortuoso, 
verso le pietre infrante 
1750 che mute dormivan sul suolo 
augusto, simili a torme 
di atleti dalle bianche 



82 



clamidi nella vigilia Laus Vitae 

dei Giuochi sotto il plenilunio 
1755 d'ecatombeone giacenti. 

Quasi un baglior d'occhi insonni 

parea palpitar nelle moli 

dissepolte; e d'orrore 

tremavami l'anima in petto, 
1760 andando, che toccar temea 

col piede incauto la vita 

eroica meditante 

al conspetto degli astri 

lo sforzo per l'alba ventura. 

1765 Tra le mozze colonne 

del tempio di Era m'apparve 

la tavola d'oro e d'avorio 

opra del sottile Colòte t 

ove gli Ellanodici 
1770 ponean le corone d'ulivo 

selvaggio. Alle nari 

mi giunse l'odor delle calde 

ceneri sacrificali 

che faceano un tumulo ingente. 
1775 Vestito di lino era il mio 

silenzio. Giammai nei perigli 

l'anima mia s'era armata 

di sì vigile ardire 

come in quell'ora di sogni 
1780 tra quelle notturne ruine; 

ma quasi un marmoreo rigore 

"83- 



,aus Vitae parea m'occupasse la carne 

mortale. Guardai le mie mani 
ignude e di pallido marmo 
l 7^5 * e cono ^ a ^ lume del cielo. 

E l'ambiguità della morte 

e della vita, fra i templi % 

abbattuti, fra i dubii 

aliti, fra i sogni creati 
1790 e distrutti, fra le parvenze 

intermesse, mi fece 

immobile innanzi alle accolte 

ceneri delle ecatombi \ 

che insanguinato aveano Tara 
l 795 ^ Zeus nelle remote 

olimpiadi e nudrito 

il suo inesplebile fuoco. 

44 O Zeus, Tiranno più grande, Preghiera al 

sei dunque caduto per sempre ? Cronìde 

1800 Te sire di tutte le voci 

terribili il grido iterato 

dalla scitica rupe 

sconvolse ? Lo scaltro ti vinse, 

che il muscolo e l'adipe ascosi 
1805 avea nella pelle del toro 

per sottrarre l'ostia al Potente ? 

Gli Efimeri onorano il càuto 
Ribelle, obliosi del tuo 
Ordine puro che solo 

'84" 



1810 generò l'Universo ! LausVitae 

La piaga che sanguina e pute 

nell'egro fegato, sotto 

il rostro del vùlture adunco, 

ai lamentevoli figli 
1815 del Rimorso e della Paura 

la piaga la piaga stridente 

ahi più venerabile sembra 

che la solitaria tua fronte 

onde balzò Tunica nata 
1820 Pallade Atena dagli occhi 

chiari vergine prode 

artefice meditabonda 

patrona dei vertici forti 

nemica del cieco tumulto 
1825 lucida regolatrice 

del combattimento ordinato 

che reca al sicuro trionfo ! 

L'odor della carne corrotta, 

del sudore anelo, 
1830 della febbre, dell'agonia, 

della putredine ha vinto 

l'ambrosia della tua chioma 

su' tuoi grandi pensieri 

ondeggiante, o Generatore 
1835 incorruttibile. E i servi, 

i liberati servi 

inclini al sentier consueto 

del fango, che ne' lor cuori 

-85- 



Laus Vitae ignavi agognan pur sempre 

1840 il servaggio, scagliano contro 
a te la saliva e l'ingiuria. 
E il lor fiato perverso 
appesta fin l'aer montano 
intorno alla scitica rupe 
1845 onde il tuo Nemico furace 
nauseato vomisce 
su loro. E TOceano lava 
la graveolente lordura. 

O Zeus, padre del Giorno 

1850 sereno, quanto più bello 
del vincolato ululante 
Giapètide parveti il monte 
silenzioso, di vaste 
vertebre, fresco di polle 

1855 invisibili, aulente 

d'inespugnabili fiori ! 
Numerava il piagato 
con rauca voce i tuoi molti 
delitti; e tu sorridevi, 

1860 nella tua superbia, più puro 
dell'aerea rugiada 
però che ciascun tuo desio 
si mirasse perfetto 
nell'atto e ciascuna tua stilla 

1865 di sangue fosse un'eterna 

volontà protesa a un supremo 
Ordine e sol d'armonia 



86 



si nudrisse la creatrice Laus Vitae 

tua gioia, d'aurora in aurora. 

1870 Zeus, se più bella ti parve 

dell' Uom vincolato la rupe 

alta silente nell'etra, 

più bella dell'Uom crocifisso 

è la croce, segno del Fuoco 
1875 primiero ch'espressero gli Arii 

dal ramo duplice attrito. 

Deposto il cadavere molle 

fu di sul segno infamato; 

ma i cinerei servi 
1880 moltiplicarono il tristo 

simulacro in tutte le vie 

della Terra ove i carri 

falciferi della Potenza 

profondato aveano le rote ' 
1885 sonore e le falci corusche 

nel carname dei vinti. 

O Zeus, o Zeus, t'invoco. 

Risvegliati, afferra il domani ! 

La fiamma Urania ti sia 
1890 vomere a solcare la Notte. 

Travaglia travaglia la Notte, 
o Re folgorante ! Sovverti 
la tenebra ! Fendi il pallore ! 
Tu solo mondare la Terra 
1895 dal cumulato escremento 

^87^ 



,aus Vitae puoi, come la noce dal mallo 

se per la tua grandezza, 
è come la stilla di latte 
espressa dal fico immaturo 
1900 Galassia che immensa biancheggia. 
O Zeus, Tiranno più grande, 
tu carico di delitti 
e d' oltraggi, ingombro di prede, 
tu solo sei l'alta Innocenza. 
1905 Risollevar Olimpo 

e poi risorridi alla Terra. 
E, come a sua donna l'amato 
offre una cintura più bella, 
rinnova per lei l'orizzonte 
1910 cui volgere io possa la prora 

scolpita cantando il mio canto ! ,, 

Così pregai nel mio cuore 

notturno, fra i dischi 

delle colonne atterrate 
1915 che un dì avean chiuso il portento 

fidiaco. u Fidia figliuolo 

di Carmide ateniese 

m fece. ,, E, come il tremante 

artefice innanzi al compiuto 
1920 simulacro, attesi nel tuono 

il consentimento divino. 

Ma silenzioso fu il cenno 

del dio che vivea nel mio petto 

e nella olimpica notte. 

-88- 



1925 E della notte remota Laus Viti 

sovvennemi, del giovinetto 

deliro che s'ebbe i due doni 

da Libero e da Citerea, 

il tumido grappolo e il seno 
1930 femineo, quando 

laggiù su Tincude celeste 

sfavillava il cuor del titano. 

E dissi : u O Zeus, tu anche 

tu anche mandami un segno 
1935 su le vie della Terra. 

Per togliere tutti i miei beni, 

per cogliere tutti i miei pomi, 

improbe fatiche sopporto, 

mostri multiformi combatto 
1940 che mi precludono i varchi, 

ma più terribili quelli, 

ahi, ch'entro me di repente 

insorgono dalle profonde 

oscurità dove torpe 
1945 il fango delle geniture ! „ 

E, movendo i passi per Y Alti, 

scorgere parvemi l'ombra 

dell'indovino di Zeus, 

il responso udire improvviso : Il responso 

1950 " Combattere e vincere i mostri 

non ti varrà su la Tèrra 

se trasfigurarli non sai, 

Aedo, in fanciulli divini. „ 

'$9' n 



Zeus 



LausVit* E i campani d' un gregge 

1955 sonavan tra i marmi abbattuti. 

Subitamente si tacque 

in me l'audace tumulto, 

come se la preghiera 

accolta mi fosse e compiuto 
i960 il desiderio e mutato 

già, l'orizzonte in cintura 

più bella e mondata la Terra 

e disvelata la faccia 

di Pan che conduce 
1965 nei tempi il Ritorno eternale. M dono * 

ti un fanciullo pastore 

m'apparve, il pastore del gregge : 

simile a riflesso di stella 

in tremule acque m'apparve 
1970 il puerile sorriso. 

Al lume dei cieli 

biancheggiar vidi i suoi denti 

puri nel saluto venusto j 

sentii la rugiada cadere. 

l 975 Volto avea Boote l'obliquo 

timon del plaustro fra i Trioni. 

Sì lucida era la notte 

che gli arbori su le colline 

leggiere di là dall' Alfeo 
1980 segnavano l'ombre 

visibili. Tanto era dolce 

il lineamento dei gioghi 

* 90 " 



che parea, come il fiume, Laus Vitae 

continuamente fluire. 
1985 Giaceva sul dorico tempio 

il gregge lanoso ; 

gli umili velli ed i marmi 

augusti in tepore spirante 

parean convivere. Tutto 
iQoo era plenitudine e pace : 

non morte, non ruina t 

armonia di forme perfette, 

concordia del Coro infinito. 

Necessità, come Furto 
1995 del pie nella danza tu eri ! 

Su l'erba colcato il pastore 

poggiava il florido capo 

al tronco d'un platano. E quivi 

io vigile stetti al suo fianco 

in silenzio. Ed eramo volti 

ai monti d'Arcadia, all' indizio 

del dì nascituro. E il fanciullo 

mordeva mentastro odoroso, 

scendendogli il fiore del sonno 
2005 su' cigli virginei. Caddegli 

il ramicello selvaggio 

dalla bocca aulente che al fiato 

eguale si schiuse. La valle 

parve tutta allora una cuna 
2010 divina per quella innocenza. 

Vidi su i vertici l'Alba 

' 91 ' 



2000 




Laus Vitae avvolgere al pie della Notte 

il lembo del suo primo velo. 

D'amore tremai come s'ella 

2 ot5 ver me si piegasse e dicesse : 

" O tu che m'attendi, io ti cerco ! „ 

VIII._ 

LBA apparita dal sacro 
Cilene, il mio canto novello 
salire a te non si ardisce; 
2020 ma tu risplendi per sempre E*» 

su le mie sorti guerriere 

freschissima confortatrice! 

Da te beve come da un fonte 

l'arsura della battaglia. 
2 ° 2 5 Stendere tu suoli il tuo velo 

su la mia febbre animosa. 

Ti guardo allor che il periglio 

è presente, ti guardo 

allor che mi stringe il dolore, 
2 °3° ti guardo allor che m'accingo 

a scuotere l'anima mia 

come arbore troppo gravato 

di frutti maturi, 

e dico i u II mio giorno incomincia „ 
2 °35 con ineffabile gaudio 

entro me udendo il respiro 

lene del divino fanciullo. 

Lui sotto il platano, ancora 
^92" 



dormente, lasciai tra il suo gregge Laus Vitae 

2040 nell'Alti. E come dal cavo 

còrtice sgorga la copia 

del miele e liquida cola 

giù pel tronco insino alla ceppa : 

la flava ricchezza adunata 
2045 dall'api sembra una gomma 

pingue che gema dal cuore 

dell'arbore, dono agli umani t 

così la sua grazia facea 

ricco il platano sterile 
2050 e quasi apparia stirpe d'oro 

prodotta co' i rami e le frondi 

naturalmente alla luce. 

Tacito partìimi, nudato 

i piedi, per mezzo la bianca 
2 °55 strage dei marmi, scendendo 

a riva. E la veste di lino 

erami grave. Mi scinsi. 

Palpitai nell'aere chiaro. 

Con qual grido in me riconobbi 
2060 l'antica natura dell' acqua 

scagliandomi nella corrente 

del mitico Alfeo ! 

Correva quel fiume in gran letto L'Alfeo 

ghiaioso ardente consparso 
2065 di platani di tamerici 

d'oleandri selvaggi ; 

e le cicale col canto 



'93' 



Laus Vitae e col susurro le frondi 

accompagnavano il croscio 
2070 robusto del rapitore» 

u Io Arethusa, io Arethusa ! „ 
Agili guizzavan nel gelo 
i muscoli, air impeto avverso 
resistendo; ma d'improvviso 
2075 P er tutta la carne un'azzurra 
fluidità mi ricorse 
e i muscoli furon su Tossa 
come i fili dell' acqua 
turgidi contra le selci. 

2080 E non più lottar volle il corpo 
a nuoto ma cedere tutto 
alla rapina sonora, 
ma essere quella rapina, 
ma perdere il limite umano, 

2085 espandersi fino all' alpestre 
origine, correre a valle 
dal monte, ritorcersi in lunghi 
meandri, polire le rupi, 
l'erbe inclinare, i campi 

2090 rodere, scalzar le radici, 

detergere il gregge, di schiume 
fervere, tingersi di cielo, 
splendere di raggi, gonfiarsi 
di tributi limosi, 

2095 il limo deporre, chiarirsi 
com'aere gelido, in ogni 

'94' 



goccia crescere ìmpeto e brama, Laus Vitae 

contro il Mar che agguaglia afforzarsi 
di rapidità, fiume eterno 
2100 persistere nelf amarezza. 

" O Alfeo d' Aretusa, più vaste 

correnti solcan le valli 

terrestri, il Tànai estremo 

dirime innumere stirpi, 
2105 termine d'imperi è il profondo 

Istro, il settemplice Nilo 

trasmuta le arene in immense 

biade e specchia ardui sepolcri. 

Ma sol tu sei regnatore 
2tio nel mito, bel re cristallino! 

I più grandi beve per sempre 

T inevitabile ponto. 

Morte informe in pèlaghi estingue 

tanta forza irrigua. Tu solo, 
2115 vena d'amore immortale 

palpitante nelf amarezza, 

tu solo persisti e trascorri, 

puro qual nascesti dal fonte, 

al segno del tuo desiderio 
2120 lontano. O Alfeo d' Aretusa, 

ch'io sia come te nel mio mare! „ 

Mi mossi allora, temprato 
dal limpido gelo, mi mossi 
ai dissepolti simulacri 

"95" 



Laus Vitae che il triste ricovero chiude. 

Pio pellegrino, le rose 

del laurigero oleandro 

e il fior violetto dell' agno' 

casto io colsi tra le ruine. 
2x30 Tutta la valle ardeva 

di fiamma cenila, e il canto 

delle cicale era come 

il suono del foco celeste, 

talor come il crepito chiaro 
2135 degli arbusti arsi, dei fumanti 

aròmati. La magra terra 

fumava ed auliva d'incensi 

come il sommo dell'ara. 

La cenere delle ecatombi 
2 140 svegliarsi pareva in faville. 

Tintinno di tetracordi 

era il vento etesio nei pini. 

O Ippodàmia, nel rotto Ippodàmia 

fronte del Tèmpio giacente, 
2x45 io vidi te sola 

tra Pelope e i quattro cavalli, 

orrendo virgineo silenzio 

chiuso nella gravezza 

del dorico peplo. Constretta 
2150 nelle pieghe rigide come 

nelle ferree dita del Fato 

eri, o figlia d' Enomào. 

Ma il pensier tuo, sotto i folti 

'96- 



riccioli simili alle uve Laus Vitae 

2155 della bimare Corinto 

mèta alla corsa fatale, 

immobile vivea 

nel flammeo soffio dei quattro 

corsieri già. pronti col carro. 
2160 E non ebbe il Cillene 

non il Taigeto un abisso 

terribile come il tuo grembo 

intatto che Pelope amava. 

Perché di sùbito amore 
2165 anch'io t'amai, genitrice 

d'Atreo? Perché nella memoria 

mi giganteggia il tuo peplo 

simile alla scorza d'un mondo ? 

L'imagine in te ritrovai 
2170 della perigliosa Bellezza 

che di sé m'accese e m'accende, 

virginea nel rigore 

del suo vestimento ordinato, 

urna di tutti i mali, 
2175 profondità di dolore 

e di colpa, remota 

cagione di lutti infiniti, 

funesto silenzio ove rugge 

ebro di lussuria e di strage 
2180 l'umano mostro nudrito 

d'inganni pe'l labirinto 

dei tempi. L'aspetto sublime 

" 97 " J3 



Laus Vit* dell'Ombra cui l'arte m'è fisa 

in te raffiguro, Ippodàmia. 

2185 Tra l'eroe preparato 
e la fremente quadriga 
tu stai, piena il fianco regale 
di fertilità spaventosa, 
guatando la via dove spenti 

2190 caddero sotto le ruote 
dei carri i tuoi chieditorc 
E il tuo padre in segreto ha fame 
di te $ e il Tantalide è certo 
di premerti, al tramonto 

2195 del sole, nudata e superba 
sopra le sue pelli di belve. 
E tu sei vergine ancóra; 
la tua cintura ti cinge 
di sopra il ventre velato, 

2200 come il cerchio tacito gira 
a sommo del gorgo. 
Ma Tieste e Atreo nascituri 
e la cruenta progenie 
e il peso carnai dei delitti 

2205 già, t'affaticano il grembo» 

E dalla tua bianchezza, 
immobile, o Statua sculta 
pel fronte sereno del Tempio, 
erompe il furor degli Atridi, 
2210 propagansi l'odio fraterno 

-98- 



e la libidine incesta Laus Vit« 

e l'ebrietà dell'eccidio 

e i singulti e gli ululi e i lagni 

che trae dalle fauci umane 
2215 la cieca percossa del Fato. 

O Ippodàmia, e lungi 

alla tempesta dei mali 

nella dolce luce un divino 

cigno canta il suo giovenile 
2220 inno verso la Morte. 

" Recate i canestri! Versate 

sul fuoco l'orzo lustrale! 

Conducete vittima all'ara 

me trionfatrice dell'alta 
2225 Ilio! Coronatemi il capo! 

All'Eliade io do la mia vita.,, 

Chi dunque canta? La stirpe 

di Pelope, Ifigenia, 

l'Atride cara ad Achille, 
2230 ebra 61 gloria, futura 

luce dell'Eliade, innanzi 

alla moltitudine in arme, 

andando pel florido prato 

verso il bosco sacro 
2235 d'Artemide. " Per la mia patria 

e per tutta l'Eliade io muoio! 

Ma degli Argivi alcun non mi tocchi. 

Tenderò la gola in silenzio. „ 

Ed Achille, preso il canestro, 

'99" 



Laus Vitae tolta l'acqua, circa l'altare 

corre invocando la dea 
per le navi e per l'aste. 
Rapisce la dea, sotto il ferro 
del sacrificatore, 
2245 la vergine intatta. Prodigio! 
Su l'altare palpita occisa 
la grande cerva montana. 

In alto, per l'incolpato Etra, 
per la via de' venti e degli astri, 

2250 la suora d' Apolline reca 
nelle candide braccia 
la nata del sangue d' Atreo, 
o Ippodàmia, lei dormiente 
adagia su i gradi del tempio 

2255 tàurico fatta più bella 1 

Tal, figlia d'Enomao, che stai 
tra l'eroe preparato 
e i quattro corsieri anelanti, 
videro i miei occhi novelli 

2260 illuminarsi l'antico 

mistero cui veste il tuo peplo. 
Un'armonia inaudita 
congiunse allora nel sogno 
la rigidità del tuo marmo 

2265 alla flessibile forza 

in me viva; e sorsero accordi 

senza numero belli 

tra i miei spirti e i miti divini. 

- 100 ' 



Ma la parola dell'uomo Laus Vitae 

2270 è tarda in seguir dagli abissi 

ai vertici l'avvolgimento 

dell'anima alata. 

Espressa in ardore di suoni 

non ho la figura che nutro 
2275 della mia midolla più forte, 

o Statua s eulta pel fronte 

sereno del Tèmpio, 

né detto perché la tua fredda 

pietra si muti ai miei occhi 
2280 nella sostanza infiammata 

cui l'arte mia teme e travaglia. 

Chi mai dunque sotto il velame 

scoprirà l'imagine ascosa? 

Forse colui che, esperto 
2285 e vigile, ode in un soffio 

del vento rivivere i morti, 

rigiugnersi le parentele 

obliate, sotto l'incauta 

prole ansare il sen della Terra. 



L'ERMEprassitelèo 

sul fulcro quadrato mi parve 

men virile, quasi fior molle 

di grazia feminea, quasi H Bacchophoro 

desiderabile amàsio, 
2295 andrògina forma venusta, 

poi che saziato mi fui 

- 101- 




Laus Vitae di grandezza, e di lutto. 

Il torace il ventre ed il pube 
non marmo erano ma carne 
2300 cedevole. Il nitido capo 
dai riccioli corti, recline 
verso Dioniso infante, 
nella levità del sorriso 
e dell'ombre era ambiguo 
2305 tra il sogno e la vita, siccome 
quel del pasto r duplice alato 
che guida le anime all'Orco 
e il rapito armento al suo antro. 
Dai ginocchi agli òmeri in ritmi 
2310 leggeri saliva la forza. 

Ma, poi che da banda mi trassi 

e riguardai, la forza 

si palesò nella guisa 

che l'arco allentato si tende. 

2315 I lombi gagliardi, le cosce 
nervose, le reni falcate 
e salde, la cervice 
robusta eran degni del dio 
ena gònio. Gravando 

2320 sul pie manco il peso del corpo 
divino, ei reggeva col braccio 
inflesso il pargolo ignudo. 
Ei giovine assunto alla forma 
perfetta portava il nascente 

2325 germe inteso a spandersi in gioia, 

* 102 - 



a sorgere nella pienezza Laus Vitae 

dell'essere e della potenza. 
Cosi per visibili segni 
raffigurata mi parve 
2330 nel Divenire Eterno 

l'immortalità della Vita. 

" O figlio di Maia „ pregai Preghiera 

" figlio dell'Atlantide Maia a Erme 

dall'affocata faccia, 
2335 che onoro notturna fra gli astri 

Pleiade dai sandali belli 

dal crin di giacinto, che invoco 

fra le sue sorelle celesti, 

odimi, o Criseotarso, 
2340 Amico degli uomini. Scendi 

dal fulcro quadrato, 

armati del pètaso il capo, 

allaccia gli aurei talari 

ai malleoli, teco togli 
2345 la verga di tre rampolli, 

la lunga clamide, l'arpe 

lunata, la borsa capace, 

e vieni tra gli uomini. Sei 

pur sempre il lor nume operoso, 
2350 il dio dal gran cuore, l'artiere 

infallibile. Vieni! 

Udrai e vedrai maraviglie. 

O Agorèo, cui piacque 

- 103 * 



Laus Vitae trattar con volto benigno 

2355 i mercatori in piazza, 

solleciti intorno alle biade 
deir Attica magra, la Terra 
è oggi un'agora immensa 
ove non si tendono reti 

2360 di belle parole m a guerra 
si guerreggia furente 
per la ricchezza, e f impero. 
Duci di genti son fatti 
i tuoi mercatori ingegnosi, 

2365 duci inesorabili e insonni 
dal breve motto che scrolla 
cumuli enormi di forza. 
Sul flutto dell'oro 
ondeggian le sorti dei regni. 

2370 Come l'aere l'acqua ed il fuoco, 
fatto è l'oro un periglioso 
elemento che ha i suoi nembi, 
i suoi vortici, le sue vampe. 

O Infaticabile, e sonvi 
2375 terre novelle, agitate 

dall'alito aspro dell'antico 
Ocèano, dove l'umana 
opera è qual rabida febbre. 
Il vento è qual bronzo che squilli, 
2380 il vento è qual riso che rida 
qual gioia che canti 
su la magnificenza e l'onta 



104 



degli atti. Il verbo è una lama Laus Vitae 

aguzzata a duplice taglio. 
2385 La gara, che tu proteggevi 

nelle fulve palestre, 

divora le vie strepitose. 

Gli uomini dalla mascella 

belluina e dal mento 
2390 di selce masticano l'ansia 

qual foglia amara d'alloro. 

La Volontà reca intrecciati 

a sé il Dominio e il Piacere 

come i serpi al tuo cadùcèo. 

2395 L'Istinto è un impeto sagliente, 

un ariete caloroso 

dalle inesauste reni, 

che si precipita sopra 

la vita e l'assale 
2400 e la copre e si la feconda 

reluttante o sommessa. 

Passan talora su le rosse 

città nuvole di speranze, 

quasi tempesta di ali; 
2405 e s'empion d'un rombo gli orecchi 

degli uomini maraviglioso, 

eh' è il rombo degli inni futuri. 

Le mammelle irrigue 

della Tèrra moltiplicarsi 
2410 paiono alla cresciuta 

avidità della prole. 

+ IO5 ' 14 



Laus Vitae II Destino toglie da tutti 

gli spazii i suoi limiti, vinto 
e respinto per sempre 
2415 dalla libertà degli eroi. 

O Macchinatore, e una stirpe 
di ferro, una sorta di schiavi 
foggiata nella sostanza 
lucente de* clipei dell'aste 

2420 degli schinieri, una serva 
moltitudine di Giganti 
impigri obbedisce ai fanciulli 
e alle femmine, meglio 
che su triere veloce 

2 4 2 5 al celeùste la ciurma 
unta di olio d'oliva. 
E non il flauto né il canto 
regola il moto con ritmo 
eguale; ma una potenza 

2430 che non falla, simile al sano 
cuore nel petto dell'uomo, 
pulsa in quelle ossature 
polite e circola in ogni 
membro con giro iterato 

2435 accelerando il lavoro. 

Gran fremito scuote le case. 

M'odi. Il gesto del paziente 
ilota, che trita la spelta 
o il latte agita nel secchio 

" 106 * 



244° ° scardassa le lane, Laus Vitx 

s'immilla ne* ferrei bracci 

nelle ruote dentate 

ne* lunghi cuoi serpentini 

che per girevoli dischi 
2445 trascorrono propagando 

l'impulso ai congegni sottili 

onde l'informe sostanza 

esce trasfigurata 

come da industria sagace 
2450 d'innumerevoli dita, 

O Erme, i telai della lidia 

Aracne diurni e notturni, 

ove come rondini argute 

volavan le spole, 
2 455 travagliano senza canzone 

di vergine e senza lucerna, 

soli in ordin lungo strependo. 

Il sudore d'Efesto, 

su la piastra imposta all'incude 
2460 profuso, è ornai vano, 

o Erme; che nelle fucine, 

come la man puerile 

incide la tenera canna 

o divide le fibre 
2465 del cortice lieve, l'ordigno 

facile taglia distende 

assottiglia fora contorce 

per mille guise il metallo 

107 " 



Laus Vit* ammassato in solidi pani. 

2470 Odimi, o Inventore. 

E i magli, i magli più vasti 
delle rupi che il lacertoso 
Ciclope scagliò contra Ulisse 
tuo caro, invisibile pugno 

2475 solleva e precipita in ritmo 
agevolmente come 
il fanciullo manda e ribatte 
volubile palla per gioco. 

Gioco di fanciullo era a poppa 

2480 del nautico pino il chenisco, 
f anitrella scolpita 
nella curva trave spalmata 
perché galleggiasse in eterno. 
O Erme, nave catafratta 

2485 or galleggia e naviga senza 
vele né remi. Discende 
pel pendio dello scalo 
nel mare compagine eccelsa 
come cittadella munita, 

2490 corbame e fasciame di ferro 
testudinato di piastra 
a martello più salda 
che orbe di settemplice scudo. 
Gran torri soperchiano il vallo. 

2495 La carena ha un cuore di fuoco 
onde creasi la propulsante 
virtù dell'ali marine 



108 



che tùrbman sotto la poppa Laus Vit* 

tra ruota e timone sommerse. 

2500 Atto alla guerra e alla pace, 

minaccioso d'armi tonanti 

o dei doni onusto che all'uomo 

fa la veneranda Demetra, 

il colosso equoreo solca 
2505 pèlaghi ed ocèani, varca 

gli eurìpi i bòsfori i sacri 

istmi che l'uom frale recise 

come tu dio con V arpe 

il collo d' Argo tutt'occhi. 
25x0 Oltre le Caspie Porte, 

oltre T Atlante ove il coro 

delle Esperidi per sempre 

si tace, oltre la piaggia 

del Cinnamomo trapassa. 
2515 Lascia l'iperbòreo lito 

ove non più danza e canta 

Apolline dall'equinozio 

di primavera insino 

al levar delle Pleiadi 
2520 re dei conviti soavi. 

Di Taprobane a Ierne 
di Cerne all'Ocèano Eoo 
la sua scia grande orla i lembi 
di quel mondo che t'appariva 
2525 nel volo, o Alipede, quale 

' 109- 



Laus Vitae macedone clamide stesa. 

Ma di là dalla piaggia d'Eea, 
di là dall'estremo Occidente, 
ove Elio sommerge i cavalli, 

2530 trapassa ad attingere un altro 
mondo che sotto altre stelle 
si giace in duplice forma, 
simile a un'ala d'uccello 
e simile a un'orsa poggiata 

2 535 fe sampe nell'artico gelo. 
E il certo piloto 

disegna nell'acque un cammino 
ben cognito a tutte le prore, 
sì che traccia su traccia 

2540 persistevi qual nelle vie 
frequenti il solco dei carri. 

Egemonio, m'odi. 

Nel mare è il certame dei regni. 
Il mare implacabile prende 

2545 e scevera, senza fallire, 
le virtù delle stirpi 
nel tempo. Più della terra 
antico, nudrito di morti 
ma di nascimenti fecondo, 

2 550 più della terra è bello, 
più della terra è sicuro. 

1 morti non rende, ma rende 
l'amore a chi l'ama tenace. 
La Speranza che stette 

'UO' 



2555 a ^ fianco delFuonio animoso LausVitae 

curva su la rate pelasga, 

la selvaggia compagna 

cui contra l'occhio aguzzato 

la palpebra rossa 
2560 arrovesciavano i vènti, 

or fatta è donna imperiale 

Thalassia nomata su i vènti. 

Nel trono ella sta d'Amfitrite. 

Catenata sembra la Gloria 
2565 tra le sue tempie. Il suo seno 

è una primavera anelante. 

Il suo palpito si ripercuote 

dai golfi e dai bòsforf azzurri 

del Mediterraneo Mare 
2570 sino ai promontorii nimbosi 

della barbarica Ierne. 

Bùccine di mille Tritoni 

non vincono il chiaro clangore 

della sua tromba di bronzo. 
2 57 5 L'odono i popoli forti : 

cantando l'inno dei Padri, 

spingon rivali nel flutto 

ruggente le navi di ferro; 

che necessario è navigare, 
2580 vivere non è necessario. 

Polèna a ogni prora novella 

è il cuore vermiglio dell'uomo 

inalzato sopra la Morte. 

'Ili' 



Laus Vitae Odimi, o Enagonio. 

2585 II Taigeto ha i segugi 

più ardenti; ha Sciro le capre 
dalle mamme irrigue di latte 
più pingue; Argo, le armi; 
Tebe, i carri; ma la Sicilia 

2590 ferace dà le quadrighe 

magnifiche, i bene bardati 
corsieri dal pie di tempesta. 
Ne* tuoi stadii Tasse tutt'oro 
guizza come folgore in nube. 

2595 La Rapidità dalle nari 

di fiamma par su le tue mete 
lasciar vestigia d'incendio. 
Ierone di Siracusa, 
Senòcrate di Agrigento, 

2600 Cromio d'Etna, fior di Sicilia, 
contendon la palma agli Elleni. 
Pindaro diademato 
offre agli eroi trionfali 
la grande coppa dell'inno. 

2605 Non l'ebrietà della strofe 
né fronda di quercia d'olivo 
di pino s'attendono, o Erme, 
i conduttori dei catti 
igniti cui circo e vittoria 
2610 è l'Orbe terrestre! Nel pugno 
non reggon le redini anguste, 
non fìggono alle cervici 

* 112 " 



dei cavalli lo sguardo. Laus Vitac 

Governano ordigni più snelli 
2615 che il tèndine equino 

ma possenti più ch'epitagma 

scagliato nella battaglia. 

Scrutano lo spazio ventoso, 

i piani i fiumi i monti 
2620 che valicheranno. Obbedisce 

il pulsante metallo 

al tocco infallibile. Foschi 

son gli intenti volti, notturni 

come il volto di Ade re d'Ombre 
2625 che trae Persefóne piangente. 

Traggono H pianto e l'affanno 

degli uomini i lor negri carri, 

il male degli uomini stretti 

e misti nell'alito impuro, 
2630 il dolore e tutti i suoi frutti 

sopportano, o hlrme, il piacere 

e i suoi fiori senza radici, 

e l'avida gioia 

e il desiderio feroce 
2635 c 8^ inestricabili nodi 

delle anime chiuse nei corpi 

ignavi, e gli intorpiditi 

crimini dall'unghie rattratte, 

e le volontà rilucenti 
2640 nei sogni come in guaine 

diàfane, e l'opere nate 

- U3 ' 15 



Laus Vitac da ieri, e i messaggi dei cuori 

fraterni, e la copia dei beni 
giocondi trasportano, o Erme: 

2645 * e rose ^ e * ^** solari 

al gelo dellls ole Scàndie. 

Tonando passano, in lungo 
ordin su cento e cento ruote 
concordi, con nubi e faville 

2650 per traccia, passano a vespro 

nei piani onde fuma sommossa 
dal diurno travaglio 
la fecondità delle glebe. 
Sùbita s'aderge in orgoglio 

2655 la stanchezza dell'uomo 

e guata la porpora immensa 
del cielo, ove come in sanguigna 
promessa di vita più bella 
par che s'addentri col peso 

2660 la creatura dell'uomo. 
Cade la notte. O perla, 
o lacrima d'Esperò ardente! 
S'accendono i fari. Nei porti 
le ciurme si scagliano all'orgia. 

2665 Le città splendono di febbri 
come un astro è cinto di aloni. 
Col rombo il tràino amplia la notte. 

Odimi, precipite Nunzio, 
alto Messaggero celeste. 



114 



2670 L'aere notturno e diurno LausVitae 

palpita di umani messaggi. 

Commessa al silenzio dell'Etra 

la parola attinge i confini 

remoti. Serpeggia silente 
2675 pei bàratri equorei, sotto 

i nettunii pascoli; emerge 

lungi perfetta nei segni, 

narra gli eventi, conduce 

le imprese, congiunge le stirpi, 
2680 infervora i forti alla gara. 

La voce, la voce sonora, 

formata dal labbro spirante, 

in cavo artificio s'ingolfa, 

di sillaba in sillaba vibra 
2685 sitamente lontana, 

ravvivasi come in profonda 

bùccina e favellare 

l'ascolta l'orecchio inclinato. 

O Viale, come le vene 
2690 per entro ai marmi di Sparta 

e del Tènaro folte 

son le vie frequenti e insuete 

ond'è variegata la Tèrra. 

Ma la mobile fiamma, 
2695 che tu eccitavi nel petto 

del viatore, divampa 

e grandeggia in cuor dell'eroe 

novello che vede la Gloria 

-115- 



Laus Vitx accosciata come la Sfinge 

2700 nell'immensità dei deserti 
o presso le occulte sorgenti 
dei fiumi o su i mari di gelo. 
Non di parole tebano 
enigma propone la belva 
2705 ma chiede, o Erme, la chiave 
sacra che vedesti nel pugno 
dell'antichissima Gea! 
D'ossa lucono i militari 
degli spaventosi cammini. 

2710 O Citaredo primo, 

tu il bene che supera tutti 
désti all'uomo quando la cava 
testudine nata nei monti 
facesti sonora, le canne 
trasverse inserendo nei fóri 
tra l'un margine e l'altro, 
poi sul graticcio spandendo 
la pelle di bue, configgendo 
a sommo del guscio i due bracci, 

2720 questi poi giugnendo col giogo. 
Tra l'osseo giogo e l'estremo 
labbro della scaglia montana, 
come il nervo tra i corni 
dell'arco, tendesti minuge 

2725 di agnelli bene attorte. 

Sette ne tendesti, o figliuolo 
di Maia, per onorare 



2715 



le Pleiadi belle nell'Etra. Laus Vitac 

E la tua cheli selvaggia 
273° fa compagna al canto dell'uomo. 

Or l'uomo, emulando gli audaci 

tuoi spiriti, seppe di legni 

di nervi di crini di pelli 

d'avorii di metalli 
2735 una multiforme crearsi 

e multànime gente 

canora che popola e gonfia 

la profonda orchestra occultata, 

ove non più la thyméle 
2740 santa occupa il centro del cerchio 

né più presso Tara l'aulete 

dalla phorbéia di cuoio 

col duplice flauto accompagna 

la strofe e la danza corale. 
2745 E non il cristallo del cielo 

né il sinuoso velario 

acceso dai raggi s'allarga 

su la moltitudine intenta ; 

ma simile ad alto sepolcro 
2750 è il notturno teatro 

concluso e in sé stesso rimbomba. 

Come nei mari le prime 
onde squammose all'urto 
dell'euro inarcan le schiene, 
2755 s'ergono e spumano, il rugghio 

117 - ■ 



Laus Vitae e il tuono avvicendano a corsa, 

di procella tumide in vasti 
cumuli precipitando 
con un rapimento improvviso; 

2760 come nei boschi le prime 
faville accendono i coni 
aridi, le morte frondi, 
crescono in pallide fiamme, 
serpeggian pe' vepri, gli arbusti 

2765 mordono, il cuor selvaggio 
attingono carco d'aromi, 
conflagrano subitamente 
fragorose verso la nube, 
irraggian per tutta la valle 

2770 il fulgore e il terrore; 

così dall'orchestra prorompe 
l'impeto sinfoniale. 

O Maestro dei Sogni, 

m'odi. E i Sogni inani, i tuoi lievi 

2775 simulacri della quiete, 

le tue mute imagini erranti, 
giganteggiano a un tratto 
con volti di bragia, 
s'armano d'una ossatura 

2780 erculea, grande hanno il fiato 
e polsi hanno violenti 
per stringere l'anima umana 
e scuoterla dalle radici 
e svèllerla e darla al ludibrio 



118 



2785 <fei desiderili E T Amore, Laus Vitae 

o Erme, il giovinetto cnidio 

triste come un rogo consunto 

ascolta per entro a' capegli 

che sono un unguento stillante; 
2790 languisce in un freddo sudore; 

poi vuota la tazza che gli offre 

la Morte, ove tutti i piaceri 

spremuti fanno un sol tòsco. 

Padre d'Ermafrodito, 
2795 non tu creasti l'oscuro 

Andrògino al far della notte, 

ebro di melodia 

in un torrente di suoni 

premendo l'amata da tutti 
2800 Anadiomène d'oro ? 

Noi anche, ahi si brevi, sul lito 

d' Eternità sognammo 

le mescolanze vietate, 

sdegnando di saziarci 
2805 pur sempre con la dolcezza 

dei consueti giacigli. 

L'opera attendemmo diversa, 

nata da un'incognita febbre, 

fatta di dolore e di gioia, 
2810 pallida di ricordanze 

ma di presagi animosa, 

recante in sé la promessa 

e il compimento, sorella 

" 119 " 



Laus Vitae delle Stagioni divine, 

2815 O Psicagogo, se all'Ade 
squallido condurre dovessi 
tu l'anima mia, se condurre 
dovessi tu l'Ombra del mio 
canto su l'asfodelo prato 

2820 incontro a Saffo sublime 
dal crin di viola che forse 
m'attende, alla riva del Lete 
t'indugeresti, io penso, 
vedendo in me trasparire 

2825 queste tante ignote ricchezze. 
E direbbemi alate 
parole la tua maraviglia: 
" Ombra, per la luce soave 
onde vieni, sosta, ch'io miri 

2830 da presso la tua opulenza. 

Come arbore sei, che curvato 
abbia lungamente i suoi rami 
nel lidio Pattòlo e gravato 
ne sorga e sì mesca il metallo 

2835 re g a k a ^ a polpa dei frutti. 

Tanto adunque sopra la Terra 
deserta d f iddii può la vita 
anco esser ricca, Ombra d'aedo ? 
Parte alcuna in te riconosco 
2840 di ciò che fu nostro, se indago ; 
ed è la tua parte di gioia, 

120 " 



la tua purità sorridente. Laus Vitae 

Ma innumerevoli sono 

le cose novelle che ignoro, 
2845 e k g er " ture dei mostri 

che pur non sembran pesare 

alla levità del tuo passo. 

Ombra, non sarà che tu getti 

questa abondanza all'oblio. 
2850 Non varcherai la riviera. 

Qui farai sosta con meco. 

Proteggerti vuole il Parente 

della Cetra ; che forse 

talor ti sovvenne del dio 
2855 Intercessore ed alcuna 

dottrina apprendesti da lui. 

Di congiugnimenti maestro 

fui, di concordie divine 

compositore sagace, 
2860 perito d'innesti immortali, 

per moltiplicar la mia forza, 

aedo, e la mia conoscenza. 

Penetrabile fui e fecondo. 

Come nella mia dolce Arcadia, 
2865 dopo il verno, ai tepidi giorni 

quando muovon le gemme, 

il colono fende la scorza 

dell'arbore e v'incastra la marza 

acciocché in essa si alligni: 
2870 la pianta inframmessa le vene 

* 121 - 16 



Laus Vit* sparge nell'altra e s'appiglia ; 

vigoreggia il succhio, il sapore 
del frutto si fa generoso: 
cosi, con arte inserendo 
2 ^75nella mia sostanza diverse 
deità, m'accrebbi di varia 
potenza, molteplice ed uno. 

La verginità cruda e invitta 
di Pallade a me collegata 

2880 m j f ece pfù destro in trar prede, 
e nella tetràgona pietra 
io fui pe' mortali Ermatena. 
Al Cintio lungescagliante 
ond'ebbi la verga trifoglia, 

2885 cui diedi la cheli soave, 

mi strinsi con patto fraterno; 
e quindi Ermapòlline fui. 
Infondermi il sangue feroce 
dell'uccisore di mostri, 

2 °9° dell'eroe muscoloso 

dalla fronte angusta, volli io 
Argicida ; e fui Ermeràcle. 
E con altri iddìi mi confusi; 
né sdegnai gli iddii bestiali, 

2 95 dalla testa di cane, dal becco 
di sparviere, dalle mascelle 
di leone, estrani, onde fui 
Ermanubi, Ermitra, Ermosiri. 



* 122 " 



Ma da due comunanze Laus Vit* 

2900 m'ebbi più gran copia di forze 

segrete e di gioie profonde 

e di visioni sublimi, 

Ombra d'aedo che ascolti. 

M'accomunai con l'Amore, 
2905 col nume che fu nel principio, 

che sarà nella fine. 

Con Eros confusi il mio sangue, 

col bellissimo fiore 

cui era devota la schiera 
2 910 sacra degli efebi tebani; 

e fui pe' mortali Ermeròte. 

M'accomunai col Silenzio 

io signor del discorso 

ornato, dell'insidiosa 
2915 facondia. Ermarpòcrate fui, 

col dito premuto sul labbro 

eloquente; ma tenni 

ai miei piedi il vigile gallo 

che col grido annunzia l'aurora. 

2920 Cosi tutto attrassi e composi 

in me, tutto abbracciai, 

di congiugnimenti maestro, 

perito d'innesti immortali. 

Or io mi penso, Ombra d'aedo, 
2925 che ben conoscesti quest'arte 

tra gli uomini se cumulata 

hai tanta ricchezza 



t*3 



Laus Vitae nell'anima tua giovenile. 

Per ciò ti concedo che sosti 

2930 sul lito del fiume torpente 
e d'umane cose favelli 
col dio. Non bevere Tonda 
obliosa; ma, se la sete 
ti arda, io voglio offerirti 

2935 il pomo granato che aperse 
Core, di Demetra la figlia 
pura, con le chiare sue dita. 
Ne prese tre soli granelli: 
Aidòneo re sorridea. 

2940 Bella era la bocca di Core. * 

E io ti direi rispondendo: 
" O Intercessore benigno, 
poiché tu concedi ch'io teco 
favelli alla riva del Lete, 

2 94 5 io tutte le cose dell'uomo 
ti svelerò, esule dio. 
Ma soffri che un'Ombra d'aedo 
interroghi l'alto Parente 
della Cetra! Ermerote 

2950 io ti chiamerò, Ermerote, 

bel sangue commisto d'Amore. 
Tu conducevi Euridice 
per mano sui violetti 
asfodilli, e Orfeo t'era innanzi 

2 955 coronato di cipresso 

e di mirto il capo suo d'oro. 



124 



E intorno era sacro silenzio Laus Vitae 

ma ad ogni passo silente 
gemere s'udia la gran cetra 
2960 sospesa al fianco d'Orfeo... 
Non così fu, Ermerote? 

Sentisti tu tremare 

la man di colei che traevi 

dall'Ade su i cari vestigi? 
2965 E obliato non hai ogni altro 

tremito di carne mortale 

tu che i miseri uomini ignudi 

avvincevi ai supplizii ? 

Intorno era sacro silenzio, 
2970 ma s'udia nel Tartaro lungi 

rombare la ruota aspra d'angui 

cui tu avvincesti Issione. 

Ed ei si volse, ei si volse, 

Orfeo si volse! La donna 
2975 perduta fu, dallo sguardo 

perduta! Ri trarla dovevi 

nelle inesorabili fauci. 

Mirasti i due volti, e quegli occhi? 

Euridice! Orfeo! Notte eterna. 
2980 Ah parlami di quel dolore, 

di quella bellezza, Ermerote! 

E poi fa ch'io beva l'oblio. „ 



125' 



Laus Vrtae ■**■• 

3 ORNAMMO alla nave an- Ritorno alla 
corata. nave 

La salutammo nel porto 
2985 con ilare grido vedendo 

il candido fianco apparire. 
Tra le Onerarie ventrose 
più snella ci parve, leggera 
come fasèlo o liburna. 
2990 L'albero la verga le sàrtie 

la gran randa i piccoli flocchi 
il bompresso trincato 
le commessure del ponte 
le boccaporte e le cubie 

2 9 95 e k cav ^ e e i bozzelli 

e tutti gli attrezzi minuti, 

canape legno metallo, 

amammo di vigile amore 

come vena per vena 
3000 e nervo per nervo le membra 

viventi di fragile amica. 

Più che l'odor del mentastro 

ci piacque l'odor della nave. 

Or un de' cari compagni 
3005 recato avea prigioniera 
in una gabbia intesta 
di giunco una bella cicala 
del regno di Pelope Eburno. 
E cautamente sospeso 

* 126 " 



3010 avca quella nassa terrestre Laus Vit* 

a poppa, e sópravi steso 

un ramoscello di pino 

reciso nell'Alti; e si stava 

iq ascolto avendo nel cuore 
3 ol 5 l'anacreontica lode. 

Ma la regina del Canto, L* e** 1 * 

l'ebra di rugiada e di luce, 

su l'acqua oleosa del porto 

tacevasi attonita all'ombra 
3020 dell'ingannevole fronda; 

che il suo luogo è la cima 

dell'arbore o l'asta di Atena. 

E noi ridevamo il deluso. 

" Or tentala dunque col dito!,, 

3025 Salpammo l'ancora all'alba. 

Patre era avvolta di sonno 

torbido; ma l'alpi d'Etolia 

sorgevano in veste di croco, 

quasi Grazie pronte a danzare 
3030 sul fiore del Ionio, fasciate 

dalla stephàne d'oro. 

u Forse, a pie del letto ove giace 

la meretrice di Pirgo 

invano aspettando il navarca, 
3°35 Elena figlia del Cigno 

s'accoscia e ronfia, nascosta 

le mille sue rughe per entro 

la grande sua bianca criniera,, 

' 127 ^ 



Laus Vitae pensava taluno di noi 

sciogliendo la randa solare 
che ben da noi stessi tramata 
3040 ci parve, col filo dei sogni. 
E vidi il fanciullo nelP Alti, 
in mezzo alla strage dei marmi, 
ignaro di quella vecchiezza,. 

3045 II mattutino spiro 

ci volse alla porta del golfo 

corintio, tra i due promontorii 

affrontati come molossi 
3050 che senza latrare protesi 

gik fossero all'impeto ostile 

ma d'improvviso irretiti 

in non so qual divina 

ambage di rosei veli. 
3055 E un amore dei monti L'amore dei 

indicibile era nei nostri monti 

petti; e riconoscerne i volti 

ignudi e chiamarli per nome 

desiderammo. Ogni lume 
3060 ogni ombra ogni solco ogni asprezza 

ci parve il segno d'un dio, 

l'orma d'un eroe, la fatica 

d'un uomo, lo sforzo d'un mostro. 

E dicevamo j H E il Coràce 
3065 forse ? è l' Aracinto ? il Timfresto ? 

o il Borni onde sgorga l'Eveno ? „ 



128 



Il vento gonfiava la randa ; Laus Vitae 

e tanto la vela era bella 
d'armoniale virtude 
3070 che parea la scotta sua forte 

dovesse, pulsata da un plettro, 
rendere un suono di lira. 
E ad ogni istante gli aspetti 
dei monti eran nuovi, più dolci 

3°75 ° P* u as P r ** ^ se un'argentina 

conca appariva o un anfratto 

ceruleo, l'anima nostra 

vi si profondava per gli occhi 

bramosa d'attingerne l'imo 
3080 come il natatore si scaglia 

dall'alto nell'onda ch'egli ama 

e sommerso tocca la sabbia 

o la radice dell'alga. 

Tuttavia perché, nella gioia 
3085 e nell'avidità, ci saliva 

ai precordii un'ansia intermessa 

piegando al cammino ritroso ? 

O amore, amore mai sàzio 

di conoscere e d'adorare ! 
3090 Taluno de' cari compagni 

dicea: " Non vedremo la bocca 

dell'Eveno, e non il suo guado; 

non il regno di Deianira, 

non in Calidóne la caccia 
3095 né la tomba ove corse 

" I29 > J7 



LausVit* delle Meleàgridi il pianto.,, 

Volgevansi a poppa gli sguardi 

per la scia lunga virente. 

E l'odore dell'ecatombe 
3100 sentimmo, vedemmo l'Etolia 

accesa di fùnebri roghi, 

la forza di Meleagro 

avvinta al tizzo dal Fato, 

e Deianira nel fiume 
3105 torcersi abbrancata da Nesso, 

Eràcle con la saetta 

intrisa nel fiele_dell'Idra 

passare il polmone ferino. 

E dicemmo: u O Eliade, tutto 
3H0 in te vige, splende e s'eterna. 

Come le barbe degli olivi I Miti superstiti 

per le tue piagge e i tuoi colli, 

come i filoni della pietra 

ne' tuoi monti, le geniture 
3115 dei Miti ancor tengono presa 

l'antica virtù del tuo suolo. 

La gente che sega le magre 

tue messi, o abita le case 

vili a pie delle deserte 
3120 acropoli, ti disconosce; 

e t'è più strània di quella 

che tolse i tuoi numi alle fronti 

de' tuoi templi in ruina 

per trarli mùtili e freddi 

'I30' 



3125 nella sua caligine sorda. Laus Vitae 

Ma i Miti t foggiati di terra 
d'aria d'acqua di fuoco 
e di passione furente, 
sono il tuo popolo vivo. 

3130 Vivi palpitar li sentimmo 

sul nostro cuore umano 

stringendoli; e ancóra in segreto 

ci dissero qualche inattesa 

parola e ci diedero un'arme 
3135 per meglio combattere o un ritmo 

ci appresero novo 

per meglio gioire. Verremo 

di gleba, in gleba, di selce 

in selce noi pellegrini 
3140 inchinando il cuor nostro umano 

su la deità che l'assempra ? 

Ahi, l'ora è breve e il vento 

volubile, ed è necessario 

compiere altri peripli 
3145 finché la carena sia salda; 

e a consumabile tizzo 

la nostra sorte anco è avvinta. 

Ma ad ogni approdo intera 

tu sarai nel nostro fervore 
3150 qual sei nel tuo triplice mare! „ 

E, come già. il Sole era presso 
all'ultimo vertice azzurro, 



Laus Vitae scomparsa a ponente Naupatto 

dei Locri, a ostro Egio achea, 
3155 ci apparve su Tacque 

il promontorio Andromàche 

simile a un leone sopito 

nel fulvo oro della sua giuba. 

Il vento languiva. Bonaccia 
3x60 grande era intorno. Udivamo 

a quando a quando la vela 

floscia battere e trepidare 

come un cuor moribondo, 

il legno per tutte le fibre 
3165 alide dell'alidore 

celeste risponder con lungo 

gemito, guizzare i delfini 

sotto la poppa, i falchi 

stridere per entro i forami 
3170 della rupe aurata. E la voce 

di prua mise un grido: "Il Parnasso!,, 

E tutti balzammo a guatare L'apparizione 

la faccia d f Apollo apparita; apollinea 

però che sul tacito specchio 
3175 il Monte Castalio, sublime 

e roseo, dominatore 

d'ogni altra grandezza e pur lene 

come se Tonda perenne 

del canto spetrata ne avesse 
3180 la mole terrestre, àssemprava 

ai nostri occhi attoniti e puri 



l'apparizione diurna Laus Vitae 

del dio musagète vivente 

non qual nella vena del pario 
3185 marmo dagli artefici è sculto 

a similitudine d'uomo 

ma qual forse il videro un tempo 

sul verde limite dei paschi 

i primi pastori 
3190 proteggere i tauri e i cavalli 

misteriosa bellezza 

levata in sostanza serena. 

Cadde il vento. Noi tutti 

èramo senza parola 
3195 fissi alla gran maraviglia. 

Sospeso era il Giorno sul nostro 

capo. Tutte le cose 

tacevano con un aspetto 

di eternità. L'occhio solo 
3200 era vivo e veggente. 

O tregua apollinea, Meriggio! 

Qual coro avea chiuso il suo canto 

remoto negli echi del mare? 

Qual coro traeva il respiro 
3205 per dare principio al suo canto? 

Coro di Sirene o di Parche? 

di Tiadi o di Muse? Il silenzio 

era come il silenzio 

che segue o precede le voci 
32x0 delle volontà sovrumane. 



Laus Vitae Tutta la vita era a noi 

quasi tempio lieve senz'ombra, 
ch'entrammo non più morituri. 

O soffio etèsio, respiro 

3215 meridiano del grande 
Mediterraneo contra 
il violento Cane, 
sùbito bàttito chioccante 
della vela, balzi d'un cuore 

3220 che un flutto di sangue riempia, 
arco teso un'altra volta 
verso inarcati seni, 
alacrità delle forze, 
fame e sete carnali, 

3225 sapore del pane e del vino, 
allegrezza dei corpi, 
dopo la pausa infinita! 
Oltrepassammo Andromàche, 
volgendoci al seno crisèo. 

3230 Come dietro la negra 

nave dei Cretesi di Gnosso 
eletti dal Pitio al suo culto, 
un delfino agile balzava, 
nel nostro solco veloce. 

3235 Disse il Pitio lungescagliante 
ai navigatori cretesi: 
"Non prèndevi brama del cibo 
i precordii, come agli stanchi 



134 



uomini suole avvenire Laus Vitae 

3240 quando negra nave s' ormeggi?,, 

Seduti a poppa in corona 

noi avemmo ulive addolcite, 

pesci pescati col giacchio 

spiranti salsedine, caci 
3245 molli che serbavano ancora 

Timpronta dei vimini, fichi 

degni d'aver patria in Egina 

con l'ombelico melato 

di gomma, bionde uve sugose, 
3250 vini chiari aulenti di pino 

rinfrescati in vasi d'argilla 

appesi alle sàrtie, e la calda 

màstica che dentro una goccia 

ha tutte le estati di Chio 
3255 riccain dolci donne e in lentischi. 

All'ombra della gran randa 

giocondamente mangiammo 

e bevemmo, in conspetto 

del gèmino Monte che il muto 
3260 splendor del meriggio velava. 

Non era visibile a noi 

l'altra cima: quella ch'è sacra 

al Semelèio effrenato, 

alla deità delirante : 
3265 Nisa, la cima notturna. 

Ma l'allegrezza nel sangue Corda tument 

fervere sentimmo sì forte 



l 35 



Laus Vitae che per le nostre membra 

pieghevoli corse improvvisa 

3270 inquietudine, quasi 
desiderio di danza 
furente e d' insano clamore. 
E due dei cari compagni 
sorsero e balzaron sul bordo 

3275 co* piedi nudi a gara 

di destrezza in giochi rischiosi. 

Ed io pensai nel mio cuore 
gli antichi portenti appariti 
ai corsali tirreni 

3280 quando per la còncava nave 
gorgogliò vino odorato 
e per la vela si sparse 
alta racemìfera vite 
e Tederà l'albero avvolse 

3285 di corimbi e s'ebbe corona 

ogni scalmo. " O Cirra, o Nisa, 
vertici dell'anima umana, 
sommità del canto sereno, 
culmine dell'acre delirio, 

3290 in breve ora noi v'attingemmo! 
Il chiaro silenzio adorammo 
ove l'ultima nota 
tremava del coro febèo. 
L'impeto selvaggio, che rende 

32 95 immemori l'Evie nell'orgia, 
or ecco sentiamo in confuso 



136 



rompere dal torbido sangue. „ Laus Vitae 

E, la mia frenesia 

nel petto profondo constretta, 
3300 io stava pensoso dell'uno 

e dell'altro mistero; 

quando udii stridor lieve l'aria 

fendere. Tesi l'orecchio 

in ascolto; e vennemi al labbro 
3305 il sorriso, che noto il suono 

m'era. " O Apollo, nel giorno 

tu vinci! „ E la stridula voce 

oscillò qual canna fenduta 

nel vento; poi prese più forza, 
3310 palpitò, si fece canora, 

da poppa a prua chiaramente 

s'udì sopra il croscio dell'acque. 

" La cicala! Udite, compagni, 

la cicala che canta! „ 
3315 gridai divenuto fanciullo 

nell'allegrezza. E tutti 

accorsero i cari compagni 

intorno alla gabbia di giunco. 

E, senza strepito, quivi 
3320 stemmo intenti come dinanzi 
a famoso aedo; si nova 
ci parve sul mare la voce 
agreste e sì novo l'aspetto 
della creatura vocale 

" 137 ' 18 



Laus Vitae che non ha carne e non sangue 

e ignora i mali e il dolore, 

simigliante quasi ai Superni. 

Negra ma d'una cinerina 

lanugine ell'era coperta, 
3330 che lucea qual serica veste; 

e grand'occhi avea due, protesi, 

ma tre più piccoli, rossi 

come le bacche cruente 

d'autunno, in esiguo corimbo 
3335 a sommo del capo; e lunghe ali 

di tenue vetro nervute 

di foschi t'Aicvif il torace 

sparso di màcule, fatto 

di anella il mirabile addòme. 

3340 Ognuno guatar la silvana 

ospite della nave L'auspicio 

parendo com'àugure incerto, 

facea più fraterni 

più giovani e vividi i volti 
3345 l'ingenuità del sorriso 

inclinato. Io l'augure finsi. 

44 Compiremo il periplo 

nel segno e nel nome d'Apollo; 

e guiderà la Cicala 
3350 sacra, dal golfo crisèo 

insino alle acque di Delo, 

gli Apolloniasti d'Italia. 

Si nutrirà di glauca 

-138' 




salsedine, appesa alia prora, Laus Vitae 

3355 in cella di giunco marino. „ 

E sul lido ricurvo 

la Fòcide piena del nume 

era vaporata d'olivi 

come di tripodi mille, 
3360 dinanzi alla nostra allegrezza. 

XI. 

iON un alberetto volante 
e sue sartiette arridate 
a mano, il palischermo 

attrezzammo a vela latina. 
3365 Ciascun de* compagni a vicenda 

governò la scotta o il timone. 

Le baie le conche i recessi 

del parnassio mare esplorammo, 

or chini su l'acqua ove l'ombra 
3370 nostra era un miracolo verde, 

or sottovento seduti 

fuori banda sopra gli scalmi 

coi piedi immersi nel sale, 

or tratti per la gomenetta 
3375 dell'ancora dietro la poppa 

nella scia che ci levigava 

la carne con una carezza 

innumerevole, or al fondo 

sopra le stuoie supini 
3380 in un sonno ch'era ogni volta 

una voluttà sconosciuta. 

'*39- 



Laus Vitae Acqua marina, mollezza, 

di cinti insolubili, sguardo 
venereo della segreta 

33^5 profondità, riso d'abisso, 
lasciva sorella dell'aria, 
madre della nuvola, come 
ti loderò ? Ogni baia 
ogni conca ogni recesso 

339° ci parve più bello. Dicemmo t 
" Ah chi mai vide ne' giorni 
una maraviglia più lieta?,, 
E desiderammo ancorare 
per quivi obliar nostri amori 

3395 scrutando le mille figure 

dell'acqua. Ma l'ancoraggio 
contiguo ebbe più dilettose 
figure, colori più novi, 
odori più freschi. Dicemmo; 

3400 "Ecco il limite. I sensi 
non gioiranno più oltre.,, 
E il limite fu superato. 

Arene gemmee come 
tritume di gemme, ceppaie 

34°5 d'alghe, chiari coralli, 
fuchi di porpora, negre 
ulve, tra fango e sabbia 
flessibili intrichi di lunghe 
erbe ove abbonda la greggia 

3410 dei pesci, io compresi quel nome 

"I40' 



che i pescatori tirreni Laus Vitac 

usan per lode alla valle 

del mare onde traggono prede 

più ricche: Armonia! 
3415 Noi non gittammo le reti, 

non adoprammo le nasse ; Le Armonie 

non prendemmo il grongo di carne 

soave, né lo scombro 

tondo di cerula pelle 
3420 sospendemmo con le sue branchie 

al vimine, pei delicati 

sacerdoti di Delfo. 

Ma di voi gioimmo, Armonie! 

Chi mi consolerà, mentre 
3425 vivo sotto cieli pur dolci, 

chi mi consolerà dei soli 

spenti, dei giorni caduti ? 

Poggi di Fiesole, chiari 

sono i vostri ulivi e foschi 
3430 i vostri cipressi, e i ciriegi 

i mandorli i meli son bianchi 

son rosei negli orti di Verde^ 

spina e di Laudòmia murati, 

oggi che la Primavera 
3435 improvvisa coglie alle spalle 

il lanoso Febbraio 

e con la sua tepida forza 

rivèrsagli il capo e gli chiude 

le pàlpebre con le sue dita 

- 141 * 



Laus Vitac che auliscono di rosmarino, 

per baciarlo in bocca e fuggire. 
Bellosguardo, io certo dimane 
verrò ne* rosai che tu porti 
carichi di rose'ancor chiuse. 

3445 Ben so che i bocciuoli saranno 
come i capézzoli gonfii 
della pubescente. Ma forse 
bianca sarà la tua prima 
rosa fiorita su pel ferro 

345° onde pende nel pozzo 

la secchia loquace. O collina 
dell'Incontro, per la finestra 
ti veggo tutta rosata 
non come le rose ma come 

3455 i fiori dell'erica, tanto 
sono leggiere le selve 
de tuoi querciuoli vestite 
ancor della fronda autunnale 
che un poco rosseggia e per entro 

3460 vi si scorge il tenero verde! 

O Poggio Gherardo, le vecchie 
tue mura gialleggiano come 
su i nodi delle viti 
il lichene. E sta Vincigliata 

3465 morta in un negrore di lance. 

Odo i colpi iterati 

dei ronchetti, odo le cesoie 



142 



dei potatori. Uomini veggo Laus Vitae 

poggiar le scale ai tronchi, 
3470 salire, attendere all'opra. 

Tanta è la bontà della terra 

che forse i sermenti recisi 

a pie degli arbori mondi 

non periranno ma forse 
3475 faranno radici. Pur fende Ver hUadum 

la terra ancor qualche aratro, 

e splendono i buoi tra gli olivi 

e tra gli oppi: chiuse han le froge 

nelle gabbie di giunco 
3480 perché ghiotti son di germogli 

e cimare osano i rametti 

se passan rasente, bramosi 

fors'anco di quelle vermene 

che sorgon per nesto in corona 
3485 dalle piaghe dei tronchi 

spalmate di màstice roggio. 

Il bifolco gli incita ; 

e certo egli è roco, già. vecchio. 

Ma oggi la voce dell'uomo 
34 90 è d'una dolcezza infinita 

in questo silenzio: ogni suono 

ha una risonanza infinita 

quasi che non tanto nell'aere 

vibri ma e nelle glebe 
3495 e in tutte le specie dei corpi. 

Odo talor stridore 



H3 



Tane Vtt»» còme di lima sottile 

che ferro morda, ti colei 
dai piedi azzurrigni ? colei 
3500 che su ciascuna sua tempia 

ha un candido segno, una nera 
zona a mezzo il petto pugnace? 
la cingallegra selvaggia ? 
Nel cavo dell'arbore aduna 

35°5 8F* k l anu g* n i molli 

ma par che in aerea fucina 
l'amor suo duri aspro travaglio. 

San Miniato, ora il Sole 
si piega verso la tua faccia 

3510 graziosa e abbaglia il dolente 
tuo dio che non Tania. Si leva 
dair Arno un vapore di perla, 
e si diffonde pe' campi 
ove rilucono i fossi 

35*5 col™ dell'acqua piovana; 

ma il fumo dei tetti campestri 
ceruleo par tuttavia. 
L' Incontro s' indora e invermiglia : 
cangia le sue querci in coralli; 

3520 ma la Vallombrosa remota 
è tutta di violette 
divine, apparita in un valco 
che tra due colli s'insena 
ah sì dolce alla vista 

3525 che tepido pare e segreto 



144 



come l'inguine della, Donna Laus Vitae 

terrestra qui forse dormente, 
onde quest'anelito esala. 

E odo, se ascolto, venire 
3530 di Rovezzano il rombo 

delle mulina che il vecchio 

fromento convertono in fresca 

farina; ma pe' solchi 

tremano i fili del novo 
3535 fromento e con lor treman l'ombre, 

e non si distingue il fil verde 

dall'ombra sua cerula, e tutto 

è un tremolio verdazzurro 

che parmi aver quasi ai precordii. 
354 o E certo la noce bronzina 

che nel cipressetto riluce 

m'è cara, e Torma essiccata 

nella redola verde 

che ieri fu molle di pioggia, 
3545 e ^ a pendula chiave 

che più non mi chiude il verziere 

dal dì che nel suo rugginoso 

cannello mellificò Tape 

come in celletta di bugno. 

3550 Molto al mio cuore son care 
le cose che odo, che veggo ; 
e forse tutti i roseti 
tralascerò per quel solo 

' H5 ' « 



Laus Vitae anemone aperto sul ciglio 

3555 ^ cam P°J E le campane 
della preghiera servile» 
fi suono che vien di Rimaggio 
di Candeli di Monteloro, 
anche amerò per una nova 

3560 imagine, o Primavera, 

che or mi nasce guardando 
te sopra le file degli oppi. 
Simili a concave mani 
di nodose dita son gli oppi, 

3565 che reggono tenui sfere 

cristalline; e tu vi trascorri 
sopra e le tocchi traendo 
da ciascuna fila un accordo 
sì dolce che dal ciel sgorgar fa 

3570 Espero, la lacrima prima, 

O Primavera, o Poesia, 

in questa dolcezza m'indugio 
per consolarmi e sorrido, 
E certo laggiù, nella casa 

3575 che biancheggia a mezzo del colle, 
gli infermi sorridono anch'elli 
beati con povere vene 
al davanzale che il Sole 
riscalda ; e dietro hanno i letti 

3580 ove si giacquero in doglia 

e Podor dei farmachi amari. 
Ma la ricordanza immortale 

- 146 ' 



d'una bellezza più maschia, Laus Vitae 

d'una voluttà più possente, 
3585 mi brucia, mi crucia. E il rinato 

pane che trema ne* retti 

solchi non mi vale quel lembo 

di suol rossastro fra crudi 

sassi, ove struggemmo col fuoco li fuoco delfico 
3590 la stoppia e gli aròmati forti 

per profumar nostra sera. 

Biancheggiano gli escrementi 

dei falchi su pe' macigni 

di quella caverna montana 
3595 ricovero ai greggi e agli uccelli 

rapaci, dove sitibondi 

scoprimmo la vena dell'acqua ? 

Sì chiara che n'ebbi certezza 

sol quando v'immersi le mani, 
3600 sì fredda che quando la bevvi 

mi dolse la nuca pel gelo* 

O Fedrìadi ardenti 

come due^scaglie cadute 

da Sirio, la vostra sublime 
3605 aridità nel meriggio 

m'accecò gli occhi del volto 

ma tutti i miei spirti agitati, 

come sul vaporante 

spiracolo i capri dell'ansio 
3610 Coreta, balzarono in fiero 

tumulto e qual sangue d'aurore * 



Laus Vitae videro il vermiglio avvenire. 

Fumano ancor sul Cirfi 

i roghi ? La sfìnge di Nasso 
3615 decapitata ma alata 

protende le branche sul sacro 

cammino? Le tre danzatrici 

dalle mammelle corrose 

danzano ancóra intorno 
3620 alla colonna fogliuta 

di acanti? Filano ancóra 

sotto i due platani vasti 

le donne focesi, dinanzi 

al Fonte Castalio, vestite 
3625 d'azzurro ? Non la pietra 

umbilicale dell'Orbe 

ma invano cercai nella polve 

la tomba del figlio d'Achille! 

E non volli altro letto 
3630 per la mia delfica notte 

se non la terra presaga 

tra i due platani vasti 

chiomati di fronde e di stelle. 

Vedute io le avea, nella sera 
3635 purpurea, silenziose LeCastalidi 

emergere dalla durezza 
dell'antro. Miste alla roccia, 
come le imagini sculte 
nelle metòpi dei templi, 



3640 si tacevano in cerchio Laus Vitx 

le Castàlidi; e gli occhi 

lor grandi eran fisi, il Passato 

il Presente il Futuro 

con un solo sguardo abbracciando. 
3645 Prigioni del sasso per sempre 

eran elle? I piedi leggeri 

che tessuto aveano in figure 

di danza la fresca bellezza 

del mondo, i bei piedi leggeri 
3650 di Terpsicòre constretti 

eran nell'inerzia rupestre ? 

Dal nudo macigno agguagliate 

mi sparvero. Ma le rividi 

libere nel sogno ch'io m'ebbi. 

3655 Venivan per le vie de' vènti 

com'aquile senza nido 

nell'alba a volo, nell'alba 

crepitante di mille 

e mille fiaccole accese 
3660 che i Distruttori e i Creatori 

squassavano in pugno gridando 

di gioia coi lordi capelli 

coperti di bianca rugiada, 

con le calcagna gravi 
3665 d'umida zolla e di foglie. 

Come stuol d'aquile senza 

nido, venivan le nove 

Castàlidi a volo nell'alba, 



Laus Vitae lacere i pepli, sconvolte 

3670 le chiome, odorate di sangue 
e d'incendio, ebre di risa 
e di pianti, tumultuose 
di forze atroci e d'amori 
ineffabili, piene 
3675 i polsi di ritmi discordi. 

Venivano dai porti 
inferni ove tutte le lingue 
umane suonan fra tutti 
i gemiti e i rùgghii del ferro 

3680 domato; venivano dalle 
città di lucro ove la vita 
cupida senza schiuma 
e senza sudore s'affretta 
su le rotaie corusche, 

3685 stride su la gèmina lama 

che non ha guaina né punta. 
Visitato aveano le folte 
moltitudini, udito 
aveano i canti feroci 

3690 della fame e della vendetta, 
bevuto aveano gli inni 
di libertà, gli epinicii 
dell'Uomo non coronato 
che con salde redini intorno 

3695 all'Orbe conduce in trionfo 
la quadriga degli Elementi. 



150 



E nella rossa fornace Laus Vitae 

ove struggevasi un fiume 

di bronzo pel simulacro 
3700 d'un eroe senza clava 

liberatore del Mondo, 

nella fornace di gloria 

gittato avea Calliope 

le tavolette cerate 
3705 e lo stilo, Melpomene 

la maschera dalla gran bocca, 

Urania la sfera celeste, 

Euterpe i due flautijeburni, 

Terpsicòre il chiaro eptacordo, 
3710 Tàlia Tellera, Erato il mirto, 

Tannunziatrice Clio 

il breve infinito volume, 

Polinnia una foglia d'alloro 

già morduta nella sua corsa 
3715 per temprar con l'aonio 

aroma il lezzo febbroso 

delle moltitudini folte» 

E venivano a stormo 

le Vergini figlie di Zeus 
3720 com'aquile senza nido, 

affaticate dal peso 

delle bellezze raccolte 

ne' lor vasti seni, agitate 

dalle forze novelle 
3725 che facean tremar come l'alte 



Laus Vitae colonne d'un tempio crollante 

{lineamenti solenni 
del Passato nel lor pensiere 
verecondo. Ed erano ardenti 

3730 di fecondità, agognanti 
di generare una gioia 
una potenza e un amore 
sovrumani per l'Uomo, 
di trarre una vita divina 

3735 dalla faticosa materia 

che gorgogliava nell'Orbe 
come quel fiume di bronzo 
in quella fornace di gloria. 

E su la cima d'un'alpe, 
3740 che non era Libètro 

ni Parnasso né Elicona, 
si posarono ansanti 
nell'imminenza dell'opra. 
Non intonarono l'inno. 
3745 D Coro d' Apolline stette 
silenzioso nell'alba, 
fiso allo spettacolo immenso. 
Passavano senz'ombre 
su le inviolabili fronti 
3750 le nubi in cui la certezza 
del Sol nascituro 
era già luce, era già. fiamma. 
Pel grembo intatto dell'alpe, 
che chiudea le moli profonde 

«■ 152 * 



3755 del marmo, sacre ai colossi Laus Vit* 

ai templi ai teatri novelli, 
crosciavan le sorgenti, 
aulivano i cèspiti, i covi 
i favi i nidi parlavano. 

3760 "Euplete! Eurètria!,, S'udiva 

sul grido dei Portatori 

di fuoco irrompere a quando 

a quando un nome invocato 

come A benefico nome 
3765 d'una deità im minente. 

"Energèia!,, Fuggito 

dagli occhi umani era il sonno 

bestiale della stanchezza. 

Libere eran tutte le braccia 
377° dal travaglio servile, 

libere per l'ornamento 

del mondo. La cieca materia, 

animata dal ritmo 

esatto, operava indefessa 
3775 su la cieca materia; 

l'ordegno tenea su l'ordegno 

la vece dell'uomo. Il supplizio 

carnale era bandito 

per sempre, il Dolore assumendo 
3780 l'aspetto d'un re soggiogato. 

L'ebrietà della forza 
chiedea di placarsi nei riti 

" 153 ' 20 



Laus Vitae dell'Atte, nelle preghiere 

unanimi verso le Forme 

3785 perfette, nell'innocenza 
del rivelato Universo, 
nel giovenile fonte 
dei Miti innovati. Un immenso 
desiderio di festa 

3790 traeva gli uomini, franchi 
dalla notte e dalle fatiche, 
alle pianure ove i morti 
eran sepolti, lungh'essi 
i fiumi paterni che al mare 

3795 portano su Tonda perenne 
firn mortalità delle stirpi 
feraci. Tutte le braccia, 
pronte a crear la bellezza, 
volsero le fiaccole al suolo 

3800 spegnendole innanzi alla Luce 
raggiante per tutte le cime. 

E un rombo confuso di canti 

inauditi sonava 

nelle moltitudini asperse 

3805 di rugiada. E l'attesa 
della Poesia palpitava 
nelle moltitudini come 
l'innumerevole riso 
del desio marino che s'alza 

3810 con le mille labbra dell'onda 
verso il Sole per divenire 



154 



aere, altezza, via di luce, Laus Vitae 

luce egli stesso infinita. 

E le nove antiche Sorelle 
3^ l 5 non intonarono l'inno! 

Sotto le nubi infiammate 

dairaurora, non con argilla 

ma con la sostanza sublime 

che nata era in elle dall'urto 
3820 del conoscimento vitale, 

crearon per l'uomo una Voce 

più bella del Coro castalio. 

Aquile senza nido 

ripresero il volo, dall'alpe 
3825 balzarono a sommo del cielo, 

un attimo stettero immote 

simili a costellazione 

vermiglia ; poi contra il fulgore 

del Sol nascente, verso il Mare 
3830 virgineo come la prima 

foglia del giovinetto salce 

(oh soavità dell'eterna 

grandezza!) si volsero avvinte 

per le flessibili mani 
3835 in quell'atto lor consueto 

che usavan danzando al cospetto 

di Apolline. E niuno vide 

se risero o piansero. Vidi 

ben io ma tacere m'è caro. 
3840 Inclinate il fianco sul vento, 

»\55' 



Laus Vitac alte melodie non udite, 

senza traccia sparvero in coro 
le nove antiche Sorelle. 

E la nomata nel grido La decima 

3845 Euplete Eurètria Energèia, Mosa 

la nomata nel grido 

umano coi nomi divini 

delle plenitudini e delle 

virtù, l'invocata da tutti 
3850 nell'alba, la decima Musa 

apparì, discese dal monte 

in mezzo agli uomini. E da prima 

non tutti la videro quivi; 

ma credetter forse che il fiato 
3855 d'una primavera improvvisa 

li soffocasse d'amore, 

e ne tremarono. Io 

la vidi E mi parve che il sangue 

m'abbandonasse e corresse 
3860 fumido sotto i piedi 

della vegnente a invermigliarne 

i vestigi, e che spoglia 

dell'ossa quest'anima mia 

s'ergesse qual candida fiamma. 

3865 Dissi; " Euplete, decima Musa, 
piena come l'onda che giunge 
dopo l'onda nona sul lido, 
gagliarda come il flutto 

-156- 



decumano, o Antica, o Novella, Laus Vrtae 

3870 m'odi per i giorni e per l'opre, 

m'odi per le mie notti insonni 

gik calde di te non creata! 

Per la mia febbre, per gli astri, 

pei vulcani, pei lampi, 
3875 per le meteore, per tutto 

ciò che arde, per la sete 

del Deserto e il sale del Mare, 

odimi, Euretria, Energèia! 

Io son teco il supplice, senza 
3880 pianto e senza ramo d'ulivo. 

Toccarti i ginocchi non oso. 

Chiederti non oso che m'abbi 

per l'aedo tuo primo 

ma sol per il tuo messaggero. 
3885 Io sarò colui che t'annunzia. ff 

E, com'ella un poco inclinava 

la fronte accennando, si forte 

fu nel mio petto il sussulto 

del cuore, ch'io trasalii 
3890 come quei che sente la vita 

partirsi con subito balzo 

verso il mistero dell'ombra. 

E da me partito era il sogno; 

che mormorare il vento 
3895 dell'alba nei platani vasti 

intesi, le pallide stelle 

scorsi tramontare nel cielo 



Laus Vitae della Fòcide, dietro 

le bianche Fedrìadi. Oh pronto 

3900 risveglio! M'alzai dalla terra 
leggero, con limpidi occhi. 
Lavai la mia fronte nell'acqua 
castalia, ne bevvi nel cavo 
delle mie mani; alacre e puro 

3905 salii pel cammino solenne 
verso le ruine del Tempio. 

E i galli cantarono. Presso 

e lungi, nelle case 

di Delfo e nei porti lontani, 

3910 su i pianori dei monti, 

lungh'esse le vie lapidose, 
per tutte le rive del golfo 
i galli cantarono l'alba. 
Oh canti, fratelli dei raggi, 

3915 ond'era accresciuta la luce 
nel cielo continuamente! 
Voci di virtù mattutina, 
che attendevate ogni volta 
le risposte ai vostri richiami 

3920 per chiamare taluno 

ancor più distante! Fragranza 
del mar taciturno! Ombra e polve 
dell'arcana chiostra ove inerte 
pietra è oggi Tonfalo santo ! 

3 9 2 5 Se una Volontà si sollevi 

armata d'un grande disegno, 

' 158 *• 




solo in essa è il centro dell'Orbe. Laus Vitae 

XII. 

(HI mi consolerà, mentre 
vivo sotto cieli pur dolci, 
chi mi consolerà di tanto 

orgoglio e di tanta allegrezza, 

che il vento salmastro disperse, 

con la polve delle ruine 

con la cenere dei sepolcri, 
3935 n e* borri de* monti famosi? 

Certo su altre rive, 

su altre alture altre pianure, 

nei deserti di Libia, sul petto 

dei colossi di Memfi, 
3940 nel nomo d'Arsìnoe ricco 

d'antìlopi e di melagrani, 

altrove, altrove, nelle acque 

dell' Ànapo, nelle latomie 

di Siracusa, nelle sabbie 
3945 di Selinunte ove una vasta 

di colonne dorica stirpe 

vive di luce, e altrove, altrove 

mi conobbi figlio del Sole. 

Ma nessun cielo, nessun mare, 
3950 nessun deserto, nessuna 

arsura, nessuna abbondanza 

moltiplicò la vitale 

virtù della mia giovinezza 

'159- 



Laus Vitac cosi fieramente. O Corinto, 

3955 bagno d'Afrodite, rocca 

di Sisifo duro, feconda Amphitha- 

di bei tiranni, che giugnesti kssia 

alle redini del cavallo 

il morso e al frontone del tempio 
3960 la duplice aquila d'oro, 

Efira, nudità di marmi, 

sapienza di meretrici, 

ozio armonioso, o Morente 

cui il ruvido console diede 
3965 fi Fuoco per ultimo drudo 

onde generasti il Metallo 

inimitabile, quando 

rivedrò i tuoi sterpi riarsi 

e la tua taverna nel tempio ? 

397° Scorre ancóra sul fianco 

dell'Acrocorinto quel miele 

selvaggio ch'io discopersi? 

o salsero le Oceanine 

al tramontar della luna, 
3975 poi eh' ebber finito il lor pianto 

amaro sopra i tuoi lutti, 

Amphithalassia, e ingorde 

se ne saziarono ? Ancóra 

siede la giovinetta 
3980 sul margine della cisterna 

e canta? " Papavero folto,, 

cantava "prestami i fior tuoi 

" 160 f 



e il tuo rossore, eh' i' mi vesta Laus Vitae 

scenda al lido e strugga d'amore! „ 
3985 Siede tra le sette colonne 

la madre dal nero grembiule ? 

" Come sono squallidi i monti! „ 

cantava " O vento li combatte, 

o pioggia. Né vento né pioggia. 
3990 Li passa Caronte co' morti. „ 

Rombava talora nel vento 

su l' Acrocorinto spogliato 

un'ala fùnebre. E io vidi 

Thànatos, il fosco fanciullo H fanciullo 

3995 che soffiò per entro alle nari Thànatos 

delicate e sopra le tarde 

pàlpebre de' tuoi goditori, 

o Doriese, premendo 

le guaste ghirlande cadute 
4000 su' tuoi marmi aspersi di vino. 

Portato dalla tua Notte 

anche lo vidi^ come 

nell'arca di Cìpselo; e sempre 

poi l'ebbi al mio fianco, velato. 
4005 E, da poi ch'io l'ho meco, ei sembra 

rendere più rosse le rose 

del mio piacere, più profondo 

il suon del mio riso, più forti 

i miei denti. Estinta è la face 
4010 ch'ei porta, ma sotto il suo sguardo 

più fervidi ardono i miei fuochi. 

' l6l *• 2J 



Laus Vitx A te debbo questo compagno 

che senza parlare m'incita, 

o ghirlandata di mirto 
4015 e di papavero Efira 

che fosti vermiglia di sangue 

lussurioso e di dolce 

vino sentendo continuo 

scendere dal vertice il fiato 
4020 della dea su te troppo ignito 

onde si sciogliean gli unguenti 

ne* tuoi nerazzurri capelli 

e ti colavan per le tempie 

pulsanti di cupidigia 
4025 mentre le strisce del fulvo 

corame, in guisa di freno 

imposte alle guance de' tuoi 

auleti, nell'ansia de' suoni 

si laceravano e i nervi 
4030 degli eptacordi sotto il morso 

violento dei plettri 

si spezzavano sibilando. 

Meco era il compagno velato 

quando rinvenni tra selci 
4035 e sterpi lo specchio votivo Lo specchio 

di Lais offerto alla dea. di Lais 

44 Poiché vedermi non voglio 

qual sono e vedermi qual fui 

non posso, a Te sacro il mio disco, 
4040 dea di non caduca bellezza,. „ 

- 162 ^ 



E sotto i venerandi Laus Vitae 

cipressi l'etèra dormiva; 

le cui bianche braccia avean cinto 

tutta f Eliade amante, 
4045 come la cintura marina 

che spazia dal Ionio all'Egeo. 

E il sepolcro auliva pur sempre, 

quasi nave giunta dai porti 

sirii di aròmati carca. 
4050 u Bel fanciullo „ dissi " a le solo 

sacrerò l'acciaio polito 

ove miro l'anima mia, 

se mai sarà ch'ella s'incurvi. „ 

E penetrammo con lieve 
4055 passo nell'adito occulto 

che al fonte di Pirene 

conduce; e su l'ombra mia lieve 

era l'ombra del fratricida 

Ipponòo recando la briglia. 
4060 Sostammo, in ascolto. Il cavallo 

s'abbeverava al fonte. 

Sibilo s'udiva di lunghi 

sorsi, fremito di froge, 

e l'ondeggiar della coda 
4065 lento ; e talora il sussulto 

delle grandi penne, che molto 

aere movea sino a noi 

celati nell'adito. Osammo 

appressarci, senza respiro. 



mato 



Laus Vitae E vedemmo un fuoco argentino, 

un'alacrità palpitante, 
non so qual serico ardore 
diffuso intorno a una possa 
indomita t. Pègaso, il volo! 

4075 Arte, Arte mia bella, nudrita 
con Tirna midolla e col sangue 
più puro, guarda il nepote 
di Sisifo come s'accosta 
alla fiera alata stringendo 

4080 cauto nella mano il fren d'oro 
e subitamente la imbriglia 
con fulminea destrezza 
e serra le redini in pugno 
senza lentarle e resiste : 

4085 s'impenna, recalcitra, batte 
l'ali ventose il cavallo 
magnifico: la vergine bocca 
offesa dal valido ordegno 
sbuffa schiumeggia annitrisce: 

4090 l'uomo imperterrito balza, 
inforca la schiena tremenda 
fra l'una e l'altra ala, conduce 
l'Impeto nel libero cielo. 
Così, Arte, accostati ai grandi 

4095 pensieri che son presso i fonti. 

Pur dato mi fosse oggi, mentre 
la primavera m'affanna, 

164* 



dato mi fosse varcare Laus Vitac 

l'aere e su l'Acrocorinto 
4100 fermare il volo (forse oggi 

tutta la roccia si veste 

di fiori efimeri, come 

Lais della tunica ti ria 

brevemente, sapendo 
4 105 che la nudità è più bella ) 

quivi fermare il volo 

e in uno sguardo abbracciare 

i due golfi, la sitibonda 

Argolide, gli arcadi gioghi, 
4 no i vertici sacri alla Danza 

e al Canto, P isole guerriere 

e agresti, il Monte dell'api 

e il Sunio e il Laurio e quella, 

anima mia, eh' è la tua sposa 
4115 diletta, che non canterai 

perchè troppo a dentro ne tremi. 

O Tebe, di te mi sovviene, 

grande oplite del Tèumesso, 

fauce della Strage latrante 
412 o da sette bocche nel piano, 

di te mi sovviene, Cadmèa; 

non per Tìdeo che giace 

squarciato il fegato, alla porta 

Proètide, e rode le tempie 
4125 aMelanippojnonpelgrido 

di Capanèo contra il Cielo 

-165- 



,aus Vitae che l'ode, né pel duolo 

d' Antigone eretta nel Coro 

come il cipresso tra i salci; 
4130 ma per le tue belle fonti, Le fonti tebanc 

o d'acque abondante e di sangue 

Cadmèa, per la fonte di Dirce 

che sparsa è ne' dolci verzieri 

come fu nelle rupi 
413 e la dilacerata bellezza, 

onde bevemmo il sapore 

del supplizio all'ombra dei meli. 

Vario sapore hanno Tacque 

che corrono d'oriente 
4140 o corron di settentrione, 

e quale è più grave e quale 

più lieve se passi per limo, 

per vene d'alcuno metallo, 

per rossa creta, per pietre 
4145 nette o per sabbia, e più o meno 

di terrestritade è in ciascuna 

secondo il suo nascimento. 

Sapide di fati son l'acque 

tebane. Baciammo le donne 
4150 alla fonte di Ares, ove Cadmo 

si lavò pria ch'ei seminasse 

i denti onde nacque la stirpe 

furibonda. All'Edipodèia 

alternammo i sorsi col suco 
4155 delle persiche molli, 

- 166" 



ove l'uccisore di Lato Laus Vitae 

si purificò poi che morta 
fu la sua madre polluta. 

E il Citerone, senza 
4160 strepito di Mènadi, senza 

faci di pino, lungamente 

sul cielo australe stendea 

con leggerezza e pallore 

di linfe i silenzii 
4165 delle sue cime. E tu eri La tos f * 

nascosta a oriente, o Tanagra 

dal collo di cigno, dal crine 

intesto come canestro 

di vimine, all'ombra del largo 
4170 cappello tessalico, chiusa 

nelle innumerevoli pieghe 

dell' imàtio come in un fiore 

di mille pètali. O forse 

con un gesto di grazia or discopri 
4175 la mammella piccola come 

cotogna, i mallèoli svèlti 

inanellati d'elettro, 

e mordi un anemone, china 

al combattimento dei galli ? 

4x80 S'aprono gli anemoni al vento 
e gli asfodèli nel piano 
d'Argo tra la cittadella 
di Palamede e lo stagno 

** 167 " 



Laus Vitse eli Lerna, in vista alle bianche 

4185 vette del Partènio ? Tirinto, 
città di rupi adunate, 
ventosa del soffio d'Eràcle 
che triturava co* vasti 
molari i tuoi bovi ancor lordi 

4190 di bràgia, e crudigni, se mai 
io torni, cercar voglio quelle 
tue pietre che soffregate 
dai dorsi lanosi di tante 
pecore nei secoli lenti 

4195 si polirono come l'avorio 

dell'else consunto nel pugno 
dei tuoi rei Poi per la profonda 
feritoia guardar voglio il mare 
più cerulo del fenicio 

4200 vetro che t'ornava il palagio. 

Ma te, o Micene, s'io torni, 
guarderò di lontano. 
Ahi troppo vivesti tu meco 
nel sogno coi truci tesori 

4205 de' tuoi sepolcri e agitasti 
le mie vigilie, quando 
al fulvo usignuolo nomato 
Cassandra io diedi una pura 
sorella; che forse nomarsi 

4210 dovea col tenue nome 

di Ebe giovinetta celeste! 
Spoglia tu sei del metallo 



L'acropoli 
eràclia 



Ebe alla Fonte 
Perseia . 



168 



fùnebre, ma io ti profusi Laus Vitae 

la sua grande chioma tutt'oro. 
4215 Ella ne ammanta e irraggia 
la Fonte Perseia ove bevve 
la morte : vi tremola e piange 
la polla per entro in eterno. 
Così la vede il mio sogno. 
4220 Giova, o Atride, che ne sien certe 
queste mie pupille mortali ? 

Tu sei netta e cruda nell'aere 

arido, ma io ti ricopro 

d'un velo. A Mègara bianca, 
4225 a Mègara vestita 

di lino, che sferza i cavalli 

su l'aia abbagliante di spiche, 

a Mègara voglio tornare 

con una sete più forte 
4230 e bevere all'orcio di Egina, 

all'orcio di terra eginèta 

che appeso per l'ansa a un ulivo 

refrigera l'acqua nel vento. 

Egina tricoste, delizia M sorriso egi- 

4235 del golfo, pe' tuoi freschi orciuoli 

ti loderò, pe'tuoi fichi 

densi, pe'tuoi mandorli ch'io 

non vedo fiorire ? o pel bronzo 

che Onàta fondeva sì ricco? 
4240 o pel marmoreo sorriso 

che incurva le labbra agli opliti 

* 169 ' 22 



neta 



Laus Vita- morenti in fronte al tuo tempio ? 

Salamòia, isola di Aiace 
Telamonio, falce di luna 

424C petrosa che mai non tramonta 
sul mare né mai nel ricordo 
degli uomini, gloria di rostri, 
vittoria volante con triplo 
remeggio sul sangue salmastro, 

4250 penso alla tua ora divina 
quando i trierèti in silenzio 
poggiarono i remi agli scalmi 
assicurati col cappio 
di corda e ciascuno credette 

4255 udire Pallade armata 
scendere sopra la prua, 
e Serse era in trono sul monte, 
e di repente dai petti 
ellèni proruppe il peana, 

4260 squillarono tutte le trombe, 
rimbombò per tutte le rupi 
il grido dell'Eliade? " Questo 
è il combattimento supremo ! „ 

Luoghi di luce, le rose 
4265 fluttuanti al vento del mare 
bianche e fino agli orli ricolme 
non di rugiada ma di caldo 
mosto, son le Cicladi belle. 
Simile allo strepito primo 



170 



4270 della pioggia sopra la fronda, Laus Vitae 

quando la campagna si tace 

soffocata guatando la nube, 

m'è il suon de' lor nomi divini 

sopra l'anima ardente : 
4275 Sifno, Citno, Sèrifo, Nasso! 

A Ceo, che imita in sua forma 

rovo della colomba, 

a Ceo dalle leggi eccellenti 

come gli inni delle sue lire, 
4280 l'ombra di Simonide ancóra 

insegna la musica ai figli 

dei marinai pileati 

sul càrabo curvo che porta 

la scorza e la ghianda del cerro. 

4285 A Paro vagammo per vie 

chiare sotto pergole verdi. 

E tanto leggiere eran l'ombre 

che vi si parevano i nervi 

dei pampini con una traccia 
4290 più cupa, e i raggi per entro 

vi piovevano in guisa 

di torqui di anelli di armflle ; 

sì che vestiti d'azzurro 

e di monili vagammo 
4295 quivi ascoltando i cantari 

delle donne ionie che nude 

le braccia lavavano i lini 

in trògoli tutti di marmo. 



Laus Vitae Vedendo bagnare un bel velo, 

4300 non dell'irto eufòrbio archilo e hi o 
noi ricordammo i cruenti 
aculei ma l'unico fiore 
nato di due pètali soli : 
" Alcibìe dopo le nozze 
4305 offre a Era il velo crinale. „ 

Andro ci apparve su Tacque 
tutt' avvolta dal repentino 
scroscio della nube d'agosto, 
come tessitrice odorata 
4310 dietro telaio d'antica 

foggia intenta a tessere argento 
pur con alcun filo commisto 
di porpora forse venuta 
a lei dalle pésche di Giaro : 
4315 spirava per quell'erte trame 
olezzo d'aranci e di cedri. 
Ma l'odore di Siro 
fu più forte. Siro, nutrice 
di cordari e di calafati, 

4320 tra pescatori di spugne 
e conciatori di pelli 
artiera di vele e d'ormeggi, 
bianca a pie di fulve montagne, 
odor di fasciame unto a caldo 

4325 con pégola sevo e cerussa, 
cara ai marinai dell'Egeo! 



172 



Ah belle da presso le Cicladi Lslvls Vitx 

intorno a Delo corona 

gemmante, scolpite con arte 
4330 come calcedònie e iacinti. 

Belle più anco di lungi; 

che di lungi assemprano un coro 

d'aulètridi alto su Tacque, 

un coro d'aulètridi ionie 
4335 d&i lunghi chitóni cadenti 

su l'unghia del pollice, nude 

però le gole venate 

di ciano, dorate dal sole 

attraverso la pelle e le vene 
4340 insino ai precordii, dorate 

insino alla conca segreta 

del pube. E il miei delle vigne 

famose indolcisce ogni punta 

delle lor mammelle protese. 
4345 E la melodia de' lor flauti 

rallenta il venir della Notte, 

trattiene l'Estate sui mari. 

Voluttà, voluttà 

d' Ariadne e di Dioniso 
4350 commisti sul carro che aggioga 

la maculosa pantera 

cui l'Amore die per sorella 

una nudità constellata 

dai segni del bacio crudele ! 
4355 Tra il Cretico Mare e il Mirteo 



Laus Vitae mollizie insulare, lascivo 

sale che ancor bolle e schiumeggia 
della sua figlia Afrodite, 
amaritudine d'ulve 
4360 e di veneficii e di pianti, 

ove Pasifàe morta ondeggia 
riversa con le sue palme 
calde tuttavia del sudore 
malvagio, non spenta per anche 
4365 la carne che giunta fu all'ossa 
come il fuoco al legno del pino! 
Ah belle da presso e di lungi 
le Cicladi, e molto a me dolci. 

Ma a te tornerò col mio cuore, 
4370 isola di Aiace, a te forza 
delle triere rostrate, 
potenza adunca del ràffio, 
gloria delle glorie navali, 
per compier con soli i miei remi 

4375 " periplo delle tue rupi 
sante, poiché non potei 
combattere nelle tue acque 
com'Eschilo al fianco d' Aminia 
che die primo il colpo di rostro, 

4380 né come il giovinetto 

Sofocle condurre la danza 
degli efebi intorno al trofeo, 
né com'Euripide (l'immenso 
clamor del peana copriva 

'174' 



43 8 5 $ UT li ^lla partoriente) Laus Vitae 

nascere nel dì della pugna. 
A te tornerò pel mio voto. 
Dal colle d'Elèusi deserto 
non mi saziai di guardarti. 

4390 I monti di Mègara, i cupi 

Gerànei folti di pini, 

il Coridallo ondulato, 

le gole di File, il notturno 

Citerone, gli aridi gioghi 
4395 elicònii, tutte le vette 

lontane cui l'aria e la luce 

intessono vesti più belle 

che la veste del croco 

dello smilace e del narcisso, 
4400 impallidivano incontro 

all'aspro tuo lineamento 

ch'era come il guatare 

di Pallade quando ella indaga 

di sotto al suo casco corintio 
4405 le schiere ordinate nel campo 

e pesa il coraggio dei petti, 

sì che al vile trema lo stinco 

nello schiniere di bronzo 

ma la virtù si rischiara 
4410 nel forte che pugna con arte. 



-x 75 




Laus Vftae XIII. 

AP A VERI, sangue fulgente 
qual sangue d'eroi e d'amanti 
innanzi a periglio mortale, 

soli ardevate con meco 
4415 nella mistica chiostra 

poi che giammai riaccese 

vedrà il pellegrino le faci 

del Dadùco nel tempio La spiga mie- 

d'Ecàte. Ma i grandi triglifi ^ ta fa sikn - 

4420 dorici splendevano bianchi 

là dove Demetra si assise 

crucciosa, il cor piena d'angoscia, 

e isterilì la terra. 

Tutto era doglia e mistero 
4425 su le fondamenta solenni. 

L'ombra d'una nube curvata 

era sul Callìcoro, come 

l'ombra del mietitore 

indicibile che innanzi 
4430 agli epopti mieteva 

la spiga di grano in silenzio. 

u Vivi della Vita universa! „ 
mi significò la grandezza, 
della, solitudine sacra. 
4435 Ma l'anima umana non vive 

se non del suo sforzo incessante 
per effigiarsi su tutte 
le cose come sigillo 

-• 176" 



imperiale. " O Uomo, Laus Vhx 

4440 aduna tutte le cose 

sotto l'adamantina mola 

della tua volontà pura, 

e della sostanza premuta 

fa pe' tuoi giorni il tuo pane. „ 
4445 Guardai le pietre come glebe, 

le colonne come covoni. 

Poi gli occhi pregni di luce 

chiusi e la dea, ch'era informe 

per entro alla massa terrestre, 
4450 sorgere perfetta nel peplo 

cerulo vidi t chiomata 

nella corona murale. 

E fra le sue braccia divine 

tenea, sul suo seno odoroso 
4455 Demofoonte, il figlio 

mortale di Cèleo, nato 

più tardi. E nudrirlo volea 

d'una terribile forza 

perché crescesse oltre l'umana 
4460 misura e non più ritenesse 

nel petto cresciuto il respiro 

misero, l'ansia faticosa 

del gregge. Per ciò nottetempo 

ella l'occultava nel fuoco, 
4465 nelle stridule fasce del fuoco 

stringevalo senza timore; 

ed or lo volgeva sul fianco 

" 177 ' 23 



Laus Vitae ot su MtfO in quella vermiglia 

cuna, ora internavagli il capo 
4470 là dov'era più vorace 

la verginità della fiamma, 
come il fabro fa d'una spranga 
che battere debba all'incude. 

Ma Metanira spiava 
447*; con l'occhio obliquo» Spiava 

la femminetta regina La femminetta 

dalla fronte bassa quell'opra regina 

d'amor duro; e non comprendeva, 

la stolta! Con cruccio e spavento 
4480 si percosse ella ambo le cosce; 

gridò, schiamazzò come l'oca 

dei pantani. " Figlio „ ululava 

"figlio Demofoonte, 

ti occulta nel foco vorace 
4485 la straniera e a me ti sottrae ! „ 

E subitamente la gioia 

ignita di Demofoonte 

cessò, come torcia riversa 

che spengasi in putrido fango. 
4490 La dea lo rimosse dal fuoco 

e lo depose a terra; 

con disdegno uscì dalle case. 

E la femminetta al fanciullo 

piangente die tepida pappa. 

4495 Ah Metanira, Metanira, 

-178- 






imboccalo, ingozzalo dunque Laus Vitae 

col tuo buon cucchiaio di bosso, 

gonfialo d'orzo e di siero 

finché vòmiti. Se d'ambrosia 
4500 l'ungea la straniera, tu stilla 

per lui la sanie succulenta 

dalle più crasse carogne. 

E palpalo con le tue mani 

sudaticce, fiutalo quando 
4505 il suo ventre fluisce, 

lecca la sua pallida pelle 

con la tua lingua viscosa 

di gozzoviglia indigesta. 

Ben ti conosco. Quando 
4510 spingesti tu contro la dea 

la bocca imbavata di bile 

e d'ingiuria, ti precedette 

l'ignobilità del tuo mento. 

Regina, conosco l'antico 
45 l 5 tuo ceffo e il tuo nome novello. 

Gli occhi riapersi alla luce, 
come l'Iniziato 
reduce dal tenebrore 
profondo ov'eragli apparsa, 
4520 in una pausa infinita 

tra i gridi del lutto materno 
e il rombo dei bronzi percossi, 
la spiga mietuta in silenzio. 
E le innumerevoli vampe 



Laus Vitae dei fiori, che Persefoneia 

non avea cinti al suo capo 

notturno, ondeggiavano al vento 

di contro al zaffiro marino, 

sì forte che di taluno 
453° sparivano i petali come 

estinti dal soffio e appariva 

la regia corona sul gambo 

solinga, u O bei fiori paràlii, 

dominazioni letèe „ 
4535 dissi " io so dov'ardono i vostri 

èmuli in foco ed in sangue ! „ 

E del laziale deserto 

mi sovvenne, dell'Agro 

cavalcato dagli acquedotti 
454° roggi e dai centauri villosi 

che guidano il gregge con l'asta; 

della Latina Via 

sovvennemi e della Flaminia 

e dell' Appia grave di tombe* 
4545 E mi levai, al conspetto 

di Salamina, pensoso 

del Cremerà. E tra la muraglia II vóto romano 

del peribolo santo 

e il portico dorico io, pieno 
455° dell'altra mia patria, cercai 

sul suolo il vestigio dell'ampia 

base onde sorgeva la statua 

del Tempo, che Quinto Pompeio 

* 180^ 




figlio d' Aulo e i suoi due fratelli Laus Vitae 

4555 consacrarono quivi 

alla Potenza di Roma 
e all'Eternità dei Misteri. 

XIV. 

^OI scendemmo verso i due laghi 
salsi ove i novizii giungendo 
si purificavano. Ed oltre 

passammo, lungh'essa la riva 

del golfo bianca di ghiaie. 

Pel valico dell' Egalèo, 

tra i pini i leandri i mentastri 
4565 i mirti i ginepri i lentischi, 

pellegrinammo a un'altura 

più del Callìcoro santa 

per noi pellegrini gik ebri 

di tanta vita sublime. 
4570 E suscitava ogni nostro 

passo una nube di aromi 

che ci empieva il petto ansioso 

d'una voluttà troppo ardente. 

E più d'una volta l'angoscia 
4575 dell'amore mi vinse; 

e mi soffermai senza forza, L'Olivo a Co- 

credendo che il velo degli occhi ,ono 

fosse un albeggiare d'olivi. 

44 Figlia del cieco vegliardo, 
458° Antigone, dove siam giunti? 

-181- 



Laus Vitae in quale città di mortali ? „ 

L'Ombra di Edipo, dall'atre 
occhiaie per entro a' capegli 
cui le piogge i venti le arsure 

4585 dato aveano un tristo lucore 
come alle paglie marine, 
parlò. La sua faccia rugosa 
era come clamide attorta 
da man che la lavi sul sasso. 

4590 " Padre miserabile Edipo, 
torri di città sono lungi, 
quanto veggo. „ La voce 
virginale, nudrita 
di amare radici, parea 

4595 che pel veglio in sé ritenuta 
avesse la sola dolcezza 
della fonte, ornai gìk lontana, 
dal dio conceduta alla sosta 
del mattino sotto grand'elce. 

4600 E tutta la mia forza 

fu pallida, tutta la vita 
dell'anima mia fu vissuta 
perché quell'ora splendesse. 
Grido la mia bocca non ebbe. 

4605 Non fu nominato quel nome. 
Il coro di Sofocle puro 
s'alzò dagli olivi pallàdi!. 
"All'ottima delle contrade 
terrestri, Ospite, sei giunto, 

^182- 



4610 di bei cavalli feconda, LausVitae 

al biancheggiante Colòno 

ove plora in conche virenti 

il melodioso usignuolo 

piacendosi della vinata 
4615 edera e della sacra selva 

molto fruttifera, immune 

dal sole e dai venti iemali, 

che Dioniso effrenato 

ama trascorrere, e intorno 
4620 gli sono le iddic sue nutrici. „ 

Modi della strofe perfetta 

apparvero i culmini i lidi 

i templi gli arbori. Il velo 

delle Cariti effuso 
4625 e fa in cerchio a guisa di benda 

lieve sul crinale dei monti. 

E come rimetto che guarda 

il Parnète fu l'antistròfe. 

" Sotto f Urania rugiada 
4630 quivi continuo fiorisce 

di bei corimbi il narcisso, 

delle Magne Dee molto antica 

ghirlanda, e il croco aureo splendente ; 

né mai languono le insonni 
4635 fonti del Cefìso errabonde, 

ma continue rigano Tacque 

limpide fecondatrici 

la terra dal sen spazioso; 

- 183 - ^ 



Laus Vitae né mai si dipartono i cori 

4640 delle Muse, e non Afrodite 
che tratta le redini d'oro. „ 

Nell'inviolabile selva 

sacra alle Eumènidi entrammo, 

come supplici. " Arbore è quivi 

4645 cui non pose man d'uomo, germe 
da sé medesimo nato, 
che grandemente fiorisce, 
di glauca fronda l'Olivo...,, 
Anima mia, non tremare. 

4650 La nostra gioia più fiera 

la nostra conquista più grande 
noi non le canteremo. 
Quel che ci disse colei 
che coronata è di viole 

4655 non ridiremo ai vénti. 

Serberemo il miei dell'Inietto 
e il vin del Parnete, odorato 
con la bionda ragia del pino 
pentèlico, per i conviti 

4660 occulti ove sia nostro lume 

e nostra allegrezza lo sguardo 
di quelli occhi cesii che sai. 

Lascia la sua fronte nell'alto 
Etere, e inclinati su i lembi 
4665 della sua tunica ornati 

di belle ghirlande marine. 

« 184* 



Forse non sapremo giammai Laus Vitae 

il nome del fiore paràlio Le ghirlande 

che vedemmo sopra le sabbie marine 

4670 di Fàlero t e coglierlo noi 

non ci ardimmo, ah di sì lieve 

bellezza che parveci entrasse 

in noi non pel varco dei sensi 

ma com' entra un puro pensiero. 
4675 Fàlero, tutto l'azzurro 

dell'Attica scende alla tua 

baia, si versa in te come 

in un lebète d'argento 

e ci fa sitibondi 
4680 del tuo sale! Anche Munichia 

ha la sua coppa rotonda 

scavata nell'onice schietto ; 

anche Zea, nel fianco dell' Acte. 

Ma tu fosti fatto di mano 
4685 d'inimitabile artiere. 

In contro al faro di Psittàlia 

il mare si frange in ruine 

di sepolcri ; e forse colui 

che in pugno alla dea Poliàde 
4690 pose il remo in vece dell'asta, 

forse Temistocle quivi 

dormì su lo scoglio rugoso 

finché l'acque di Salamina 

non si ripresero l'ossa 
4695 dell'eroe che tinte le a vea 

' 185 f 24 



Laus Vitae col sangue dell' A sia. Pur quanto 

è più dolce al piloto 
in calde arene colcarsi ! 
44 A Fàlero voglio approdare. 
47 00 All'ancora mia date fondo. 
E poi seppellitemi all'orlo 
del lido, nella rena giù. 
Quivi marinai sbarcheranno, 
ch'i'oda lor voci da giù. „ 

4705 Canta tuttavia le canzoni 
sue roche quel pescatore, 
che non si nomava Fintilo 
e non Ermonàce, nerigno 
come il guscio della carruba 

4710 grata ai giumenti, ma grigio 
intorno al collo la barba 
come intorno a scalmo consunto 
sfilaccia di stroppo ? Pensammo 
che offerto egli avesse al dio 

4715 dei promontorii gli avanzi 

della rete i sugheri e i piombi, 
o le nasse e l'amo ricurvo 
legato al suo crin di cavallo 
con la lunga canna, o una triglia 

4720 pavonazza, la squamma 

d'un gambero, un fin laberinto. 
Ma forse veduto egli avea 
sul Mare Mirteo Saffo morta 
e virato in prua paventando 

"186" 



47 2 5 ^ fosca sirena dormente. Laus Vitae 

O Cefìsia, delle tue polle 

che aveano il colore delf ombra 

mi sovviene, e de* tuoi bianchi 

sarcòfaghi e del clamore 
473° delle tue rondini. O Spata, 

mi sovviene delle tue tombe 

venerande. Padre di templi 

fulvi come il grano maturo, 

Pentelico, de' tuoi pastori 
4735 nii sovviene selvaggi 

ne' chiusi di creta e di giunchi 

o sotto le tende di cupa 

cànape simili a quelle 

che vidi nel muto Deserto. 
474° Nel tuo teatro, o Torìco, 

dinanzi all'isola lunga 

cui die la Tindaride il nome, 

tra moltitudini d'erbe 

vedemmo l'Aurora inclinata 
4745 a rapire il bel cacciatore 

e udimmo il lamento di Procri. 

Laurio, lungi a' tuoi pozzi oscuri, 
alle tue fornaci, alle scorie 
del tuo metallo, scoprimmo L'Evia im- 

475° una roccia rosea come pietrata 

il corpo d'un'Evia bagnato 
di mosto; ed era si bella 

-187- 



Laus Vitae che per toccarla scendemmo 

tra gli scogli ardui del lido 
4755 perdendo il cammino; ma, quando 

ritrovammo il cammino 

e ci volgemmo a guardarla, 

di lungi eli' era anche più bella ; 

e ne favellammo nel vespro, 
4760 tornati alla nave, colcati 

sul ponte, prima che il sonno 

ci prendesse, parlammo 

di lei come d'una divina 

carne che fosse vivente 
4765 laggiù senza letto d'amore, 

E viveano tutte le coste, 

dal Sunio al Pireo, nella sera. 

Sunio, un mercatore fenicio 

fui guardandoti, un montanaro 
4770 d'Ircania portato alla guerra II Sunio 

su nave di Medi, un Bitinio 

della Propòntide in commercio 

d'acònito, un frumentiere 

del Chersoneso, un vinaio 
4775 di Ghio fui guardandoti, ed ebbi 

tant'occhi per istupirmi 

di te con sempre nuove 

pupille; e per venerarti 

piloto di Fàlero fui 
4780 reduce da Panticapèo, 

rivarcato alfìn l'Ellesponto 

-188- 



e alfine il Geresto d'Eubea, Laus Vitae 

dopo traffico lungo; 
ed anche foplìte devoto 
4785 fui della Republi'ca t a guardia 
dell'argentifero lido, 
del metallo sacro all'impresso 
conio dell' eponima dea. 

Promontorio fra tutti 
4790 venerando, altèra cervice 

della Paràlia rupestra, 

il tuo tempio par che si sciolga 

come lentissima neve 

alle primavere del mare. 
4795 II sale mordace cancella 

dalla colonna il solco 

dorico, nel masso fenduto 

dell'architrave consuma 

le groppe ai Centauri e le corna 
4800 al maratonio Toro 

domato dall'attica forza. 

Maratona, Maratona, 

aquila precipitosa 

dall'ali irsute di lance, 
4805 ben ti venne Teseo sul fronte 

degli opliti a fianco d'Echètlo, 

dell'eroe rurale che uccise 

gran turbe di Medi col suo 

mànico d'aratro e poi sparve. 



189 



Laus Vitae Io sul tuo tumulo grande 

colsi una rama d'alloro L'alloro di Ma- 

che dure avea foglie di bronzo 

ma bacche tra nere e azzurrigne 

rilucenti come la testa 
4815 della rondinella cecròpia. 

Poi, su la spiaggia arenosa 

quasi palestra solenne, 

raccolsi una selce che avea 

forma di man chiusa. Ed allora 
4820 vidi Cinegìro figliuolo 

d'Euforione aggrapparsi 

alla protome della prua 

barbarica, sotto la scure 

del Medo; il combattimento 
4825 maraviglioso dell'Uomo 

e della Nave, nel sangue 

nell'incendio e nell'oro 

di Serse, vidi anelando; 

e chinarsi Eschilo armato 
483° sopra il rosso tronco fraterno. 



ORDA randa! Issa flocco! 
Sciogliamo le vele del triste 
ritorno, miei dolci compagni. 

Il nostro periplo è compiuto.,, 
4835 E Delo fu l'ultimo approdo ; L'ultimo ap- 

ma la cicala d'Apollo P rocJo 

nella sua gabbia di giunco 

<• 190^ 




marino era muta, era morta. Laus Vitae 

"Salve, fondamento d'iddìi, 
4840 ramoscel soave alla prole 

di Leto dal fulgido crine, 

figlia del ponto, prodigio 

immobile dell'ampia 

terra; cui chiamano Delo 
4845 i mortali, ma nell'Olimpo 

i beati astro della cupa 

terra lungi apparito!,, 

L'infranta strofe dell'ode 

tebana, come un'altra 
4850 ruina sublime, era innanzi 

alla nostra tristezza. 

Nell'inno dell'Omeride, 

come in lontananza insulare, 

sonavan gli ululi di Leto 
4855 per nove giorni e per nove 

notti travagliata dal parto 

del dio (gittò ella le braccia 

intorno alla palma, i ginocchi 

sul prato ponto nello sforzo: 
4860 alfine Apolline irruppe 

dal lacerato grembo 

alla luce: intorno le dee 

confortatrici, anche Ilitìa 

la tardi venuta d'Olimpo, 
4865 conclamarono); e i canti 

e le danze e i giochi e le gare 



Laus Vitae de* Ionii dai lunghi chitóni 

adunati a' piedi del Cinto 
sonavano. E stava seduto 
4870 quivi incontro al Sole oriente 
il cieco Omerìde, in un cerchio 
di vergini dèlie ascoltanti. 

Io dissi: u Adoriamo nel sasso 
sterile angusto e doglioso 

4875 la fecondità degli Ellèni.,, 
Morta era Delo su Tacque, 
deserta, nuda, affocata 
dal meridiano furore. 
Ogni sua pietra ardeva 

4880 come già nei forni i frammenti 
delle sue statue divine 
incotti dai mercatanti 
di calce a murare le case 
degli uomini immondi. La vetta 

4885 del Cinto nel cielo era come 
la sommità di una mitra 
disadorna. Bolliva 
il mare tra Delo e Micòno 
più cupo, come allor quando 

4890 gittovvi Aristide il Giusto 
le masse roventi del ferro 
poi che giurato ebbero il patto 
federale i capi de* Ionii. 

Non diversa apparve nell'alba 



4895 dei tempi l'isola al nàuta Laus Vitac 

pelasgo che senza approdare 

veleggiava in vista del Cinto. La sterilità 

u Niuno giammai le tue rive ài Delo 

toccherà, niuno giammai 
4900 t'onorerà; né credo 

che tu sii per esser feconda 

di pecore molte o di buoi 

né di vendemmie ricca 

né d'arbori verde „ le disse 
4905 Leto affaticata dal peso 

del nascituro. Deserta 

e nuda l'isola ardeva, 

come oggi, al meriggio d'estate. 

E venne l'Ellèno e le disse: 
4910 "Perché tu sei sterile, o figlia 

del ponto, io t'eleggo e ti sposo. 

Trarre saprà dal tuo grembo 

aspro le abondanze e le gioie 

il fecondatore di rupi. „ 

4915 E, intorno all'ara construtta 

coi corni dei capri abbattuti 

dagli strali del Lungescagliante, 

sorsero i templi le stoe 

le esedre i granai le apotèche. 
4920 Santuario ed emporio 

dell'Eliade, l'isola ortìgia 

attrasse da tutte le rive 

del Mediterraneo Mare 

' 193 " 25 



Laus Vitae le teorie dei devoti, 

49 2 5 le compagnie dei mercanti, 
la triere adorna di fiori 
con uomini liberi ai remi, 
la strongile onusta di grano 
con ciurma di schiavi oleosi. 
493° Da Alessandria a Bisanzio, 
da Rodi a Creta, da Ostia 
a Làmpsaco, da Siracusa 
a Laodicèa, da Mileto 
a Sibari tutte le genti 
4935 recavano l'inno e il tributo. 

Nella vicenda sanguigna 
dell'armi, ogni Egèmone armato 
del Mediterraneo Mare 
alzar volle quivi, tra il Cinto 

4940 e Toccidental lido, in gloria 
il monumento superbo 
alla sua potenza navale. 
Da Ulisse ad Antioco Epifàne, 
i re v* approdarono. Il quinto 

4945 Filippo Macèdone v'ebbe 
la stoa tetràgona, insigne 
di seggi e di statue. Nicia 
v' entrò sopra un ponte splendente 
di ori, con un popolo bianco 

495° di musici. I Tolomei 

dall'immensità sepolcrale 
vennero, offerte recando 

M94- 



ismisurate. La rosa Laus Vitae 

della Repubblica ròdia 
4955 vi fiorì di porpora. In pace 
vi stette la Lupa di Roma. 

E nessuno vi nacque 

da utero umano, e nessuno 

vi morì in carne corrotta. 
4960 L'isola mondata fu d'ogni 

putredine. Il dio luminoso 

vi diffondea col respiro 

un'armonia sempre eguale. 

Le sue corone i suoi vasi 
4965 le sue vesti eran di tanto 

lume che il perìbolo sacro 

mai non conobbe la notte. 

Il disco del lago specchiava 

la faccia indicibile. Intorno 
4970 all'ara dei Corni la danza 

fingea con ambagi infinite 

il Laberinto cretese. 

L'efebo e la vergine i ricci 

recisi avvolgeano ai virgulti 
4975 e ai fusi per quelli deporre 

sopra le tombe nel tempio 

d'Artemide nata gemella. 

" Delo „ io pregai nel mio cuore 
" sterilità più bella 
4980 che tutta la fronda di Tempe, 



Laus Vitae la forza dell'anima ellèna 

tu ogni tua pietra m' appare 
chiusa qual seme in gleba, 
si che alcuna delle perfette 

4985 forme contemplate con gioia 
ne* luoghi famosi, o febèa, 
non mi ammaestra come 
la tua solitudine inulta. 
Deh fa che sempre io ti veda, 

4990 con gli occhi dell'anima invitta, 
fa che io ti veda qual sei, 
immobile ignuda e fatale 
su le quattro ardue colonne 
sorte dagli abissi del ponto 

4qqc per sostenerti, e ch'io veda 
Leto abbracciare la palma 
pontare i ginocchi sul prato 
per partorirti il bel dio! 

Ecco, noi sciogliamo le vele 
5000 a dipartirci. Il periplo 

è compiuto. Navigheremo 
verso Messàna falcata, 
verso la vorace Caribdi. 
Da questa patria a un'altra 
5005 patria ch'è pur sacra agli iddii 
veleggeremo, colmi 
di vita i precordii, spumanti 
e traboccanti d'ebrezza, 
pronti a combattere, certi 

" t 9 6 - 



5010 di vincere, poi che apprendemmo Laus Vitae 

a cantare il peana 

nelle acque di Salamina, 

nei piani di Maratona, 

e a correre dando l'assalto. 
5015 Vivemmo, divinamente 

vivemmo! All'antica mammella 

ci abbeverammo, ancor piena. 

La bestia inferma uccidemmo 

nel nostro fango penoso. 

5020 Come per osservare 

l'oracolo gli Ateniesi 

purgarono tutto il tuo suolo, 

noi anche disseppellimmo 

i nostri cadaveri informi 
5025 e li scagliammo all'abisso, 

e dietro di loro gittammo 

pietre pesanti ed obbrobrio 

per consegnarli all'abisso. 

Or tu, nella mia dipartita, Deliaca Lex 

5030 o Rupe, da tutta la tua 

nudità cui più non fa velo 

il fumo delle ecatombi, 

ripeti a me l'unica legge 

cui voglio obbedire : SII PURO. 
5035 T'obbedirò nella luce 

t'obbedirò nell'ombra, 

Delìaca Legge, che splendi 

su l'Eliade come il suo cielo 



Laus Vitac pudico. In segreto e in palese, 

5040 per sempre sarò tuo fedele. 

Vertice del Cinto, e sovente 
io ti manderò sacri doni. 
Narravano i Delii che a quando 
a quando sacri doni, 

5045 involti in paglia di grano, 
giungessero dal paese 
degli Iperborei in Iscizia; 
e che dalla Scizia, trasmessi 
di popolo in popolo, verso 

5050 occidente, fosser recati 
sul Golfo Adriatico e poi 
ad austro, primieramente 
raccolti in Dodona da Ellèni, 
scendessero nelPEubea 

5<>55 c ( l u * nc ^ s ^ no a Carìsto ; 
e che dai Caristii, lasciata 
da banda l'isola di Andro, 
recati fossero a Tèno 
e ultimamente dai Tenii 

5060 consegnati fossero a Delo, 
involti in paglia di grano. 

Ovunque io mi sia, nelle terre 
distanti, in liete sorti o in dure, 
in guerra o in pace, miei doni 
5065 ti manderò similmente 
involti in paglia di grano, 

* 198 * 



che non so custodia più monda. Laus Vitx 

Ma il mio primo dono 

ti verrà forse dal luogo 
5070 che ti successe in potenza 

quando passato fu sopra 

i tuoi granai e le tue stoe 

il turbine di Mitridate : 

da Ostia romana, ov'Enea 
5°75 del sangue di Dàrdano prese 

la terra (accolto l'avevi 

già tu su le concave navi 

construtte coi pini dell'Ida) 

e sotto l'arbore assiso 
5080 co l DC 1 I u l e coi primi duci 

mangiò per fame le adòree 

mense e disse : " Qui è la patria ! n 

Ivi trovar voglio il fascio 

cereale dei culmi biondi 
5085 per chiudere il dono mio primo. 

Conosco il luogo; e, s'io penso 

che lo rivedrò, mi s'allevia 

la tristezza del dipartire 

perché già, riodo il Ponente 
5090 che su la via de' Sepolcri, 

sul tempio della Magna Madre, 

verso la selva laurèntia 

soffia traendo la morte 

e la vita, la memoria 
5°95 e la speranza. Ivi un giorno, 

- l 99" 



Laus Vitac dalla soglia d'africo marmo 

dinanzi alla cella di rosso 
mattone spogliata ma grande, 
vidi tra gli stipiti eretti 
5100 della Porta Marina 

mirabili spiche ondeggiare 

non certo nate da semi 

cui sparsi avesse man d'uomo. 

Non lungi era il Tèvere torvo 

5105 fra deserti argini; e le negre 
navi dalle cubie dipinte 
di minio, cariche di molte 
botti, navigavano contro . 
corrente per ormeggiarsi 

5U0 all'ombra del Sasso Aventino; 
e venia sul soffio il cantare 
dei marinai di Sicilia 
e dei garzonetti campani 
dal crin di viola, che belli 

5115 son forse come i fanciulli 
danzanti il gèrano intorno 
ai tuoi turìferi altari. 
O Delo, forse le spiche 
di sé medesime nate 

5120 tra que' due stipiti eretti 
della Porta Marina 
ritroverò, per mandarti 
involto in quel misterioso 
frumento il mio primo dono.,, 

" 200 * 



5^5 Cosi pregai nel mio cuore ; Laus Vitac 

e ciascun dei dolci compagni 

forse anche pregò nel suo cuore 

segreto, perché non s'udiva 

parola. Ed eramo tutti 
5130 a poppa raccolti, in silenzio. 

Ed uno di noi, che taceva 

con fronte ostinata, era sacro 

a morte precoce, più caro 

d'ogni altro agli iddìi come eletto L'Ulisside 
5 l 35 a perir giovine e in atto 

di compier l'impresa cui s'era 

devoto con anima salda. 

Or quegli nella memoria 

più fortemente mi vive; 
5140 e lui vedo presso la ruota 

del timone in quel punto, 

ritto su le gambe sue snelle 

e nervose di corritore 

del lungo stadio, guatare 
5 l 45 con gli occhi chiarissimi il solco. 

In verità, fra i compagni 
egli era il più pallido. Quasi 
esangue appariva il suo volto; 
ma i suoi biondi capelli 
5150 sorgevano senza mollezza 
su la robusta ossatura 
della fronte nata a cozzare 
contra l'impedimento; 

* 20l > 26 



Laus Vitae e di virtuoso rilievo 

5155 su' chiarissimi occhi era l'arco 
dei sopraccigli, sobria 
la bocca e di netto discorso, 
agile il collo se bene 
la nuca sì ferma paresse 
5160 ch'io le comparai la cervice 
d'Eràcle che l'Etra sostiene 
tra la bella Espèride e Atlante 
nella metòpe d'Olimpia. 
Ei ne sorrise. Ma certo 
5165 gli sovrastava continua 

l'imagine immensa d'un cielo. 

Veduto avea splendere nuove 
stelle in un cielo incurvato 
su selve più vaste che tutta 

5170 l'Eliade, su fiumi più larghi 
che gli ellesponti e gli euripi, 
nel Continente australe, 
tra fosche incognite stirpi 
dall'anima ancóra constretta 

5175 nell'inviluppo terrestre 
come gli iddìi primitivi 
dell'Eliade erano ancor misti 
agli elementi del Cosmo. 
Condotto avea su le notturne 

5180 correntie la spaziosa 
rate carica di tronchi 
centenni e mirato il volume 

*■ 202 ' 



infinito dell'acque Laus Vitae 

palpitar d'astri qual cielo 
5185 irriguo e l'alba levarsi 
dai silenzii possente 
come per un giorno eternale. 

Un Ulisside egli era. 

Perpetuo desio della terra 
5 l 9° incognita l'avido cuore 

gli affatica va, desio 

d'errare in sempre più grande 

spazio, di compiere nuova 

esperienza di genti 
5 l 95 e di perigli e di odori 

terrestri. Come le schiave 

di Bitinta o di Frigia 

recavano in letto corintio 

l'indelebile aroma 
5200 natale, cosi le sue patrie 

remote nell'anima sua 

voluttuosamente 

odoravano. Ei sorridea 

dinanzi all'olivo d'Atena 
5205 pensando la smisurata 

fronda opulenta di fiori 

di frutti di piume che tutti 

vincono i monili di Serse. 

L'Ilisso e il Cefìso ruscelli 
5210 sassosi pareangli, che varca 

'203' 



Laus Vitac il salto d 'un uomo ; rimetto, 

un alveare declive; 
il Pentelico, un tempio 
dal lungo tìmpano, senza 

5215 intercolunnii; tutta 

l'Attica pareagli dal cinto 
aureo di Afrodite conclusa. 
O dolce compagno, ebro e folle 
d'immensità, ti rivedo 

5220 àlacre all'alba sul ponte, 

il primo ai risvegli e ai lavacri 
mattutini, vigile come 
il gallo, sempre operoso, 
Ulisside! Il tuo piede scalzo 

5225 rivedo sul nitido ponte, 

il pie dalla pianta ampia e certa, 
dal maschio e divergente 
pollice, il pie corritore 
del lungo stadio, o Ulisside. 

5230 Tu eri il più sobrio e il più casto ; 
e, se il compagno avea sete, 
perché quegli bevesse 
tu non bevevi, contento. 
E nei polverosi cammini, 

5235 per l'erte difficili, amavi 

portare l'ingombro dei pesi, 
né per ciò mutavi il tuo passo 
espedito; che il tuo bel corpo 
era immune d'adipe ignavo, 

*• 204 f 



5240 come l'ottime spiche Laus Vitae 

arente sotto il mai curvo 

tuo capo d'oro, Ulisside. 

Intento a disciplinarti 

eri sempre, anco ne' piaceri 
5245 fugaci, e ad apprendere molto, 

ad essere industre tu solo 

come uomini molti; e sapevi 

apprestarti il tuo cibo 

e rimendar la tua veste 
5250 come la tua vela, Ulisside. 

Compagno diletto, che mai 

mi fosti grave e mai con l'ombra 

tua mi togliesti il mio sole, 

non più dunque presso il timone 
5255 seduto su fascio di corde 

io ti leggerò l'avventura 

del Re di tempeste Odisseo 

che dopo le nove giornate 

ventose approdò nella terra 
5260 dei mangiatori di loto, 

che mangiano il fiore del loto 

che fa obliare il ritomo 

a chi la dolcezza, ne prova ? 

Ahimè, ti scordasti il ritomo 
5265 tu anche, ma non per quel fiore 

soave, e mai più tornerai 

col tuo passo certo e leggero 

verso di noi che t'attendemmo 



'205 



Laus Vitac sì lungamente e sperammo 

5270 di udir la tua limpida voce 
narrar la conquista lontana ! 

Sotto la clava del selvaggio 
predone cadesti, senza 
vìndici, neir umida ombra; 

5275 mentre tu, svelto odiatore 
di salmerìe e di scorte, 
con silenzioso ardimento 
t'addentravi nella foresta 
letale, obbedendo al tuo fato 

5280 che ti spingea senza tregua 
più oltre più oltre nel nuovo. 
Prono cadesti, e il tuo sangue 
ottimo, il sangue del capo, 
bagnò l'erbe e i fiori dell'umo 

5 2 ^5 di là dall'ultima orma 

che stampata avevi col piede 
veloce; sicché procombendo 
andasti pur sempre più oltre 1 
il tuo corpo, ove spegneasi 

5290 il pronto vigore latino, 

occupar valse anco un tratto 
di terra ignota, o Ulisside. 

Gloria a te ! Ricordato 
sarai se non muoia il mio canto 
5 2 95 fra l'itala gente. A te gloria ! 
E ti rivedo, sul Mare 

" 206" 




Mirteo, presso la ruota Laus Vrt* 

del timone in quel punto, 

ritto su le gambe tue snelle 
5300 e nervose di corritore 

del lungo stadio, guatare 

con gli occhi chiarissimi il solco. 

E t'era non molto discosto 

un altro compagno di stirpe 
5305 migrante, dei vizii umani L'altro Ulisside 

esperto e del valore, 

e degli odii, duro in oprare 

e combattere, aspro in trattare 

la pelle infetta dei grcggi t 
5310 occhio aguzzo, collo taurino, 

fermo pugno, pensier destro 

a ogni lotta come compiuto 

atleta al pancrazio e al pentàtlo. 

E questi avea seco, qual pegno 
e 3 te dimore, la sferza untuosa 

tagliata nel cuoio ferrigno 

del pachidermo fiumale, 

fatta untuosa dai dorsi 

negri stillanti di sevo 
5320 fetido. E amava d'amore 

anch'egli una terra lontana, 

la terra ignita ove la Sfinge 

all'urto dell'uomo ritratta 

s'è dalle sabbie del Nilo 
5325 ad altre piagge crudeli 

" 207^ 



Laus Vitac e in silenzio attende l'audace 

per farsi alla gola una torque 
di candidi ossi novella. 
E certo anch'egli in quel punto 
5330 travagliato era dal suo 
grande amor periglioso; 
che tutti avevamo una febbre 
di sogni nel sangue e donata 
l'anima a grandezze lontane. 

5335 U Sol declinando, caduto 
era ogni soffio come 
tra Itaca aspra di rupi 
e Same irta di cipressi 
là sul Ionio Mare nel giorno 

5340 memorabile. In cerchio 

sorgeano dall'acque serene ■ 
le belle Cicladi, d'oro 
e d'avorio come le ricche 
statue foggiate col fiore 

5345 della preda di guerra. 

Più d'ogni altro monte splendeva 
il Marpesso, onde gli Ellèni 
tratto avean la candida carne 
de' loro iddiu Lungi, l'Eubea 

5350 l'Attica il Peloponneso 
tutta f Eliade santa 
era invisibile ai nostri 
occhi ma presente in eterno. 
Anche una volta ascoltammo 



208 



5355 



Torà della vita sublime. LausVitae 



E dai campi delle battaglie 

terribili, da Mantinèa 

da Platèa da Cheronèa 

da Potidèa da Leuctra t 
5360 da tutti i campi sacri 

alle grandi stragi di genti, 

sorse per entro quell'aere 

melodioso un clamore 

discorde: il lagno dei vinti, 
53^5 1° scnerno dei vincitori, 

il canto amebèo della guerra. 

Ebri d'antiche bellezze 

e di nuove, dalle soglie 

del venerabile Olimpo 
5370 ardentemente protesi 

verso primavere ed estati 

future, avidi di dominio 

e di gloria, pel nostro amore 

pronti ad ogni più disperato 
5375 combattimento, ascoltammo 

con intimo fremito il canto. 

Diceano i vinti: U O iddii, II canto amebeo 

o iddii, proteggete la nostra della Guerta 

terra se mai v'offerimmo 
5380 m sacrificio il bianco 
e nero fiore dei greggi, 
le primizie degli orti ! 

" 209 - 27 



Laus Vitae Spavento, sciagura, vergogna 

si precipitano sopra 

5385 la stirpe che amaste, cui foste 
per sì lungo tempo benigni. 
Ah! Ah! Udite, udite 
lo scalpito dei cavalli 
dietro la polve messaggera 

5390 di morte, lo stridor degli assi 
nei mozzi, furto dei clìpei 
e delle gambiere di bronzo. 
L'etere è tutto irto di lance. 
Le catenelle dei freni 

5395 induriti col fuoco, ecco, ecco, 
tintinnano nelle bocche 
schiumanti. Ecco f ultima strage!,, 

I vincitori: H Gli iddìi 

son coi vittoriosi! 
5400 Pascere Ares noi vogliamo 

con la vostra carne cruenta. 

Zeus non v'ode, non v'ode 

l'ippico Re, non Apollo. 

La spada a due tagli l'estrema 
5405 luce fa su gli occhi del vinto. 

La Necessità vi tien presa 

la strozza come noi l'elsa 

d'argento tegnamo nel pugno 

e la coróne dell'arco 
5410 e della frombola il cappio 

per forarvi il cuore tremante, 

t 210 «* 



per fendervi il cranio curvato, Laus Vitae 

per frangervi ambo i ginocchi. 
A terra! A terra! Gli iddìi 
5415 non v'odono. La città vostra, 
con Toro la porpora i vasi 
di vino i bei letti e le donne, 
alla nostra fame è promessa. „ 

Diceano i vinti : u Sciagura ! 
54 2 o Gli iddii disertano i templi ! 

Pur quegli che sorse dal suolo 

onde noi nascemmo, ci lascia ! 

Ah t per questo nascemmo, 

per esser calpesti, premuti 
5425 come il grano sotto la mola 

come nel frantoio l'oliva 

come l'uva nel tino, 

per esser pan d'ossa trite, 

olio di midolle, vin rosso 
5430 di vene al banchetto feroce ! 

Gli iddii son co' vittoriosi 

anche vili. Il cielo è su noi 

come clipeo nemico 

che porti nell'ònfalo il capo 
5435 gorgòneo per impietrarci. 

E quante ecatombi v'offrimmo, 

o Zeus, o figlia di Leto, 

o Cipride madre di nostra 

gente, per quest'onta nefanda ! „ 



"211- 



Laus Vitae I v i nc itori: H Molesto 

è agli iddìi l'odore fumoso 
delle ecatombi offerte 
da femmine imbelli. Tacete! 
Vociferar contra gli iddii 

5445 non vi giova. Le lingue 
loquaci vi strapperemo 
noi dalle fauci per darle 
in pasto alle cagne e alle scrofe. 
Voliamo, voliamo, cavalli 

545° di belle criniere, voliamo, 
carri dall'aureo timone, 
su i petti e su i dorsi dei vinti ! 
La polvere, la sitibonda 
sorella del fango, ha bevuto 

5455 un fiume di sangue ed è nera. 
Meglio è segnar nuovi solchi 
di ruote sul tramite umano, 
su i vivi e su i morti prostesi. 
A terra ! A terra ! Voi siete 

54"° la via su cui passano i carri.,, 

Diceano i vinti i u Eccoci a terra, 
eccoci proni, prostesi 
davanti all'unghie dei vostri 
cavalli. Se gli iddii 
54°5 non odono, udite la nostra 
preghiera voi, uomini, nati 
dell'uman seme come noi 
ne nascemmo in giorno nefasto!,, 

* 212 " 



E i vincitori: "Non siete Laus Vitae 

5470 voi uomini, sì siete cose 

da noi possedute, men buone 

dei vestimenti, dei vasi, 

dei letti. Noi dalle vostre 

viscere trarremo le corde 
5475 adatte alle frombole e agli archi; 

e le serberemo pel giorno 

in cui ci bisogni domare 

novamente insania di schiavi 

se qualche rampollo risorga 
5480 dal tronco che abbiamo reciso. 

Ma non lasceremo radici.,, 

** "Ecco, ecco, siamo la via 

palpitante sotto il galoppo 

di ferro. Ma il cuore vi tocchi 
54^5 pianto di vergini, vagito 

di pargoli, ululo di madri! 

Ardete le case, abbattete 

le torri, struggete dall'imo 

la città, le ceneri ai vènti 
5490 date e i nostri corpi agli uccelli 

voraci, ma fate che il gregge 

misero lasci le mura 

e lungi nasconda il suo lutto!,, 

— "Le vostre vergini molli 
5495 le soffocheremo nel nostro 

amplesso robusto. Sul marmo 

dei ginecei violati 

-213' 



Laus Vitae sbatteremo i pargoli vostri 

come cuccioli. Il grembo 
5500 delle madri noi scruteremo 
col fuoco, e non rimarranno 
germi nelle piaghe fumanti.,, 

**•*■ H Ah, non avete sorelle 
che a' telai vi tessano vesti 

5505 soavi aspettando il ritorno ? „ 

•"* " Già corse il Messo. Ora annunzia 
che vincemmo. Ed elle infiammate 
gittano le spole e *• Sien grandi *» 
sciamano *• la strage e le prede! „ 

5510 ^ " Non mogli avete che appeso 
rechino alla mammella un dolce 
figliuolo e gli cantino il sonno ? „ 
** M Elle ne' lor seni hanno latte 
di leonessa e al figliuolo 

55x5 dicono : ^ Se il germe rinasca 
malvagio, tu crescimi forte 
e schiantalo ancóra e per sempre! „ 
•**■* u Non madri avete al focolare ? „ 
^ ** L'arme pesarono ammonendo : 

5520 + Non ti stancar mai di ferire. 
Sia l'ultimo colpo il più crudo. * 
Voliamo voliamo, cavalli 
di fuoco, sul fango dei vinti! „ 



214 




XVI. Laus Vitae 

VITA, o Vita, 

dono terribile del dio, 
^ come una spada fedele, 

come una ruggente face, 

come la gorgóna, 

come la centàurea veste, 
5530 o Vita, assai più crudele 

è il canto che nella pace L/altio canto 

delle città funeste 

s'ode, quando arde il bitume 

o splende la selce 
5535 sotto il Cane vorace 

nelle vie diritte ove passa 

il carro che non ha timone 

né giogo, e non corsieri 

splendenti di sangue e di schiume 
5540 cui prostesa Tonta soggiace, 

ma rapidità senz'acume 

che bassa scivola, immune 

tra la ferrea fune sospesa 

e il duplice ferro seguace. 

5545 Conosco la ferita 

che nella via necessaria 

fa la rotaia lucente 

agli occhi della tristezza 

smarrita per quell'aria atroce, 
ceco quando non ha più voce 

la bocca convulsa che occlude 

* 215^ 



Laus Vitae la cenere dei sogni 

masticata nel fiele 

rigurgitante, e dalle nude 
5555 mani pare avulsa 

l'ugna che sapea ghermire, 

e sola nel collo 

la caròtide pulsa 

come la sbigottita 
5560 rondine cui V infantile 

carnefice strappa le piume 

di nascosto, e il cuore è frollo 

come la carogna vile 

che sul bitume 
5565 si matura al sole d'agosto. 

Ben vi so, torridi giorni, 
meriggi funerei, 
incontri spaventosi 
di cerei volti disfatti, 

557° v * a cn * usa tra mura di forni, 
tacita piazza combusta, 
sordo asfalto, lastre roventi 
su cui l'ombra angusta 
dell'uomo è come bestia 

5575 & corte gambe laida e obliqua 

che il tacco gli addenti ove il cuoio 
rossigno si torce sformato 
dall'ignobile passo 
consueto. Ombra, ombra del vinto 

5580 sì trista su le sporche mura, 

* 216 ■* 



trista come la menzogna 

callosa ond'ei campa e lucra, Laus Vftae 

trista come il suo vizio 
segreto, come il suo rimorso, 
o come la sua paura, 
55 5 come la sua vergogna ! 

Manìe, Manie silenziose, 

erranti nelP inferno ** Manìe me- 

della città canicolare, ■ ridiane 

col passo degli sciacalli 
559 famelici, tra le bucce 

lùbriche dei frutti e lo sterco 

dei cavalli coperto 

d f insetti che hanno il lucore 

deiracciaio azzurrato, 
5535 io v j guardai nelle pupille 

contratte dal dolore 

della luce, vi guardai 

negli occhi gialli di sanie 

, e di cruore vermigli, 
eòoo • i • • • f 

D su cui palpitavano ì cigli 

col palpito disperato 

che non ha tregua nel sonno 

poi che il sonno fu ucciso ; 

, vi guardai fiso aspettando 

5 5 c he vi scagliaste come doghi 

a mordermi i pugni e la gola. 

Imagini del delitto 

' 217 - 28 



Laus Vitse mostruose intravidi, 

5610 torcimenti d'angosce 

inumane ma senza gridi, 
anime come sacchi flosce, 
altre come logori letti 
di puttane marce di lue, 

5615 altre come piaghe orrende, 
fatte informi e nane 
dal gran taglio diritto, 
simili al combattente 
ch'ebbe le due cosce 

5620 recise fino all'anguinaia 
e tuttavia rimane 
mezz'uomo sul suo tronco e cerca 
con le dita ancor vive 
tra il rosso flutto la radice 

5625 di virilità ricacciata 

in fondo al ventre, là dov'era 
prima ch'egli escisse compiuto 
maschio dalla matrice. 

Ma quelle miserie e quei morbi 
5630 e quelle follie, 

insanabili, al mio male 

non eran fraterni 

se non per il silenzio 

e per la sete, 
5635 perché taceano e avean le labbra 

della sete mortale. 

E cessai di guardare. 

-2l8< 



Tenni gli occhi inclinati Laus Vitae 

al riverbero bianco 
5640 delle selci, solo 

con la mia febbre errabonda. 

E quando il ginocchio stanco 

sentii flettere e pesarmi 

il cuore così che mi parve 
5645 quasi dolce cader senz'armi 

su l'immonda via qual giumento 

che più non vuol trarre le some, 

mi fermai nel trivio deserto 

e dissi al mio cuore il mio nome. 

5650 E, in quella guisa che il rude 

cacciator nella selva 

sonora col sibilo chiama 

la muta dei veltri dispersa, 

radunai con lo squillo 
5655 dell'orgoglio tutte le forze 

e le vendette del gentile 

mio sangue sul trivio deserto. II trivio 

E nel volto febrile 

lo sguardo mi ridivenne 
5660 gelido e chiaro; Tosso 

della mascella fu saldo 

e armato per mordere; in tutti 

i tèndini il certo vigore 

si contrasse, pronto all'assalto. 
5665 Guardai il nemico Dolore 

con strido r di denti 



219 " 



LausVitae 

per scagliarmeli addosso 

e stampargli segni cruenti 

^_ Q su la gota pallida. Il cuore 

sonò come bronzo percosso. 

O lastrico accecante, 
spigoli crudi dei muri 
coperti di rabida lebbra; 

5675 consunta pietra dì scale, 
innanzi le porte sacre 
al dio della cenere, dove 
il mendicante ostenta 
l'ulcera e la man tesa; 

5680 cu P a finestra ove in attesa 
di preda sta la bagascia 
spandendo sul davanzale 
le sue mammelle come 
pasta che lièviti; lenta 

5685 discesa dell'ombra 

giù dalla statua deforme 
che glorifica il demagogo 
brutale ; o lastrico senz'orme, 
oscenità del luogo 

5600 P u klico, lordume del trivio, 
per voi conobbi un'ebrezza 
amara che non ha l'eguale, 

Sentii l'odore d'un abisso 
invisibile e onnipresente, 
il pestifero fiato 

- 220 ^ 



5" 95 d'un gran mare torpentc Laus Vìtae 

ma pieno di occulta 

ferocia, di vita vorace, 

ove la tristezza dell'uomo 

era come la nave 
57°° dalla prua bene sculta 

che con l'elica guasta 

è perduta nel polipaio 

immenso, nell'immenso 

tedio dell'Oceano ardente 
57°5 sotto il Tropico, e non cammina 

ma sussulta, ancor pulsando 

T infermo suo cuore d'acciaio 

nella vasta carena, 

sinché lentamente 

muore nel fetore 

della sua sentina 

tetro che l'avvelena. 

Vesperi di primavera, 

crepuscoli d'estate, 

57 x 5 prime piogge d'autunno 

r • • ff j- • Le città ter- 

croscianti su 1 immondizia 

polverosa che nera 
fermenta sotto le suola 
fendute onde si mostra 
5720 jj miserevole piede 
umano come torta 
radice di dolore 
divelta; rigùrgito crasso 

•* 221' 



ribili 



Laus Vitae delie cloache nell'ombra 

5725 della divina Sera, 

tumulto della strada ingombra 
ove tutte le fami 
e le seti irrompono a gara 
d'avidità belluina 

573° P cr k f° rza cne impera 
e partisce i beni col ferro, 
da voi sorgere io vidi 
non so quale orrida gloria. 

Gloria delle città 

5735 terribili, quando a vespro 
s'arrestano le miriadi 
possenti dei cavalli 
che per tutto il* giorno 
fremettero nelle vaste 

5740 macchine mai stanchi, 
e s'accendono i bianchi 
globi come pendule lune 
tra le attonite file 
dei platani lungh'esse 

5745 k case mostruose 

dalle cento e cento occhiaie, 
e i carri su le rotaie 
stridono carichi di scòria 
umana scintillando 

575° d'una luce più bella 
.che la luce degli astri, 
e ne' cieli rossastri 

222 * 



grandeggiano solitarie Laus Vite 

le cupole e le torri! 

5755 Orrore delle città 

terribili, quando su le vie 

arse cadono i larghi lembi 

violacei della Sera 

con un odor molle di morte, 
5760 e s'accendono su le porte 

delle taverne i fanali 

rossi che versano il sangue 
• luminoso al limitare 

ove scoppierà la furente 
5765 rissa dopo l'ingiuria, 

e i fuochi della lussuria 

brillano negli occhi senili 

della grigia larva che insegue 

per l'ombra la vergine impube 
5770 con nel passo malfermo 

l'indizio del morbo dorsale, 

e il bardassa trae per le scale 

già buie il soldato che ride, 

e la libidine incide 
5775 l'enorme priàpo sul muro! 

Febbre delle città 
terribili, quando il sole 
come un mostro colpito 
dal tridente marino 
5780 palpita ai limiti delle acque 

'223' 



Laus Vitac i n una immensità di sangue 

e di bile moribondo, 
e nel duolo del del profondo 
la gran piaga persiste 

_— g« livida di cancrena, 
? e s'ode la sirena 
del vascello che giunge 
caldo di più caldi mari, 
e s'accendono i fari 

C7QO su l'alte scogliere, 

e le ciurme straniere 
si precipitano all'orgia 
frenetiche come baccanti, 
e il porto suona di canti 

__g di scherni di sfide di colpi 
di crapula e d'oro ! 

Sonno delle città 
terribili, quando dal fiume 
accidioso (ove vi si stempra 

5800 tra ^ a me l ma e il pattume 
la polpa dei suicidi 
fosforescente come 
su i salsi lidi il viscidume 
delle meduse morte) 

5805 sorgono le larve diffuse 
della caligine tacente 
con mille tentacoli molli 
che sfiorano tutte le porte 
e palpano i miseri e i folli, 

* 224 " 



5810 il ladro e la venere vaga, Laus Vitae 

l'ebro dalla bocca amara 

l'orfano dall'ossa contorte 

assopiti sopra la fogna, 

mentre s'amplia e s'arrossa 
5815 nei fumi la chiara finestra 

del sapiente che indaga 

e del poeta che sogna! 

Alba delle città 

terribili, aurora che squilla 
5820 con mille trombe di rame 

sul silenzio opaco dei tetti 

chiamando i dormenti a battaglia, 

primo dardo che il Sole scaglia 

a fiedere le sfere d'oro 
5825 su le cupole ancor notturne 

e le cime ardue dei camini 

emuli delle torri e le bianche 

statue degli archi trionfali, 

Speranza volante su ali 
5830 recenti come i fiori nati 

sotto le rugiade celesti, 

passo degli artefici désti 

all'opere sonoro come 

scalpitio d'esercito grande, 
5835 rombo che si spande dai mossi 

congegni pel vitreo duomo, 

oh Alba, oh risveglio dell'Uomo 

eletto al dominio del Mondo! 

'225' 2* 




Laus Vitae XVII. 

iHI fu che mangiò gif escrementi 
su la piazza, publica, in pani? 
Ezechiele, il profeta n profeta co- 

belluino, figliuol d'uomo, profago 

il vate dei carmi ruggenti. 

E dalle sue labbra immani 
5845 irte di pel selvaggio e lorde 

proruppe un divino 

fiume di poesia 

che scrosciò su le nazioni 

sorde, travolse i re vani, 
5850 sommerse i popoli spenti. 

O città di sangue e di lucro, 

di magnificenze e d'obbrobrio, 

di sacrificii e d'amore, 

mangerà gli escrementi 
5855 su le vostre piazze sonore 

colui che vorrà far giudicii 

per esaltarvi nell* inno, 

per abominarvi nell'ira, 

per stringervi in patto di pace ? 

5860 Egli sarà segnato 

della profonda ruga, 

ma avrà nella carne un cuor novo. 

Foggerà egli il fango ? 

Smoverà il letame ? 
5865 Metterà in fuga i sogni 

d' infermo e i delirii palustri ? 

" 226 " 



Caccerà la fame Laus Vitae 

e chiamerà il frumento 

e lo cernerà nel suo vaglio ? 
5870 Aprirà gli antichi sepolcri 

intorno a cui danzare 

ai solstizii d'estate 

potranno sotto lo sguardo 

materno i fanciulli robusti ? 
5875 II Presente è in travaglio. 

Afflitto io non dissi a me stesso: 

"I giorni saran prolungati 

e ogni visione è perita. „ 

Ma sì bene : u I giorni e la fiamma 
5880 d'ogni libertà son da presso. „ 

E non Ezechiele, il Caldeo 

dal capo bendato, che stringe 

il rotolo ond'ei pascer deve 

il suo ventre e le interiora 
5885 sue riempire, e si volge 

impetuosamente 

nel fuoco dell'alito eterno 

col petto già gonfio di canto; 

né la Sibilla di Persia, 
5890 decrepita in suo chiuso manto, 

che leva le mani rugose 

e china la fronte longeva 

a deciferare con gli occhi 

velati da secolo tanto 
5895 l'angusto quaderno ov'è stretta 

227 * 



La us Vitae la somma di tutte le cose; 

non quegli non questa rispose 
a me dalla volta profonda 
nell'ora mia quando supino 
5900 sul pavimento mi giacqui 
con l'anima mia furibonda. 

Ma ritrovai vénti fratelli, I vénti fratelli 

m'ebbi uno stuolo gagliardo 

di vénti fratelli nell'alto, 
5905 che mi risposero in coro 

e in disparte, col grido 

e col silenzio, con lo sguardo 

e col gesto, nel grande 

sacrario sonoro. O Sistina, 
5910 rifugio più solitario 

che le vette eccelse dei monti 

ove l'aquile hanno lor nido, 

altitudine senza fonti 

per la sete di chi sale, 
5915 dominio di violenza 

e di dolore immortale, 

sublimità del Male, 

rapimento carnale 

degli spirti verso novelli 
5920 cieli di potenza e di gloria, 

in te ritrovai miei fratelli 

disperato della vittoria. 

Per venire a te primamente, 
< 228" 



passai sopra il sangue ferino. Laus Vitae 

5925 Persiste ancor nella selce 

dell' Aurelia Via la vermiglia 

macchia e al sole è splendente 

come nella mia rimembranza? 

Oh meriggio di primavera! 
5930 Le taverne eran piene 

di carradori feroci, 

di rauche voci, di bestemmie 

crude, di oscene canzoni. 

E un odor maligno di vino, 
5935 di fimo, d'anace, d'aglio, 

di sudori, d'olio fortigno 

occupava la via romana. 

Ma dalla campagna lontana 

venia sul vento a quando a quando 
5940 il profumo dell'asfodèlo 

e l'aroma del pino. 

In un silenzio anelo 

dolorava il cielo latino. 

Aurelia Via, l'erma è bifronte, La via romana 

5941, mistica e bestiale, 

che ti guarda e a me t'apre. 

La tua selce rintrona 

alle ruote e s'assorda 

allo scalpiccio delle capre. 
5950 Fra la turpe caupona 

e la mole papale, 

fra crete e fornaci, urli e taci 

" 229 *• 



Laus Vitae lorda di lordure e di sangue. 

Gialla tu sei sotto il sole 

5955 e lucida di festuche, 

or bianca or cerula a luna 
che cresce o che langue; 
mentre il carrador nello strame 
de' suoi giumenti, ne' velli 

5960 de 1 suoi castrati ronfia o canta 
d'amor canto infame 
e l'urto del carro sciaborda 
il vin nei barili cerchiati, 
il latte nei vasi di rame. 

5965 Stanco d&i sorridenti 
uomini vestiti di frode 
con labbra dipinte su falsi 
denti, mellìflui e grassi 
come le meretrici, 

5970 stanco di scoprir ne' lor passi 
l'ernie nascoste e le varici 
e le inconfessabili piaghe 
e le vèrtebre fiacche, 
stanco di lor colpi bassi 

5975 e di lor ferite vigliacche, 
io cercai nell'antica 
via la stirpe sanguinaria 
che maneggia il coltello 
dal mànico -di corno 

5980 e dalla lama fissa. 

Vagai d'intorno aspettando 



230 



il primo clamor della rissa, . Laus Vitac 

1' ingiuria arrochita dal vino. 
Fiutai negli odori dell'aria 
5985 l'odore del sangue ferino. 

Una forza selvaggia e sacra, 

come quella che indura 

la fronte ed affoca la coglia 

dell'ariete pugnace, 
5990 pareva addensarsi nei torvi 

bovari, nei bùtteri armati 

d'un'asta ch'è un tirso cui tolta 

fu la bassarica foglia. 

Sì fulva ebber certo la barba, 
5995 sì ebber villoso il torace 

gli antichi predoni del Lazio. 

E le lor femmine (Roma 

ne impresse l'effigie nell'oro 

imperiale) dal collo 
6000 pesante, dal ventre mai sazio, 

dalla chioma lucida e folta 

come la lana dei neri 

capretti, le femmine belle 

e lente ai copiosi pasti 
6005 infuriavano f maschi 

col fortore delle ascelle. 

Quivi l'animale umano 
amai, che divora, s'accoppia, 
urla, combatte, uccide, 



Laus Vitae inconsapevole e vero. 

Quivi divinai la divina 

bestialità che facea 

sì resistente la forza 

di Roma dal tardo pensiero. 
6015 Meglio che tra gli spadoni 

e le spìntrie, il mio dolore 

e il mio desiderio inespressi 

quivi respirarono, fatti 

più forti perché più carnali. 
6020 II pregio e il mistero del sangue 

sentii mirando su le lastre t 

nel solco dei carri, brillare 

il fiotto vermiglio sgorgato 

dalle ferite mortali. 
6025 O selva d'arbori eguali, 

pronao d'un tempio senz'inni, 

teco all'ombra io vidi l'Erinni. 

Tutti eguali in ordine i pini, II vestìbolo sil- 

quasi eletti a un rito solenne, vano 

6030 sorgevan dall'erba infinita. 

Ogni traccia era disparita 

della belva e dell'uomo : 

sol v'era il silenzio del cielo. 

E vi fioria l'asfodèlo 
6035 a pie dei tronchi scagliosi, 

e l'anemone violetto 

ch'è il rapido fiore del vento. 

E come un palagio d'argento 

'232' 



di là dai tronchi, multiforme Laus Vitac 

6040 e tacito, era il Vaticano; 

un ermo candore lontano 

era il Soratte solitario; 

i cipressi del Monte Mario 

erano un fùnebre serto 
6045 per non so qual lutto sereno. 

E un profumo di fieno 

e di libertà, quasi un fiato 

pànico, venia dal deserto. 

O selva d'arbori eguali, 
6050 tra l'Urbe e l'Agro ordinata, 

ove dormii sonni veggenti 

e meditai le mie sorti 

e favellai con l'Erinni, 

tu m'appari nella memoria 
6055 come il vestibolo vivo 

della formidabile cella; 

perché pieno de' tuoi fatali 

murmuri l'anima, gli occhi 

pieno dei movimenti 
6060 fieri che su l'antica via 

agitavan gli uomini forti, 

ebro dell'amore di Roma 

e sitibondo di gloria, 

io v'entrai seguendo mia stella. 
6065 E, come su l'erba novella 

che inazzurravano l'ombre 

de'tuoi colonnati, io vi giacqui 

'233' 30 



Laus Vitae supino per contemplare, 

E là dove giacqui, rinacqui. 

6070 Che son mai le ambasce supreme 
del combattente caduto 
nella vertigine immensa 
della morte, col viso 
rivolto al ciel muto ed eterno, 

6075 quand'ei più non sente il nemico 
che senza riscatto gli preme 
con le ginocchia lo sterno 
ma sol sente l'anima forte 
che l'abbandona e nell'atto 

6080 di partirsi infinita 

col peso di tutta la vita 
gli pesa e di tutta la morte ? 
Che è mai la sua visione 
solitaria in mezzo al deserto 

6085 ruggente della guerra, 

quand'ei non sa la cagione 
ma vede che certo è soltanto 
il dolore e giusta è la terra 
poiché foglie e pianto e ogni carne 

6090 più sanguinosa raccoglie ? 

Le grida le risa gli oltraggi 
umani duravano in me; 
e i dardi della luce 
ancor mi dolevano; e i raggi 
6095 e il tumulto erano in me 

" 234 ' 



una sola vertigine truce; Laus Vitae 

e parevami esser demente 

e ardere fino alla midolla 

come tra vampe di fenile 
6100 che ribolla in afa di nembo 

imminente; e nel tenebrore 

febrile scintille io vedeva 

come di selci percosse, 

che gli occhi m'eran nelle fosse 
6105 delf orbite veracemente 

come a urto di focile 

selci nell'ordigno d'acciaio 

che le attanaglia. E io era 

come colui che muore 
6110 di sùbita morte solare, 

al limite della battaglia. 

O ruota d'Issione ! La «*>ta del- 

Rivolgeasi tutta la volta 

come ruota sopra di me, 
6115 e il dolor mio n'era l'asse 

stridente e risfavillante. 

Tutto quel ciel disperato 

di bellezza sopra di me 

era come ruota di ferro 
6120 trattata da un'ira gigante. 

E come le festuche e le scorze 

e il fimo e la polve e la melma 

dintorno alle ruote dei plàustri 

là nella carraia romana, 

'235- 



Laus Vitae così dintorno a quelfuna 

amore odio eccidio spavento 
sacrifizio supplizio 
delirio delf anima umana 
tutti i mali e tutte le colpe 
6130 e tutte le cieche speranze 
trascinati erano e franti 
nelf inesorabile giro. 

E io dissi morendo: 
44 Anima mia, vedo te? 

6135 vec ^° k tue speranze 
le tue colpe i tuoi mali 
nelf inesorabile giro ? 
Anima mia, vedo in te 
le larve delle parole, 

6140 i sogni pulverulenti, 

le credenze inferme o morte, 
i giorni senza bellezza, 
le tracce dei crudi flagelli, 
le reliquie del mio martìro?,, 

6145 Supino giacente il mio corpo 

non avea più ombra nel mondo. 
L'immobilità del dolore 
era la mia sola grandezza. 
Come in nero marmo, sepolto 

6150 nell'orrore de'miei pensieri, 
io sentii venire di lunge, 
sorgere sentii dal profondo 
il pianto che agli occhi non giunge. 

'236' 



E quel pianto era pianto, Laus Vitae 

6155 entro di me, sopra di me, 

da creature che forse 

vivevano oltre la vita 

ma non beverate nel Lete 

né di papaveri cinte, 
6160 anzi chiuse in un vestimento 

d'impenetrabile ardore 

che allo stillar dell'onda 

amara qual rogo alla piova 

crepitava senza perire. 
6165 Ed elle cantavano un canto, 

entro di me, sopra di me, 

più forte che tuono di lire, 

forte di sì alto lamento 

che toccava le più segrete 
6170 stelle nel cuore del Cielo 

e tremar facea di nova 

pietade il cuor della Terra 

e discolorava la faccia 

dell'Ocèano anelo. 

6175 " Luce del dolore „ io dissi La Luce dei 

" ti bevo ! Luce del dolore, doIorc 

a cui si precipita ignaro 

dalla notte bruta l'infante 

che sforza la porta sanguigna 
6180 del grembo materno col capo 

proteso, con chiuse le pugna; 

Luce del dolore, 



Laus Vitae a cui si volge l'estremo 

battito della palpebra 
6185 senile priva di cigli 

ove all'acredine del sale 

la pupilla s'è fatta 

più opaca e dura dell'ugna; 

Luce del dolore, ti bevo 
6190 a gran sorsi come bevvi 

dalla mammella il latte, 

la voluttà dalla bocca 

amata, la melodia 

dalla sera d'aprile, 
6195 l'odio dalla ferrea pugna. 

Di te m'inebrio. Tu m'inondi. 
Non v'è ombra in me se non quanta 
può coprirne con agio 
il calice riverso 
. 62 00 d'un giglio! E di questa io farò 
un solitario zaffiro; 
con quest'ombra che resta 
una gemma io sublimerò 
più cerula che il cielo 
6205 d'Agrigento, per la fronte 

della mia compagna diletta. „ 
E la ruota s'arrestò 
di sùbito nel suo giro, 
come il supplizio s'arresta 
6210 per il comandamento 
del tiranno malvagio 

'238' 



cui tediano i gridi Laus Vitae 

delle vittime attorte 
infrante nelle sue pressure. 
6215 E io vidi le creature 
tra la vita e la morte. 

Vidi i fanciulli i giovinetti T * a la vha e 

i vegliardi le madri Iamoftc 

le vergini i guerrieri 
6220 i sacerdoti i patriarchi 

gli utensìli e gli armenti, 

tutte le carni dolenti 

e tutti gli strumenti 

della colpa e del castigo, 
6225 i letti i libri i roghi le are, 

e l'inerzia della terra 

e la furia delle acque 

e T impeto dei vènti 

e T ingombro delle nubi, 
6230 la spada la mensa il fardello, 

il teschio dell'ariete, 

il festone di quercia, 

la medaglia superba; 

e quegli sguardi e quei gesti, 
6235 anima mia, quelle pupille 

che ti guatavano dal fondo 

dell'infinito terrore! 

E quivi tutto era più grande 
e più grave, e senza patria, 

.239- 



Laus Vitae e d'immemorabile etade, 

e sotto il flagello 
d'inconoscibili numi. 
Colei che avea generato 
stanca era d'una immensa 

6245 maternità, come 

se dal suo ventre escito fosse 
il peso delle nazioni 
maledette, con un travaglio 
orrendo; e le sue mammelle 

6250 eran come l'urne dd fiumi. 
Profondato nell'oscuro 
sonno era il dormiente, 
come un monte sotto i silenzii 
dei mari primordiali 

6255 onde sorgerà in un giorno 
del più remoto Futuro, 
come nessun corpo giammai 
profondato fu nella morte. 

E tutta la gioia feroce 

6260 degli uccisori nati 

di donna, da che il primo sangue 
umano abbeverò la terra 
ancor del diluvio melmosa, 
tutta gravava nel pugno 

6265 di colui ch'era in atto 
di recidere il capo 
al vinto nemico; e quel ferro 
tagliente pareva levato 

" 240^ 



dall'eterna minaccia Laus Vitac 

6270 d'un dio su l'orizzonte 

immobile della paura 

terrena; e in quell'abbattuto, 

che invano pontava la palma 

il cùbito e il ginocchio 
6275 sul suolo ch'ei dovea 

di sé far vermiglio, penava 

il lamentabile sforzo 

di tutti gli uomini vinti 

da che l'uomo è lupo per l'uomo» 

6280 E fatalità spaventose 

si propagavano pel mondo, 

mosse da un gesto, dal lampo 

d'uno sguardo, dal reclinare 

d'un volto, dal lembo agitato 
6285 d'un manto, dal volgersi ratto 

d'un pargolo verso la poppa, 

dal ripiegarsi d'un corpo 

senile nell'ultima sosta. 

E sventure senza nome, 
6290 desolazioni senza voce 

e senza pianto, lutti 

accecati dall'amarore 

delle lacrime esauste, 

tormenti non conosciuti 
6295 dagli antichi tiranni 

né dagli esuli iddii, 

enormità di doglia 

" 241 <• zi 



Laus Vitae e di follìa smisurate 

pesavano nella stanchezza 
6300 d'una pallida mano. 

E tutte le membra, come 
la mano, erano carche 
di patimento mortale 
e s'accasciavano al suolo 

6305 con ossature di piombo ; 
o, risvegliate dal rombo 
della morte improvviso, 
balzavano nel terrore 
protese verso lo scampo, 

6310 erette contra il periglio, 

contratte sotto la minaccia; 
e i muscoli nelle braccia 
le vertebre nelle schiene 
le costole nel torace 

6315 le arterie nel collo 

i tendini alle calcagna 
erano come le bestemmie 
le implorazioni e le grida 
opposte ai fati avversi, 

6320 eran come le bocche urlanti, 
gli irti crini, gli occhi riversi. 

E, come su mare notturno 
s'ode talor clamore 
di naufragio lontano, 
6325 venia dallo spazio incurvo 

* 242* 



da quel gorgo soprano Laus Vitac 

la voce di tanto dolore 

confusamente, e fioca e forte. 

E talor si facea 
6330 ài repente un silenzio 

più crudo che tutte le grida; 

ma durava nel vano t 

come il bronzo che vibra, 

il rombo eternai della morte. 
6335 E alcuna delle creature 

accosciate nell'ombra, 

sotto l'invisibile mola 

ond'era premuta 

continuamente, con voce 
6340 rimasta per secoli muta 

disse l'antica parola: 

" Perché siamo nati ? „ **Pctché siamo 



nati?. 



E io sussultai di paura 
sul pavimento che freddo 

6345 era come pietra di tomba, 
sentendomi l'ossa corrose. 
Con pallidi occhi, vacillanti 
nell'orbite fatte più larghe, 
cercai per la volta profonda 

6350 gli eroi fra le genti dogliose. 
Dominavano la sventura 
e la colpa, chiarosonanti 
come squilli di tromba, 
le Volontà meravigliose. 

"243- 



Laus Vitae u Perchè siamo nati ? „ dicea 

la creatura del fango 
con la bocca sua piena d'ombra 
come la fàuce del bove 
è piena di strame. 
6360 u Simile al bove che rumina, 
simile al capro che copula 
è l'uomo, con la lussuria 
la strage il servaggio e la fame. , 

E una Volontà risplendente 

6365 "Taci,, gridò "taci, bestia 
da macello e da soma! 
Porta su le tue schiene il peso 
di colui che ti doma 
e poi senza gemito spira 

6370 sotto il coltello tagliente. 

Silenzio! Silenzio! Sol degno 
è che parli innanzi alla notte 
chi sforza il Mondo 
a esistere e magnificato 

6375 l'afferma nelle sue lotte 
e l'esalta su la sua lira. 
Taci tu, cosa da mercato, 
ingombro gemebondo!,, 
E ogni lagno si tacque, 

6380 ogni vii bocca ebbe il bavaglio. 
E come croscio d'acque 
possenti era la forza 
dei Giovini, grave 

* 244^ 



di bellezze in travaglio. Laus Vitac 

6385 E, dalla fronte nuda 

al pollice del pie contratto, 

fremito di sùbiti canti 

mi corse. Correre sentii 

nelle mie vene i corsieri 
6300 anelanti dell'Atto, 

scosso dai miei spiriti il peso 

delle ore infruttuose. 

E, ridivenuti guerrieri, 

gli spiriti verso gli eroi 
6395 gridarono : u O nostri fratelli, 

soli fra le genti dogliose 

ricchi d'opre per la dimane 

come gli arbori novelli 

di gemme, noi su la terra 
6400 mescere vorremmo la vostra 

immortalità con la nostra 

morte per vincere il Fato! „ 

E il coro inerme ed armato 

"Sursum corda!,, rispose, 
6405 traendoli all'alta sua guerra. 

E allora io cercai le Sibille Le Sibille 

per desio d'un'alta compagna. 
E dissi alla Libica: "I piedi 
tuoi son come le ali 
6410 della colomba, poggiati 
sul pollice fiero; e tu sei 

-245- 



Laus Vitse P cr chiudere il vasto volume 

e per librarti a volo uscendo 
dal tuo vestimento, o Sibilla, 
6415 come da un vincolo duro 
affinché Toro e l'azzurro 
soli ti cingano come 
l'orbita cinge la pupilla 
umida di visioni 

6420 infinite e la tua bellezza 
fatidica pàlpiti 
di libertà sopra il vento. 
Ignuda le spalle e le braccia 
e la nuca, luoghi di gaudio, 

6425 ceco, dalla tua cintura 

t'involi e dal tuo vestimento. 

Ma il tuo seno, che tu mi celi, 
non è forse profondo 
come un fior numeroso? 

6430 E la treccia che sfugge 

alla benda delle tue tempie 
non ha forse il misterioso 
potere del corno sul fronte 
di Pan che conduce nei cieli 

6435 le melodie del Mondo ? 
E il tuo fianco fecondo 
non è fatto pel seme 
del vincitore ? Ah chi mai 
saprà il colore degli occhi 

6440 tuoi sotto le palpebre chine ? 

" 246- 



Quando mi guarderai ? Laus Vitae 

Orfeo sono, senza ghirlande, 
che più non attende alle porte 
dell* Ade quella che due volte 
6445 perdette! E tu sei troppo grande, 
o Libica: sul cor tuo forte 
soffocar puoi anche la Morte. „ 

All'Eritrèa dissi: " Non m'odi, 

se parlo. Sei anche più grande! 
6450 La Saggezza e la Forza 

lavarono i tuoi piedi scalzi. 

Tu sdegni i troni. Se t'alzi, 

tu mi sembri una torre munita . 

Signora della Vita 
6455 tu sdegni le chiuse corone. 

Pallade ha l'elmo corintio 

col duplice occhio e il nasale. 

Intorno al tuo capo regale 

tu serri il pìleo dei nàuti 
6460 con treccia che gira due volte 

simile a ceraste divelta 

dalla chioma della Gòrgóne. 

Pallade ha il suono dei flauti 

e il canto delle^mille^teste 
64 6 5 pei giuochi della nazione. 

Tu nelle tue vaste orchestre 

hai tutte le voci, dal rombo 

dell'ape al fragor del ciclone. 



2 47 



La u s Vitae Che mai raccoglie il tuo braccio 

6470 con la man cava (che resse 

forse per una notte i chiostri 

del Cielo tolti al sostegno 

d' Atlante e forse la clava 

brandi ad uccidere mostri) 
^475 che mai raccoglie il tuo braccio 

dall'ombra di quella gran piega 

che ti fa nel manto il ginocchio 

soprapposto airaltro in riposo ? 

Le pieghe del tuo spazioso 
6480 vestimento son piene 

d'invisibili tesori 

e di mistero infinito. 

E, se tu volgi col dito 

il foglio del libro verace 
6485 or che il Genio con la sua face 

t'accende la lucerna, 

qual tirannide crolla, 

nasce qual novo mito, 

qual puro eroe s'eterna?,, 

6490 Ma dissi alla Delfica: "Te inno alla 

amerò, tra due vènti avversi Delfica 

nata dall'onda marina 
esule Oceànide, te 
che i lombi non anche detersi 

6495 hai dall'amarezza salina. 
Chiusa nella tunica grave 
or sei, nella lana cui morde 

"248" 



la fìbula sotto l'ascella; Laus Vit* 

ma ti gonfia il vento del mare 
6500 dall'omero al pòplite il manto 

ampio quasi trevo in procella. 

Tu svolgi dalla sinistra 

mano il tuo ròtolo santo 

che come vela quadra 
6505 s'inarca alla banda contraria; 

e cosi vigile assisa 

mi pari su cassero forte 

di nave che navighi i tempi t 

sicura tra i due vènti avversi, 
6510 fresca Virtù solitaria. 

Io ben so che l'onda natale 

crea questa tua giovinezza 

e il cristallo de' tuoi grandi occhi. 

Tuo latte fu il fiore del sale, 
6515 e il cerulo gorgo tua cuna. 

Fra le mammelle e i ginocchi, 

a traverso il tuo vestimento, 

io vedo raggiar la bianchezza 

del grembo tuo, virginale 
6520 come la più labile spuma. 

E sento, a traverso la benda 

che dalla fronte alla nuca 

ti copre, l'odore dell'ulva 

e dell'alga, l'odore 
6525 d'un vascello che porti 

nardo e mirra nella sua stiva, 

" 249 " 32 



Laus Vitae Podore d'un'isola australe. 

bendata, e ben ti so fulva 
come il fuco tratto alla riva. 

6530 So che nella destra ti dura 
il segno del tuo governale. 

Navigatrice sei t 
Thalassia nomata per mei 

1 rematori adusti 
6535 dalle cinture di sparto 

e dai lanuti galèri, 
curvi su gli scalmi nel canto 
disteso che gonfie facea 
le vene dei colli robusti, 

6540 disser le tue lodi con me. 
Sul litorale i trevieri 
misurando e tagliando 
le vele in canape aspra, 
le lor donne i lunghi aghi acuti 

6545 nell'ordito spignendo 

con la palma armata di piastra, 
per giugner vivagni di ferzi 
acconciar guaine a ralinghe 
e rinforzi e ritrosi e suppunti 

6550 ben saldi contro fortuna, 
via via di costura in costura 
disser le tue lodi con me. 

I costruttori di navi 
segnando a rigore di frasca 



6555 i garbi dei fianchi e dei ponti LausVitae 

per vincer con lor misurate 

armonie la cieca burrasca, 

i mastri d'ascia segando 

a fil di sinopia il legname 
6560 squadrando chiodando impernando 

dallo scafo alla tuga il fasciame, 

i calafati la scussa 

carena con maglio e scalpello 

stoppando per Pugner di pece 
6565 e di sevo a fuoco di stipa 

e spalmar di bianca cerussa, 

i cordai filando dai mazzi 

la canapa splendida ai soli 

novi o torcendo nei trasti 
6570 i fili e alla pigna i legnuoli, 

tutte in alterno cantare 

le maestranze del mare 

disser le tue lodi con me. 

O Thalassia, Sibilla 
6575 di grandi oceaniche sorti, 

divinatrice serena 

di turbini e di naufragi, 

Euploia, esulata in ambagi 

ove impera il dio molle 
6580 che dalla bellissima argilla 

separò gli spirti e li volle 

infermi di nera vergogna, 

odimi. Io ti chiedo: Che guardi? 

^251" 



Laus Vitae L'occhio tuo fisso non sogna 

6585 ne pensa, ma vede 

come nessun altro mai vide. 
Non lacrima né sorride: 
vede meravigliosamente. 
Che guardi ? Una cosa fuggente, 

6590 o una che giunge, dai mari 
onde tu stessa venisti ? 
Scendere su i popoli tristi 
le ceneri crepuscolari, 
o sorgere l'albe cruente ? 

6595 Che guardi? Un Liberatore 
inchiodato a una quercia 
alta mille volte cinquanta 
cùbiti, come f Agageo 
Haman figliuol di Hammedata 

6600 che laggiù grandeggia in aspetto 
di Titano più grande 
del Galileo crocifisso? 
Una gente nata del suolo 
sacro all' Olivo e a Minerva, 

6605 che alfin ritrovò la sua gioia 
perduta e goder sa nei giorni 
la beltà senza fasto 
il piacere senza mollezza 
e comporre sa le sue feste 

colo divine con lievi corone? 

Ma forse f occhio tuo fisso 
contempla V Ombra di Roma 



252 



che regge l'antico timone, Laus Vitaé 

quale effigiata ancor regna 
6615 nella medaglia di Nerva. 

Andiamo, andiamo! Se ancóra 

sonvi nel mondo azioni 

da compiere belle 

come le più belle promesse 
6620 dei sogni virili, se ancóra 

sonvi da vincere mostri, 

da sciogliere enigmi, 

da purificare carnai, 

da costringere petti 
6625 umani a gridi d'amore 

e d'orgoglio verso la Vita, 

andiamo, andiamo! Se ancóra 

sonvi giardini profondi 

ove favellare si possa 
6630 co' i saggi e gli aedi, se fonti 

vi sono per tergersi dopo 

le lotte, colline silenti 

che sostengano anfiteatri 

di marmo sacri ai tragèdi, 
0035 se inni, se musiche pure, 

se ancor vi son lauri, andiamo! 

Per udire il grido d'un maschio, 
per vedere un braccio levato 
a percuoter forte il rivale, 
6640 per sentir l'odore del sangue 

'253- 



Laus Vxtae sparso e delfebrezza brutale, 

per ingannar la mia sete 
di vivete in atti ed in opre, 
o fresca Oceànide, innanzi 

6645 ch'io venissi a te, disperato 
vagai per l'antica 
via strepitosa di carri 
lorda d'escrementi e d'avanzi 
accecante di luce dura. 

6650 E su quella lordura 

l'anima mia ne' miei sensi 
crudeli perdutamente 
aspirò il divino fiato 
che venia dagli immensi 

6655 deserti dell'Agro fiorente 
d'anemoni e d'asfodèli; 
trascorse al confino de' cieli. 

Cammino senza impedimento, 
fatto dai balzi impetuosi, 

6660 quello cui l'anima mia 

è pronta se tu l'accompagni! 
Disgusto dei rigagni 
putridi la tiene; disgusto 
dei lascivi amori mendaci 

6665 che non sanno che sia 

l'innocenza nel desiderio, 
la profonda innocenza 
cui non giova altro guanciale 
pel sonno d'un'alba ignota 

-254- 



6670 s c non il sopposto alla gota L aug y^ 

suo braccio robusto. 

La tiene disgusto mortale 

dai giacigli acri ove il sudore 

del combattimento carnale 
6675 k * nsana k cóltrice come 

la materia libidinosa 

che serpentina s'ammassa 

e luccica, e attossica l'ombra. 

Una venefica polpa 
6680 fa data ai miei denti per pane. 

Assaporai una schiuma 

più salsa che quella del mare. 

Congiunto fui alla colpa 

come la vèrtebra è congiunta 
6685 alla vèrtebra nella schiena 

che rabbrividisce di gelo 

fùnebre alla carezza acuta. 

Non lasciai la bocca morduta 

sinché la saliva 
6690 non ebbe il sapor della vena. 

Bevvi a una a una le stille 

su la bianchezza del petto 

che i rovi avean flagellato. 

Vidi nelle aperte pupille 
6Ó95 «no sguardo più fiso 

che il ferreo sguardo del Fato. 

E le labbra nel mio viso 

non potean più ridere e gli occhi 

-255- 



JLatss Vitàe non potean più piangere, o Amore! 

6700 E conobbi l'attesa 

nella stanza che s'oscura 

[al giorno che declina; 

quando la lama tagliente, 

tratta dalla guaina 
6705 silenziosamente, 

è posta nella piega 

impura del lenzuolo, 

per la vana vendetta; 

e sul cuor solo che aspetta 
6710 sfacendosi in ascolto, 

e su le mani e sul volto, 

su tutte le misere carni, 

passan gli uomini e i carri, 

scroscia l'onta della via; 
6715 e la melancolìa 

delle cose ha l'odore 

della veglia notturna 

tra il cadavere^ i ceri; 

e quel che fu ieri 
6720 non sarà più, per sempre. 

Ahimè, non la bianca pruina, 
non la rugiada tremante, 
né la scaturigine chiara, 
né il bosco con l'umido a sguardo 
6725 dell'ombra sotto le verdi 

sue pàlpebre, né il giovinetto 

" 256' 



vento con gli anemoni in bocca, Laus Vitac 

né il flato dei gelsomini 

quando a vespro piove su gli orti t 
6730 né alcuna gelida cosa 

poteva guarire il mio male ; 

perché maculato io era 

più profondamente che il nato 

della pantera. E la fredda 
"735 e santa corona, ond'io cinto 

aveva il mio spirto 

promettendolo alla Bellezza, 

inaridita s'era a foglia 

a foglia. E l'oscuro giacinto 
6740 j e I mio desiderio fioriva 

ai piedi del Crimine irto. 

Ma un dio nudrito di fuoco 

e d'amarezza era in me, 

che divinamente sentiva 
"745 i preludii della Notte, 

e il dolore delle lune 

in travaglio, e il pianto 

delle Pleiadi, e il pianto 

delle ladi, e il lutto figliale 
"75° d' Erigone, e in dune deserte 

la disperanza del mare ; 

e tutte le cose di fiamma 

in travaglio, ch'erran pei cieli 

del silenzio dolentemente, 
°755 e quelle che sono gik spente 

" ^57 " 33 



Laus Vitae e sembran arder tuttavia; 

e la melancolìa 
delle fiumane tortuose 
ove scorre l'acqua che stilla 
6760 dalle clessidre del Tempo, 
cui venenò l'Amore 
e appesantì la Morte. 

Ahimè, tra due vènti avversi 
nata dall'onda marina 

6765 esule Oceànide, fresca 
Virtù solitaria, che sai 
tu del mio male ? Non m'odi, 
se chiamo. Non torci lo sguardo 
dalla visione che vedi, 

6770 e ch'io non veggo né mai 

vedrò. La tua bocca socchiusa 

è da me più lontana 

che la perlìfera conca 

in fondo all'Oceano australe. 

6775 Eterna sei là, simulando 
col rotolo tuo dispiegato 
l'imagine nautica, Euploia, 
per acerbare la pena 
del naufrago che ti si volge, 
« 6780 per eccitare l'ardore 

del buon piloto che t'ama ; 
che necessario è navigare, 
vivere non è necessario. „ 



258 



E stetti quivi giacente Laus Vitae 

6785 ne* miei pensieri a guatarla, 

in me medesmo sepolto. 

E più e più biancheggiare 

il teschio d'ariete vidi, 

risplendere più di quel volto. 
6790 E vidi lì presso nell'ombra 

la madre affannata col figlio 

stretto al seno, e l'uomo abbattuto 

in un sonno cupo d'angoscia ; 

e dall'altra banda lì presso 
6795 l'ucciso guerriero sul letto, 

levato ancor la gran coscia 

nel violento sussulto; 

e carca del crimine occulto 

e ancor bagnata dal seme 
6800 del maschio la femmina in atto 

di ricuoprire il mozzo 

capo, sanguinante nel piatto 

con tal pondo di alto valore 

che l'ancella èrane curva. 

6805 E, come il mio sguardo sgomento 

salì a cercare la coppia L » CfOC SCQZa 

degli eroi pùberi, scorsi compagno 

che l'effigie dell'uno 
era distrutta dal Tempo 

6810 irreparabile e l'altro 

bello era e triste di bellezza 
e di tristezza gorgònee 

'259' 



Laus Vitae quasi nato fosse del sangue 
di Medusa anguicrinita 

6815 P er un destino funesto. 
Ma tutte quelle errònee 
forze tra la Morte e la Vita 
penanti per entro quel turbo, 
tutte parean cieche al confronto 

6820 del gesto con cui quell'eroe 
pensoso reggeva la zona 
a sostener la medaglia 
di conio titanico, pronto 
per conquistar la corona 

6825 a sca gk ars * n ella battaglia. 

E io gli dissi: " Fra tutti 

i tuoi fratelli sei solo, 

sei senza il compagno a riscontro, 

o figlio di Medusa 
6830 che forse porti per sempre 

nel centro dell'anima chiusa 

come in un'egida ardente 

il fatale volto materno. 

E, se pure discerno 
6835 l'ombra ^ tuo P ari * e ^ ^ infusa 

di leteo làtice e oblia 

le sue fiere speranze 

che avean già. rostro ed artiglio 

come aquilette bienni. 
6840 Ond'io, che divenni 

solo come te presso un'ombra 

* 260^ 



ferale, vorrei ne* giorni Laus Vitae 

e neiropre averti compagno; 
che troppo è talor cosa dura 

6845 non P oter ^ a man fida porre 
su l'omero dell'eguale. „ 

E così parlò la paura 

della solitudine in me 

per la mia fiacchezza. L'eroe 
6850 fisso era in ben altra rancura. 

"Sii solo,, rispose egli a me 

"sii solo della tua specie, 

e nel tuo cammino sii solo, 

sii solo nell'ultima altura. 
6855 II cuore è il compagno più forte. 

Tre volte i guerrieri son pari: 

liberi davanti al dolore, 

liberi davanti al periglio, 

liberi davanti alla morte. 
6860 E ciascuno è pronto a sé stesso, 

ciascuno a sé stesso è fedele: 

un arco che ama il suo dardo, 

un dardo che brama il suo segno, 

un segno che è sempre lontano. 
6865 E la libertà è lo squillo 

d'oro, il clangore che incendia 

il cielo antelucano. „ 

44 Ben so, ben so questo che insegni,, 
io dissi. u Udii già, tal sentenza 

"261* 



Laus Vitae fendermi come spada 

gli orecchi, nel vento del mare; 

e il cuor mi balzava nel petto 

come ai Coribanti dell'Ida 

per una virtù furibonda 
6875 e il fegato acerrimo ardeva. 

Ma oggi il cuore m'aggreva 

fattura di Circe omicida, 

di Circe dalle molt'erbe 

che inganna con voce soave. 
6880 Battermi tentò con la verga 

ella e spogliato dell'armi 

nel solido stabbio serrarmi. 

Tu l'erba salubre mi dai, 

ed eccomi sano alla lotta. „ Riapparizione 

6885 Rividi la concava nave d'Ulisse 

nelle acque di Leucade, il grande 

piloto eversore di mura 

tenére nel pugno la scotta. 

E, in verità, fu quella 
6890 l'ultima volta che il cuore 

mi vacillò di fiacchezza 

e d'ebrezza torbida; quello 

fu l'ultimo mio smarrimento, 

e l'ultimo affanno 
6895 della solitudine verso 

l'amore; e fu l'ultimo indugio, 

e l'insegnamento supremo. 

Onde il mio poter, fatto scemo 

* 262^ 



dalla frode dal dubbio Laus Vitae 

6900 e dal disgusto, risorse 

in plenitudine nova 

su Torlo dei baratri cupi. 

Oleastri d'Itaca, rupi 

di Delo divina, 
6905 cielo della Sistina , 

luci della mia conoscenza, 

da voi mi venne sentenza 

dura per vivere in terra; 

e voi siete i miei luoghi santi. 

6910 Tutte le colpe e i castighi 

e le minacce e i vaticinii 

si oscurarono allora 

ai miei occhi; e la immane 

làtèbra si fece sonora 
6915 di quel peane che udito 

avea nell'isola d' Aiace. 

E vidi in carne verace 

le gioventù sovrumane 

(non tale era Achille sul punto 
6920 di partirsi da Sciro 

e Patroclo Actòride prima 

che agli òmeri suoi rivestisse 

Tarmi funeste ?) irraggiare 

lo spazio con lo splendore 
6925 d'una nudità che, construtta 

di ossa di nervi di vene 

di muscoli e di tutta 

'263' 



Laus Vitae la potenza carnale, 

splendeva su l'anima come 
6930 spiritai bellezza, grande. 

Tra la luce d'Omero 

e l'ombra di Dante 

pareano vivere e sognare 

in concordia discorde 
6935 quei giovini eroi del Pensiero, 

fra la certezza e il mistero 

librati, fra l'atto presente 

e la parola futura. 

Ciascuno la sua ossatura 
6940 creato avea dall'interno Lo spirito arte- 

dei suo spirto, artefice ardente * ice deI cor P° 

del suo simulacro vitale; 

e dal tarso allo sterno, 

dal cùbito al ginocchio, 
6945 dall'occipite al tallone, 

dalle vèrtebre alle falangi 

la compagine era eloquente 

come uno spirto che parli 

di sé con un fremito d'ale ; 
6950 si che il triste pondo animale 

in verbo mutavasi eterno. 

Quale fra tutti il migliore ? 
Poggiato la palma sul dado 
marmoreo, l'uno era assorto 
6955 in un pensiero si bello 

"264^ 



che volgevagli in suso i capegli Laus Vitse 

a guisa di diadema 

per occupar solo la fronte 

e farne a sé luogo di luce. 
6960 Inclito come Polluce, 

l'altro piegavasi in dietro 

gridando, quasi a lanciare 

di là da ogni fine raggiunto 

un disco di ferro in cui fosse 
6965 inciso un decreto del Fato. 

In fiera allegrezza, agitato 

pareva da pirrica danza 

l'altro ; e col levar delle braccia 

con l'alterno urto dei piedi 
6970 con la brevità degli accenti 

segnava i ritmi veementi 

dell'anima sua predatrice. 

E chi, flesso il pòplite, lieve 

sedea su la gamba sopposta ; 
6975 e chi raccolto, in una sosta 

dell'ardore, co' pie giunti, 

con la zona sul capo 

a guisa di benda, sognava 

un suo sogno severo ; 
6980 e chi reclinavasi altiero 

a trar con la destra la zona 

che fermata avea col calcagno 

mentre incoronarsi del lembo 

estremo parea con la manca; 

-265' 34 



Laus Vxt« e chi, piegato su Tanca, 

col capo riverso nel triplo 
avvolgimento d'un drappo 
fremebondo, avea la sembianz a 
del vento Vulturno ; 
6990 e chi, quasi genio notturno, 
nascosto le mani profuse 
di soporiferi semi, 
teneva le palpebre chiuse. 

Ed altri guatava diritto 

6995 all'ombra del braccio levato 
in atto d'opporre difesa 
a erculeo colpo di clava ; 
altri dall'alto guatava 
obliquo con crude pupille 

7000 come avverso ricca rapina, 
contratto i muscoli al balzo, 
quasi leopardo che sia 
per frangere tergo di toro. 
H tutto pareva sonoro 

7005 dell'alto peane lo spazio, 

però che in ogni atto dei corpi 
si rivelasse una fiamma 
di volontà e d'ardire 
qual sola proruppe, toccando 

7010 a sommo dell'etra gli dbi, 
dalle battaglie sacre 
ch'eran primavere cruente 
d'un popolo nato a fiorire 

" 266 * 



il fiore de' suoi Propilei. Lf us Vit$t 

7015 Ma qual fra gli eroi fu l'eletto 

della tua speranza, o rinata 

anima mia ? Qual più ti piacque ? L'Esemplare 

Qual tu volesti assemprare 

nel vittorioso avvenire ? 
7020 Quello che ti parve fra tutti 

il più libero, cinto 

di libertà come d'un serto 

diàfano, per aver vinto. 

Quello che ti parve fra tutti 
7025 A pi u sereno, sospeso 

in serenità d'oro, certo 

qual dio, per avere compreso. 

Instrutto ma non leso 

dalla vita, bello e gagliardo, 
7030 P°gg iat0 A cubito destro 

sul festone Silvestro 

e sul ginocchio la mano, 

ei guarda con limpido sguardo 

il compagno oppresso dal peso, 
7035 il forte che ancor non s'affranca. 

Sotto di lui sta, quasi mole 
di granito e d'umo fecondo, 
con le gambe conserte 
assiso il titanico veglio 
7040 che sembra l'antico parente 
di quella forza novella. 

* 267^ 



Laus Vitae Quali comprime parole 

nella vasta mascella 

barbata il veglio con essa 
7045 la sua mano venata 

di duro aratore che seppe 

entrar profondo col dente 

nel grembo d'una terra inerte 

e strapparle sacra promessa 
7050 d'abondanza per la sua prole? 

E le due donne sole, 

che stannogli quivi alle spalle, 

perché sono tristi? Rimpianto 

le tiene dell'esule prole 
7055 che nudrirono alternamente 

nella cuna della sua valle ? 

Io vidi in quel veglio lo spirto u veglio della 

del mio suolo natale, gleba 

il genera tor venerando 
7060 della mia sostanza più forte, 

il testimone solenne 

della mia fatica vitale, 

il giudice e il custode 

futuro della mia morte. 
7065 "Uomo „ dissi a me "la melode 

che ti pregò buona la sorte 

nella cuna di rovere, 

tu non obliare giammai; 

che in ella è un indomito nerbo. 
7070 Forse su quelle povere 

-268- 




note un giorno tu comporrai Laus Vitae 

l'inno tuo più superbo; 
quando, sopra il vinto dolore 
assiso come il sereno 
7075 eroe che nell'alto contempli, 
cantar tu potrai dal tuo pieno 
petto i tuoi dii ne' tuoi templi. „ 

XVIIL 

IR giunto è quel giorno per l'uomo 
audace e paziente, 
che vinse il dolore e il disgusto 

e la stanchezza e sé stesso. 

E giunto il giorno promesso. 

O solstizio d'estate! 

La man ritrovò, come nido 
7085 nel cavo del tronco vetusto, 

le ricchezze della sua gente; 

e, come le uova lasciate 

si raccolgono, ella raccolse 

il retaggio della sua gente; 
7090 e non s'udì muovere ala 

né pigolare nel nido 

ma tutto era luce calore 

odor di glebe odor d'erbe 

fragranza di miele selvaggio 
7095 e fremito di biade 

già fulvide nella pianura. 

O solstizio d'estate, 

annunzio della mietitura! 

" 269 ' 



Laus Vitae Per vincere il dolore, 

7100 io lo cercai dovunque, 

senza tregua ; e spezzato 
me l'ebbi a frusto a frusto. 
Per vincere il disgusto, 
respirai l'aria infetta, 

7105 il fetore del fiato 

plebeo, l'afa della carogna, 
il lezzo della fogna, 
la peste della cloaca, 
il rutto della mala ebrezza. 

7110 Per vincere la stanchezza, 
volli cose più pesanti 
da portare in sentieri 
più difficili e costrinsi 
le mie pàlpebre e i miei pensieri 

7U5 a più lunga vigilia. 

Per esser solo a me davanti, 
come chi sogna o s'esilia, 
camminai nel deserto 
delle moltitudini ansanti. 

7120 Camminai per entro la folta 
materia delle agonie 
e delle resurrezioni, 
misurandola in silenzio 
col battito del mio sangue 

7125 aumentato come nell'estro 
furiale dei ditirambi. 
Credetti vedere tra lampi 

"270- 



l'aspetto terrestre* 

di Dioniso effrenato, 
7130 la mostruosa faccia 

d'un dio pandèmio agitato 

da una innumerevole danza 

per un rito impuro e cruento. 

Sentii tornare nel vento 
7135 l'antico delirio d'Astarte 

nel dì d' Adonài germogliarne 

quando i quadrivii e le piazze 

sanguina van di stupri 

sacri e la città era tutta 
7 l 4° una prostituta schiumante. 

O Strada, adito orrendo 

ove apparir deve il dio 

Ignoto, ampia sì che con quattro 

quadrighe di fronte 
7145 vi possa procedere un novo 

Trionfo latino, 

angusta tòrtile e sozza 

come budello bovino, 

ardente qual fiume di lava, 
7150 umida qual catacomba, 

frequente qual molo d'approdo, 

deserta qual vacua tomba, 

piena di silenzii e di gridi, 

tetra e folle, fùnebre e vana, 
7155 non mai così bella io ti vidi 

come allor che udendo la voce 



Laus Vitae 



Dioniso pan- 
demio 



La strada 



'271 



Laus Vitae della rivolta lontana 

guardai fiso il tuo sbocco 
irto di baionette, 
7160 l'occlusa tua tragica foce 
all'empito delle vendette. 

Io ho portati i tuoi furori, 

caricato mi sono 

delle tue doglie, ingombrato 
7^5 dei tuoi lutti e dei tuoi misfatti. 

Intera nel cor tu mi fosti 

con le moltitudini cieche 

con f enormità dei clamori 

con la veemenza degli atti. 
7170 Lo spirito del tumulto II tumulto 

passava sferzando la faccia 

come la raffica pregna 

di fortore salino. 

Occhi bianchi in teste riverse 
7*75 £ dentature mordaci 

brillavano come le schiume 

nascenti del maricino. 

Un che d'aspro, un che di ferino 

e di primaverile 
7180 e di volubile era nell'aria. 

D'acuto lucea riso ostile 

l'ilarità sanguinaria. 

Con òmero pugno e ginocchio 
innanzi spignea la carcassa 

^272 " 



7l g 5 della sua fame allegra, Laus Vit<e 

più forte, sempre più forte, 

come la ciurma che vara 

la barca giù. per la sabbia 

del lido e spignendo la negra 
7190 carena dà grido concorde. 

Dalle gole rauche un selvaggio 

canto rompea tra i palagi 

senza echi, e le ingiurie 

gli eran compagnia di strumenti 
j\qc con sibilo di rotte corde, 

gli eran segnai di ripresa 

il precipitar dei cristalli 

argentino al colpo del sasso, 

il rimbombar dei battenti 
7200 wr tat i su k chiuse porte ; 

e il canto avea fatto lega 

col sepolcro, avea fatto patto 

di felicità con la morte* 

E io vidi allor sul crocicchio n gran j e . 

72oq l'edificator di bordelli, magogo 

figliuolo di non marzia lupa, 
satollo di vituperio, 
che s'era estrutto alto luogo 
quivi a tener sue concioni ; 

7210 v "ft *1 S ran demagogo, 

nomato con nomi di gloria 
Prevaricator sin dal ventre 
e Sacco di saggezza 

* 273 * 35 



Laus Vitae escrementizia e Frogia 

7215 mocc i°sa della vacca Onta, 
sedare il clamore col gesto 
per iscagliar suo verbo 
contro a chiunque s'inalzi 
e contro a tutti gli alti monti 
7220 e contro a tutti i colli ingenti 
e contro a ogni torre eccelsa 
e contro a ogni muro forte 
e contro a tutti i bei disegni 
e contro a tutti i buoni odori. 

7225 Ed errava nelle parole 
come l'ubriaco di notte 
va nel suo vomito errando. 
In luogo di buoni odori 
vi sarà la sanie concreta, 

7230 e * n luogo ài bella cintura 
cordella di sparto, 
e vittuaglia spartita 
in luogo di vana bellezza,. 
E una ventrosa menzogna 

7235 sara P osta * n ^ogo di queste 

vesciche che abbiamo fendute, 

per nostro ricetto. 

E tu, sterile Plebe 

che non partorivi, 
7240 concepirai pula 

e partorirai loppa. 

E i cieli si ripiegheranno 

" 274 ' 



come non più letto volume Laus Vitae 

su la terra beata 
7 2 45 di fecondità strapossente. 

O quanto era bello 

su la bigoncia il torace 

del bertone, angelo di bene 

e messagger di salute, 
7 Z 5° che dicea : " La Canaglia 

succede all'Uomo per sempre 

e in pace amministra le grasce,,! 

O quanto era bella 

intorno all'imperatoria 
7 2 55 pinguedine del suo collo 

stillante incliti sudori 

la porpora della corvatta ! 

Egli era la sanie coatta 

in forma di vafro macaco 
7260 nascosto nei panni il verdiccio 

pelo e le chiappe callute. 

E le vocia trici boccute 

l'adoravano. Dal capo 

alle piante con gli avidi occhi 
7 2 "5 elle parean tutto succiarlo 

quasi ei fosse tutto priàpo. 

Ma, quando l'umano 
ingombro riprese il cammino 
verso la muraglia equestre 
7270 irta di lame e di lance 

-275- 



Laus Vitac che laggiù l'attendea, 

(la pioggia recente avea sparso 

per le vie l'odore terrestre, 

calando il sole accecato 
7 2 7 7 5 tra nuvole e cupole d'atro 

piombo gonfio ed immoto) 

un che di sacro e d'ignoto 

sorse da quell'immenso 

miserabile corpo 
7280 in balia del delirio 

vespertino, le cui mille 

e mille facce divampate 

parean da una tumida gloria, 

E pietà mi prese di lui 
7285 che camminava ignaro 

nell'eterna sua debolezza, 

come nella vittoria. 

Uomini fetidi e robusti, 

altri smorti e scarni I «belli 

7290 e curvi, combusti 

dal calore dei forni 

e delle caldaie infernali, 

inverditi dai sali 

del rame, inazzurrati 
7 2 95 dall'indaco, arrossati 

dalle conce delle pelli, 

inviscati dai grumi 

e dai carnicci dei macelli, 

corrosi dagli acidi, morsi 

"276 " 



73°° dal fosforo, fatti ciechi Laus Vitx 

dalle polveri e dai fumi, 

fatti sordi dai fischi 

del vapore dilaceranti 

o dai tuoni iterati 
73°5 dei martelli giganti, 

dai fragori e dagli stridori 

di tutto il ferro attrito, 

venian del lavoro fornito. 

Foschi di carboni, 
73 l ° bianchi di farine, 

con lorde le mani 

d* argille o d'inchiostri 

di sevi o di nitri, 

con pregne le vesti 
7315 di tabacchi o di droghe 

di farmachi o di toschi, 

venian delle fucine, 

venian degli opificii, 

venian delle fabbriche in opra, 
7320 dei fondachi, delle fornaci, 

di tutti i supplicii e i servaggi, 

con su i volti selvaggi 

impresse le impronte tenaci 

della materia bruta 
7325 cui li asserviva il travaglio. 

Ed ecco era divenuta 

la lor pena diversa 

una sola rabbia, conversa 

- 277" 



Laus Vitae a sollevare un sol maglio. 

733° E la volontà di morte 

cessò dal grido e dal canto: 

subitamente si fece 

taciturna e compatta 

dinanzi alla muraglia 
7335 equestre che l'attendea. 

S'udiva tintinnire 

l'acciaro nella bocca 

degli inquieti cavalli, 

ansar nei petti inermi 
7340 s'udiva la forza plebea. 

Gli squilli, gli urli, il galoppo, 

il turbine duro che passa, 

la vendemmia sotto Pugne 

ferrate, le carni calpeste, 
7345 i cranii fenduti, i cervelli 

sgorganti, f orror consueto 

della rivolta disfatta 

e rotta su le pietre grige ; 

ma tra il sangue un'ala ch'è intatta, 
735° una fiamma che vige: l'idea. 

Quale? L'antica, l'eterna, 
ch'ebbe nei crepuscoli fulvi 
dei secoli tante ecatombi 
di ribelli invano rinati 
7355 dal carnaio delle lor fosse. 

Quella che disse: u Vesti i lombi 

"278" 



degli schiavi, o sacra Giustizia, Laus Vitae 

perché i prigioni del prode 

sieri tolti e le prede 
7360 del possente sieno riscosse. „ 

Nel crepuscolo fulvo 

nasceva il delirio. La cieca 

demenza guidò la cresciuta 

miriade non più inerme 
73^5 a S^ ^hbattimenti e agli incendii, 

sott'esso il chiarore sublime 

che feria le pile dei ponti, 

gli archi di trionfo, le fronti 

dei templi su le colonne 
7370 superstiti, gli anfiteatri 

titanii, l'erculee terme. 

Le fauci belluine 

della Folla s'erano aperte 

dismisuratamente 

7375 P er cuvorar k possa 

della Città trionfale, 

della tirannica madre 

con tutte le sue opulenze 

ed abominazioni. 
7380 Come il fiume contra i piloni 

di granito, fra la distretta 

degli argini, sotto la bassa 

nuvola melmoso, la massa 

carnale rigurgitava 
7385 schiumava in capo d'ogni strada, 

* 279^ 



Laus Vitae e alla libidine atroce 

ogni strada era suburra. 
Valanghe d'ombra azzurra 
si precipitavan dal cielo, 
7300 che l'ombra parea più veloce 
nel vespero violento. 
Le torce ruggirono al vento. 

E da presso e da lungi 

io udiva il clamore, 
7395 io udiva gli ululi e i lagni La gran do- 

orribili della gran doglia glia 

nella Città millenaria. 

E il clamore era come 

di femmina partoriente 
7400 che si torca in spasimo grande 

e morda la verde sua bava 

e dia del capo e dei pugni 

nelle mura e invochi soccorso 

alla doglia sua, vanamente, 
7405 negli orrori suoi solitaria. 

E dissi : " Ah quanto ti torci, 

misera, e quanta fai bava 

di vituperii e d'ire 

nelle tue mascelle di ferro ! 
7410 Ma dato non t'è partorire 

se non l'aborto cionco e monco, 

l'acefalo mostro che ha il tronco 

di ciuco e la coda di verro. 



280 



Ah chi almeno un giorno Laus Vitac 

74 1 5 sa P ra sollevar la tua fronte 

chiomata di crin leonino 

verso la bellezza 

d'una vita semplice e grande ? 

Chi ti trarrà dalle lande 
7420 della morte verso il bel monte 

delle sorgenti ove il destino 

delle stirpi s'immerge 

e si rinnovella ? Un eroe 

forse ti verrà che ferrare 
74*5 sa P ra de* suoi duri pensieri 

la rapidità de' tuoi atti t 

come s'inchiodano i ferri 

all'ugne degli acri corsieri, 

di là dagli antichi riscatti. „ 
743° Afflitto io non dissi a me stesso: 

u I giorni saran prolungati 

e ogni visione è perita. „ 

Ma sì bene : " I giorni e la fiamma 

d'ogni libertà son da presso. „ 

7435 ^ dal giorno di poi 

l'ora santa d'Eleusi 

fu pallida nella memoria M pane e la 

dinanzi all'ora del pane. 

La spica mietuta in silenzio 
7440 nella mistica ombra mi parve 

men pura che il pane addentato 

dall'avidità della fame. 



fame 



-281 



36 



Laus Vrtae Q mattino di primavera 

su la via lavata dall'acqua 
7445 del cielo! Garrire e brillare 
di rondini nell'umidore 
argentino! Odor dell'eterno 
frumento, dell'aurea crosta 
rotonda, della mollica 
7450 soffice occhiuta e leggera ! 
Selvaggio sguardo materno 
verso il divino alimento ! 
Strida del pargolo fioche 
per l'aderir della lingua 
7455 a l palato nell'alidore ! 

Le turbe assalivano i forni 
con l'avidità della fame. 
Abbattevan le porte, 
abbrancavano il pane 

7460 ancor caldo gonfio cricchiarne. 
Traevan sul lastrico i sacchi 
della bianca farina, 
del biondo cruschello ; e le donne 
se n'empievano il grembo 

7465 prendendone col cavo 

delle palme fatto capace 
dalla bramosia come staio. 
E subitamente un gaio 
fervore invase le turbe. 

7470 E gli uomini forti, i fanciulli, 
le madri, le vergini, i vecchi, 

■* 282 * 



tutti ridean con umidi occhi; 
e tutti i denti parean puri 
nelle bocche affamate 
7475 c ^ c masticavano il dono 

della Terra nato nei solchi. 

E un sapor religioso 

era certo tn quel pane 

che tal sacra ebrezza recava, 

7480 come nel primissimo pane 

che intriso fu, cotto e mangiato 
dal colono poi che Demetra 
di cerulo peplo gli diede 
rammaestramento immortale. 

7485 E io dissi : M L'uomo è l'eguale 
dell'uomo dinanzi alla spica 
mietuta in silenzio o con canti. 
E questa è la sola eguaglianza, 
questo il gran diritto terrestre 

7490 che inscritto sta nella zolla. „ 
E parvemi, sopra la folla 
sazia di pane recente 
carica di pura farina, 
intraveder la divina 

7495 benignità sorridente 

della Dea che è cittadina 
per la sua corona murale. 

E un'altra ora fu larga 
alla mia speranza ; e fu l'ora 



Laus Vitac 



Riapparizione 
» di Demetra 



283 



Laus Vftae notturna della mia Musa 

quando apparve m veste sanguigna 

alla moltitudine chiusa 

nell'anfiteatro profondo 

che fremea di fremito immane, 
75°5 Quivi rotto fu l'altro pane j L'alttopane 

fu dato all'unanime cuore 

il bene che supera tutti, 

il cibo più dolce dei frutti 

nati di radice terrena, 
7510 il rapido oblio della pena 

assidua e del duro bisogno, 

il nepente del sogno 

che svela nel lume d'un astro 

novello il prodigio del mondo: 
7515 quando il buono Eroe biondo, 

che tenne la spada e il timone 

l'ascia la marra e il vincastro, 

rivisse nell'alta canzone. 

Anima mia, tu provasti 
7520 l'avversità d'ogni vento 

e d'ogni vento la gioia, 

tutte le figure segrete 

conoscesti tu dell'abisso 

marino da poppa e da prora. 
7525 Ma quale dei soffii più vasti 

ti sollevò come quello 

spirante dal volto in te fisso ? 

e quale figura d'abisso 

" 284 " 



ti parve misteriosa Laus Vitac 

7530 come quella che ti guatava 

e parea farsi cava 

alla voce tua ripercossa? 

Entrar sentimmo una possa 

ignota in noi, crescere un'ala 
7535 terr ^ e a l nostro ardimento, 

un'ansia d'interno titano 

sforzare l'angustia nostra, 

distruggere l'impedimento 

della corporea chiostra. . 

7540 E la materia sacra 

della stirpe, l'imperitura 

sostanza progenitrice 

dei sangui, l'originaria 

virtù della gente era innanzi 
7545 a noi affocata 

come il masso del ferro 

che posto sarà su l'incude. 

E noi con le man nude 

l'afferrammo delirando 
753° come chi è pieno del dio 

e travede nel fuoco informe 

l'imagine che trarre 

ei deve alla vista di tutti. 

L'afferrammo e, instrutti 
7555 dal dio, la foggiammo rovente, 

e traemmo il gran simulacro 

dell'Eroe disparito. 

-285- 



Laus Vitae E tu vedesti dal sacro 

tuo fuoco, o italica gente, 
7560 nascere il novello tuo mito. 

Bellezza dei miti novelli I miti novelli 

non anche nata! Divine 

trasfigurazioni 

delle forze operanti 
7565 nella profondità segreta 

della stirpe dominatrice! 

Fiammei fiori della radice 

innumerevole che abbraccia 

la sua terra con fibre 
7570 inespugnabili ! Supreme 

testimonianze d'un sangue 

armonioso! Gli olivi 

che fioriscono a specchio 

del Mediterraneo Mare 
7575 ancor vedranno fumare 

i roghi accesi ai numi 

indìgeti e udranno il peana, 

quando restituita 

su Tacque sarà la più grande 
7580 cosa che mai videro gli occhi 

del Sole: la Pace Romana. 



XIX. 




ERTO, una inattesa bellezza 
balenar talora mi parve 
nella chimerosa figura 

-286- 



7585 del popolo unanime intenta ; Laus Vitae 

e l'ingluvie sua flatulenta 

e il vociar suo forsennato 

e Penormità del suo dosso, 

la caudale giuntura 
7590 delle sue mille e mille 

vertebre che traversa, come 

fólgore, l'insano sussulto ; 

e il Pànico, l'occulto 

suo dio che gli schiaccia la coglia; 

7595 e k sua f una e l a sua doglia 

e la sua miseria infinita, 

tra le inesorabili mura, 

mi diedero fremiti avversi. 

E talor discopersi 
7600 in alcun volto infoscato 

dalla fìliggine o adusto 

l'armonia del bronzo vetusto. 

Ma, dopo, il Deserto di sabbia H Desetto 

inospite fu la mia gioia 
7605 sublime, fu il mio rapimento. 
E tedio mi prese del verde 
albero, e il solco del novo 
grano mi fu a noia 
per la memoria dell'uomo; 
7610 e ogni vestigio di piede 

umano mi parve lordura. 
E l'immensa aridità pura 
del Deserto senza vie 

^287^ 



Laus Vitae e senza òasi, il suo fiore 

7615 ineffabile che illude 

la sete nudrito di brace, 
le sue mammelle nude 
e sterili che fanno 
di bassura in bassura 
7620 ombre d'inganno, il muto 
tremar del suo vento focace 
quasi battito di febbre, 
furono il mio rapimento. 

E la luce m'entrò pei pori 

7625 della pelle, m'impregnò d'oro 
le vene le ossa e le midolle, 
mi fece il cuore lucente 
come il quarzo e lo schisto. 
E ogni umor tristo 

7630 fu inaridito, riarsa 

ogni sovrabbondanza molle, 
ogni pesantezza alleggiata, 
ogni ingombro distrutto. 
E nel mio corpo asciutto 

7635 la felicità del mio spirto 
fu più agile che fiamma 
appresa ad arbusto di mirto, 
E tutti i miei pensieri 
furon come corde di cetra 

7640 aridi; e le volontà belle 

sonarono in me constrette 
come le aguzze asticelle 

-288- 



dei dardi a quattro alette Laus Vrtae 

suonano nella faretra. 

7645 E la mia coscia nervosa 

aderì così forte 

al fianco del mio cavai sauro 

ch'io divenni il mostro biforme, 

lo snello centauro 
7650 d'ugne senza ferro, 

di levità senza orme. 

E ne' miei occhi umani 

sentii la bellezza dei grandi 

ardenti umidi occhi inumani 
7655 del corsiere d'Arabia 

che parea sangue di pardo. 

Ed ebbi così nel mio sguardo 

l'inconsapevolezza 

della purità bestiale, 
7660 in me ebbi tutto il Deserto. 

E, scendendo in corsa le dune 

verso la bassura fallace 

d'aereo incantamento, 

correre credetti alla Nube 
7665 materna vestito di vento. 

Delirio dei profeti 
saziati di locuste 
e beveràti con l'acqua 
lotosa dell'otre sozzo, 
7670 visione di dolore 

" 289 " 37 



Laus Vitae e ^ orrore innansf alla Morte, 

il mio delirio fu più forte, 
la mia visione più bella. 
Dov'era il dio di procella 
7 ^-« che seccò il mare, le acque 

del grande abisso ? che ridusse 
le profondità del mare 
in un cammino di fuoco 
per i dromedarii di Efa 

7680 c P er * camme l n eli Seba 
J carichi del suo incenso ? 

Quivi, nel fuoco immenso, 

non era alcun che gridasse 

per la giustizia né alcuno 

768*; c ^ e P er * a ver ^ ta facesse 
lite e contesa e digiuno. 

Fin Tossa dei dromedarii 
su la sabbia eran più monde 
di tal giustizia e più pure 

7600 ^ ta ^ ve "^ sotto il Sole. 
E non v'eran parole 
se non quelle del vento 

incorruttibile, che è il Messo \\ Messo della 

della Libertà per i prodi Libertà 

7695 c P er * solitari!, quivi. 

E il vento dicea: "Tu che vivi f 
guarda il mio palpito incessante 
dimore su i corpi che foggio ! 
Il Mar glauco, il Deserto roggio 

* 290 - 



77°° io li travaglio d'amore Laus Vitae 

indefesso e li trasfiguro 

in bellezza infinita 

che una pare e sempre disvaria. 

O Vita! Non odi nell'aria 
77°5 clangor delle mie mille trombe? 

Or ora laggiù seppellita 

ho la Sfinge presso le tombe. „ 

Seppellita ho anch'io la mia Sfinge 

co suoi enigmi nodosi, 
77to e seppelliti anco gli avelli 

con la lor putredine inclusa. 

Risa di fanciulli, effusa 

gioia puerile, croscianti 

risa d'innocenza selvaggia 
77 l 5 furono l'inno funerale 

alla covatrice di tombe, 

risa volubili come 

avvolgimenti d'aura, roche 

di troppa allegrezza, talora 
7720 come i canti delle colombe, 

come i murmuri dei ruscelli. 

Volontà, Vittoria senz'ale 

in me ferma sempre! Nudrita 

di rai, Voluttà, calda e ascosa 
77 2 5 come sotto il pampino l'uva! 

Orgoglio, uccisor dispietato! 

Istinto, fratello del Fato, 

dio certo nel tempio carnale ! 

* 291 ' 



Laus Vitae Volontà, Voluttà, 

7730 Orgoglio, Istinto, quadriga La quadriga 
imperiale mi foste, imperiale 

quattro falerati corsieri, 
prima di trasfigurarvi 
in deità operose 

7735 come k Stagioni, che fanno 
le danze lor circolari 
e compagne son delle Grazie 
e delle Parche in ricondurre 
Prosèrpina ai giorni sereni: 

7740 quadriga che con freni 
difficili resse l'auriga, 
con redini tese nei pugni 
ove serpeggiava la fiamma 
del sangue sagliente pei fermi 

7745 cu btà ai bicìpiti duri : 

quadriga negli Atti più puri 
coniata come l'antica 
nel rovescio del tetradramma, 
segno di potenza ai futuri. 

7750 Con quanto ardimento 

trapassammo i termini d'ogni 
saggezza e corremmo su l'orlo 
dei precipizi, lungh'essi 
gli alti argini delle fiumane 

7755 vorticose, in vista 
del duplice abisso 
pel crinale aguzzo dei monti 

* 292 " 



ove la vertigine afferra Laus Vitae 

subitamente colui 
7760 che crede al pericolo, e senza 

scampo lo sbatte sul sasso, 

gli spezza la nuca e la schiena! 

O ebrietà d'ogni vena, 

occhio gelido e chiaro 
7765 nella faccia ardente! 

A levante, a ponente, 

per ovunque guardai 

dall'adamantina cima 

del rischio, e sempre mi chiesi: 
7770 M Ove debbo ancóra salire ? „ 

Ma il meridiano delirio 
nel Deserto l'oblio 
d'ogni cima più perigliosa 
mi diede e d'ogni demenza 

7775 P* u ^ UCIC ^ a e d'ogni divieto 

abbattuto. E l'alta quadriga 

e lo sforzo dei freni 

e la chiara audacia e la lunga 

esperienza dei mali 
7780 eia gioia immite del rischio, 

tutta l'opra d'odio e d'amore 

dietro di me sparve, fu come 

sabbia ventosa, fu nulla. 

E l'anima mia dalla culla 
7785 dell'eternità parve alzata 

in quell'ora, con l'innocenza 

.293- 



,aus Vftse dell'elemento, nova 

v e pur compiuta da un'arte 

più fiera che qualsìa nostr'arte. 
7790 E corsero a lei d'ogni parte 
moltitudini di bellezze. 

Ed ella taceva, profonda 
del suo più profondo silenzio. 
Ma parole erano dette 

7795 m k*> a ^ a £ ran ^ uce 

del mezzodì, chiare parole 

che non pur nel già. fatto 

vespero furon mormorate 

mai dal timor delle labbra 
7800 né mai nel mistero notturno. 

E il suo coraggio taciturno 

le suggeva cupidamente 

come il fanciullo vorace 

che sugge gli acini gonfii 
7805 ài miei solare e inghiotte 

la pelle che il sol fece d'oro 

e trita i fiòcini e il raspo, 

che tutto gli piace. 

E quel ch'è angoscia spavento 
78to miseria tra gli uomini, quello 

le si trasmutò pel Deserto 

in felicità senza nome. 

Felicità, non ti cercai ; Felicità 

che soltanto cercai me stesso, 

" 2 94 " 



7815 me stesso e ^ a terra lontana. Laus Vitac 

Ma nell'ora meridiana 

tu venisti a me d'improvviso, 

coi piedi scalzi e col viso 

velato d'un velo tessuto 
7820 di ^uei fili che talora 

brillano impalpabili all'aere 

opere d'aeree fusa. 

Ed ecco tu tomi! E la Musa 

t'ode mentre tu t'avvicini, 
7825 se bene i tuoi piedi 

sien più delicati 

del guaime che nasce 

nei prati dopo la falce, 

più tenui delle prime 
7830 foglie che spuntan nel salce, 

e più lievi sieno i tuoi passi 

che scorrer di talpa sotterra 

o di lucertola in sassi. 

Tu torni e tu tornerai, 
7835 come l'aura intermessa 

che manca perché va più lungi, 
forse sopra un letto di musco, 
forse in una tremula stanza 
di capelvenere, forse 
dietro una cortina rosata 
di madreselva, a vestirsi 
di freschezza novella 
da recare a colui che l'ama. 



7840 



Laus Vitae II mio cor non ti chiama 

7845 né ti attende. Tu repentina 
entri e mi guardi con occhi 
negri d'un negrore velluto 
come quel degli occhi onde occhiuto 
è il fior della fava nel mese 
7850 di marzo tra pioggia e chiaria. 
E tu m'assempri l'iddia 
parrasia, Carmenta dai lunghi 
riccioli, che portava 
ghirlanda di foglie di fava. 

7855 Tu sei visibile, tu hai 

la specie divina e selvaggia, 
il primo odore del campo 
di marzo, i denti di brina. 
Ti guardo; e la prima peluria 

7860 della mandorla nova 

è men dolce della tua guancia. 
Ti guardo ; e le tue dita chiuse 
son come lo spicanardo 
che chiuso è in mazzi pei forzieri 

7865 colmi di nivei lenzuoli; 
e i petali dei giaggiuoli 
nel piegarsi non han la grazia 
de 1 tuoi capelli che piega 
su le tue tempie il favonio ; 

7870 e come il nido alcionio, 

che palpita a fiore del sale 
col palpito lento e infinito 

-296 - 



di tutto il mare placato, Laus Vitae 

è il tuo scn verginale 
7875 mosso dal profondo tuo fiato. 

Di cose fugaci e segrete 

sei fatta, di silenzii 

e di murmuri t lieve 

come i frutti piumosi 
7880 della viorna, come 

le lane del cardo argentino, 

o Felicità del cor prode. 

Ed ecco tu torni a me! T'ode 

la Musa; e il suo volto divino 
7885 nel volgersi ti rassomiglia, 

se non che tra le ciglia 

sembra ell'abbia il fiore del lino 

ma in vero è il colore marino 

che rimasto é per sempre 
7890 nel suo sguardo amico dei flutti. 

Che ci porti? Quali bei frutti 

di paradiso insulare 

per invogliarci a largare 

novamente le vele 
7895 umide ancor di tempesta ? 

Che ascondi nella tua vesta? 

Noi abbiamo un canto novello Encomio del- 

perché tu l'oda, questo grande f opera 
Inno che edificar ci piacque 
7900 a somiglianzà d'un tempio 

"297^ 38 



Laus Vitae quadrato cui demmo per ogni 

lato cento argute colonne 
tutto aperto ai vènti salmastri. 
Ai raggi del sole e degli astri 

7905 notturni l'artefice insonne 
operò con puro fervore, 
quasi fosse questa l'estrema 
opera di sé morituro, 
il monumento al suo spirto 

7910 liberato e liberatore. 
Ei le materie sonore 
con ìmpari numero, oscuro 
e inimitabile, vinse. 
Le sette Pleiadi ardenti 

7915 e le tre Cariti leni, 

le stelle dell'Orsa e le Parche, 
in rapido giro costrinse. 

Tre volte sette: la strofe 
qual triplicata sampogna 

7920 di canne ineguali risuona 

con l'arte di Pan meriggiante* 
Io tagliai le canne lungh'essi 
i fiumi, sovr'esse le fonti 
frigide, nel loto febbroso 

79^5 delle paludi, sul ciglio 
dei botri, nelle ruine 
delle città venerande. 
Per giugnerle insieme, la cera 
separai dal nettare flavo 

^298^ 



793° con la mia bocca ingorda Laus Vite 

ma non sì che non rimanesse 

nella masticata sostanza 

l'odor del cefisio narcisso. 

Trassi il refe da una sagena 
7935 logora per lungo esplorare 

i fondi pescosi, ancor lorda 

di scaglie, pregna di salso, 

esperta del tacito abisso. 

Il Dèmone dai mille nomi, 
794° il vagabondo Orgiaste, 

il Dio circolare, il Maestro 

delle visioni, l'Amico 

dei suoni, Colui che conduce 

la melodia del Tutto, 
7945 m'insegnò quest'arte nascosta. 

Ebbi acuto l'orecchio 

al rombo del ponto remoto, 

allo sciame lene strepente, 

al vario pulsare del sangue, 
795° ai movimenti segreti 

dell'anima vigile, a ogni 

dimanda, a ogni risposta. 

Il suono si fece acque foglie 

glebe rupi nuvole marmi, 
7955 scroscio di doglienza, sorriso 

di pace, grido di brama, 

combattimento ordinato, 

danza revoluta, solenne 

^299- 



Laus Vitae coro, sicinnide incomposta. 

7960 Ah, che mai sanno gli schiavi 
faticosi intenti a mestare 
con lor mestole ed assi 
ne* vecchi truoghi di pietra 
consunta lor polte ed imbratti, 

7965 come i ciechi servi di Scizia 
posti in buon ordine ai vasi 
della mungitura, or che sanno 
eglino della potenza 
e dello splendore dei suoni ? 

7970 O parole, mitica forza 

della stirpe fertile in opre 
e acerrima in armi, per entro 
alle fortune degli evi 
fermata in sillabe eterne; 

7975 parole, corrotte da labbra 
pestilenti d'ulceri tetre, 
ammollite dalla balbuzie 
senile, o italici segni, 
rivendicarvi io seppi 

7980 nella vostra vergine gloria! 

Io vi trassi con mano 
casta e robusta dal gorgo 
della prima origine, fresche 
come le corolle del mare 
7985 contràttili che il novo lume 
indicibilmente colora. 

-300' 



Io vi disposi nei modi Laus Vftac 

delf arte cosi che la vita 

vostra rivelò le segrete 
7990 radici, le innùmere fibre 

che legano tutta la stirpe 

alla Natura sonora. 

Io feci apparire tra l'una 

e l'altra sillaba i mille 
7995 volti del Passato tremendi 

come sembianze di morti 

che un'anima sùbita inondi. 

Io dal vostro cozzo faville 

sprigionai, baleni d'amore 
8000 che illuminarono l'ombra 

del Futuro pregna di mondi. 

Splendete e sonate, o parole, 

in questo Inno che è il vasto 

preludio del mio novo canto. 
8005 Converse io v'ho novamente 

in sostanza umana, in viva 

polpa, in carne della mia carne, 

in vene di sangue e di pianto. 

Splendete come l'aurora 
8oto su l'alpe nutrice di fiumi, 

onde scese al suo messaggero 

Euretria la Decima Musa. 

Risonate come le trombe 

del vento che avea seppellito 
80x5 laggiù nelle sabbie di fuoco 




Laus Vitae l'ancìpite Sfinge camusa. 

Ma, prima che Torà sia chiusa, 
io voglio al Maestro sublime 
alzare il saluto figliale; 
8020 poi, colcato sopra la terra 
munifica, gli ultimi vóti 
volgere alla Madre immortale. 

XX. _ 

NOTRIO, in memoria dell'ora 

santa che versò d'improvviso Saluto al Mae- 

il fuoco pugnace de' tuoi 

spirti su la mia puerizia 

imbelle, alle tue prime cune 

io peregrinai santamente. 

E purificai le mie mani 
8030 nelle acque alpestri che, irose 

contra macigni superbi 

più che marmi di simulacri, 

schiumeggiano presso la casa 

umile dove nascesti, 
8035 sorelle della corrente 

Strophia dinanzi la porta 

del re d'inni Pindaro in Tebe. 

Duro è il Tbumesso, e il suo sprone 

è come ginocchio proteso 
8040 d'oplite in resistere all'urto. 

Ma il tuo Monte Gàbberi è duro 

più del Teumesso, o mio padre; 

è come uno elmetto d'eroe. 

'3° 2 ' 



Ha forma d'aulòpide, cara Laus Vitae 

8045 a Pallade e a Pericle, il monte, 

con la visiera e il nasale. 

E l'aspra Virtude apuana 

sembra guatar peri fóri 

le navi sul mar di Liguria 
8050 e noverare le forze 

dell'arsenà che travaglia 

il patrio ferro dell'Elba 

dietro il promontorio lunense. 

Certo nell'infanzia selvaggia 
8055 ci t'apprese il crudo cipiglio 

onde tu guatasti i Bonturi 

e i Fucci e i ladruncoli immondi 

e l'altra genìa per le terre 

che il vicin tuo grande esulato 
8060 stampò di suoi flammei vestigi. 

Ma l'alpe di Mommio ha una vesta 

di glauco pallore, e la Culla 

sta con Montéggioli bianca 

sopra un dolce golfo d'ulivi. 

8065 Sicché nel cor mi sovvenne 

della sacra Fòcide, e il Plisto 

nel lapidoso Motrone 

riveder mi parve; e spirare 

sentii per le alture e le valli 
8070 il soffio dell'Eliade, il nume 

di Pan nei vocali canneti 

presente, che ancóra conduce 



Laus Vitae pe' tempi il Ritorno eternale. 

Sostai nella selva palladi a 

8075 attonito, e il ciel tra le frondi 
era come il vergine sguardo 
dell'occhicèrula Atena. 
E quivi sedetti su l'erba 
a meditare, o Maestro, 

8080 il fato del tuo nascimento. 
E tu eri meco placato 
nella tua divina vecchiezza ; 
e la santità degli ulivi 
ti coronava d'immensa 

8085 corona la fronte sublime. 

E io dissi: u Padre, il tuo grande 
aspetto è come la terra 
natale, tra l'Alpe di Luni 
ove il Buonarroto ancor rugge 

8090 e il Tirreno Mar navigato 

dalle prue dei Mille injeterno. 
Prometèa materia è quest'alpe, 
insonne altitudine alata, 
carne delle statue chiare, 

8095 forza delle colonne, gloria 

dei templi, inno senza favella, 
sculta rupe che s'infutura. 
L'aquila batte le penne 
sul vertice aguzzo, il torrente 

8100 precipita al pie con fragore. 
Da tutte le vene profonde 



una volontà di bellezza, Laus Vitae 

eroica s'agita e soffre 
per sorgere in luce di forme. 
8105 O padre, qui son le tue cune 
che Michelangelo seppe. 

Degna è quest'alpe che gli occhi 

tuoi di fanciul torvo guardata 

l'abbiano quando la dolce 
8110 tua madre era ignara del tanto 

peso ch'ella avea sostenuto 

e non ascoltava il torrente 

sonoro annunciar le tue sorti, 

onde l'umil casa ancor trema. 
8115 Degna è che tu la contempli 

nella tua sera solenne, 

o eroe che tanto pugnasti 

e tanta sementa spargesti 

nei campi di guerra fenduti 
8120 dall'unco tuo vomere fatto 

con l'acciaio delle tue scuri. 

Se un luogo v'è dove tu possa 

grandemente spandere il fiato 

del tuo coraggio ancor caldo 
8125 dalla titanica impresa, 

ben questo è, che un dio formò quando 

tutti gli iddìi erano ellèni. 

Qui forse tagliasti la prima 
canna pel sufolo vano 

" 305 * 39 



Laus Vitae e v'apristi i sette suoi fóri, 

tu che sai perché Pan facesse 
obliqui i calami eterni 
e diritti Pallade Atena. 
Or, se tu spiri il tuo vasto 

8135 soffio nella bùccina forte 
che tra l'ignavia dei servi 
chiamò i guerrieri festanti 
alla suprema tua giostra, 
da tutti gli echi dei monti 

8140 che il castigatore grifagno 
vide fiammeggiare nel cielo 
dell'ire sue conflagrato 
vermigli come se di foco 
usciti fossero e fece 

8145 d'essi le meschite infernali, 
da tutti gli echi dei monti 
sola ti sarà ripercossa 
voce di vittoria e di gloria. „ 

Questo dal cor m'ebbi fervore 
8150 nel puro silenzio dell'alpe. 

E dal ferreo Gàbberi al Ronco 
roseo di grecchia, dai boschi 
di Mommio argentei di pace 
ai rugginosi gironi 
8*55 della Ceràgiola ardente, 

il tuo spirto ovunque diffuso 
era nell'etnisca Versilia; 
e conveniva con Dante 



306 



in Val di Magra, con Guido Laus Vite 

8160 a Sarzana, con l'Ariosto 

di là dalla Pania su l'aspra 

Turrite, più lungi. E per tua 

virtude risorsero quivi 

gli antichi iddii della patria, 
8165 risorsero su le ruine 

delle città disparite 

i popoli spenti a cantare 

le divine origini e i culti 

degli avi e la forza dell'armi. 

8170 E come Erme, come Vergilio, 

come il vicino tuo grande, 

eri mediator fra due mondi. 

Enotrio, ora e sempre laudato 

sii tu fra gli uomini in terra, 
8175 perché veruna dell'alte 

opere che tu operasti 

eguaglia in altezza il tuo spirto, 

presente ovunque un servaggio 

si scuota, un'augusta memoria 
8180 risorga, una giusta potenza 

si vendicai, un sogno lampeggi, 

un desìo s'armi e combatta. 

Enotrio, ora e sempre laudato 

sii tu fra la gente latina, 
8185 perché tu superstite regio 

del gentil sangue, tu vate 

solare contra il nubiloso 



Laus Vitae barbarico ingombro esaltasti 

le marmoree fronti degli Archi 
8190 di Trionfo sacre all'Azzurro, 

Enotrio t ora e sempre laudato 
sii tu fra l'italica gente, 
e col lauro gianicolense 
col cipresso del Palatino 

8.195 c °l gattice d'Arno col salce 
lombardo con le viole 
liguri con le pestane 
rose con le sicule palme, 
con tutte le nobili frondi 

8200 e con tutti i fiori soavi 

dei campi esperii ghirlande 
di gloria ti sieno tessute 
dalla giovinezza robusta, 
perché tu solo, mentre in ogni 

8205 capo di strada era alzato 

letto fornicano o pur banco 
di baratto o pur falso altare 
ad officii di vituperio, 
tu sol ci serbasti nell'ampio 

8210 tuo petto il fuoco di Roma 
per la terza vita d'Italia. 

O padre, verrà quel gran giorno 
che ci promise il tuo canto! 
Ad ogni alba gli Archi dell'Urbe 
8215 sembrano vomire la notte 

* 308 " 



accidiosa che rcmpic Laus Vitae 

i lor vani come le bocche 

delle cave maschere inerti 

cui sospese il vecchio tragedo 
8220 per voto a Dioniso muto. 

Subitamente per entro 

i lor vani sembra che parli 

la magnificenza del giorno 

geniale, con la concisa 
8225 forza delle inscritte parole 

più fiera su i cuori virili 

che getto di bronzo, più acre 

che punta di stilo rovente. 

E gli Archi, ecco, aspettano i nuovi 
8230 trionfi, perché tu cantasti: 

" O Italia, o Roma ! quel giorno 

tonerà il cielo sul Fòro. „ 

Tonerà il cielo sul Fòro 

liberato d'ogni congerie 
8235 vile, d'ogni cenere e polve, 

restituito per sempre 

nella maestà de'suoi segni; 

e dal fonte pio di Giuturna 

scoppieranno le acque lustrali, 
8240 e da ogni luogo arido vene 

di acque, e torrenti di vita 

nelle solitudini prone 

dell'Agro, nell'imperiale 

deserto, da tutte le tombe; 

'3°9' 



Laus Vitae e tutte le vertebre fosche 

degli acquedotti saranno 
Archi di Trionfo per mille 
Volontà erette su carri; 
e la croce del Galileo 
8250 di rosse chiome gittata 
sarà nelle oscure favisse 
del Campidoglio, e finito 
nel mondo il suo regno per sempre. 

E quella sua vergine madre, 

8255 vestita di cupa doglianza, 
solcata di lacrime il volto, 
trafitta il cuore da spade 
immote con l'else deserte, 
si dissolverà come nube 

8260 innanzi alla Dea ritornante 
dal florido mare onde nacque 
pura come il fiore salino 
portata dai zefiri carchi 
di pòlline e di melodia 

8265 là dove l'antico suo figlio * 
approdò coi fati di Roma 
e disse : " Qui è la patria. „ 
Tonerà il cielo sul Fòro. 
I grandi Pensieri e le grandi 

8270 Opere saran coronati, 

deità novelle, nell'Urbe. 
Ed anche tu, vate solare, 
assunto sarai nel concilio 




dei numi indìgeti, o Enotrie Laus Vitae 

XXL 

ìCCO, il mio carme si chiude. 
Si placa l'ebrezza dei suoni, 
come la sonora dei flutti 

danza innumerabile quando 

è senza bava di vento 
8280 il mare che lento s'imbianca 

e per tutto è placida albàsia. 

Ecco, venir veggo pel prato 

dell'erba il selvaggio silenzio, 

a me venire qual cauto 
8285 satiro su piede caprino 

con occhi sì chiari che sembra 

lucergli tra i cigli tremore 

qual di linfe tra colocasia. 

Ei fece pur ieri il suo flauto 
8290 secondo la norma del dio 

tegèo, ma del pollice soffre 

per una scheggetta di canna 

che vi s'infisse... Ah, mi manda 

Teocrito questo silenzio ! 
8295 O forse la ninfa parrà sia ? 

E il solstizio d'oro su i campi 
esperii, è il solstizio d'estate. 
Si castrino i bianchi vitelli. 
Si tèndano i greggi lanuti. 
8300 Si mietano gli orzi e i legumi. 

-311- 



Laus Vitae S'apparecchi l'aia e, conciata 

con pula e con morchia, si rasi. 

Non più pe' forami de' fiari 

s'ode rimbombevole coro 
8305 ma a pena sottil mormorio, 

segno che l'arnie son piene, 

colme son di nettare biondo. 

Noi le voteremo domani 

all'alba, in mondissimi vasi. 
8310 Piedi due fa l'ombra dell'uomo 

nell'ora sesta. Oh lunghezza 

del dì per oprare e oziare! 

Fa ventidue nella prima 

ora e nell'undecima. Oh grandi 
8315 opere tra l'albe e i meriggi, 

ozii tra i meriggi e gli occasi ! 

Natura, mia Madre immortale Preghiera al- 
che anche tu mi dai vita breve ** Madreim- 

e immensi disegni mi poni 
8320 nel cuore, tu nata la prima, 

di te medesima nata, 

a tutti comune ma sola 

incomunicabile, m'odi. 

Io sì grave di sapienza 
8325 e di esperienza, di gioia, 

e di dolore, di amore 

e di odio, se in te mi distendo, 

ritorno leggero ed ignaro, 

mi sento pieghevole e verde 

'312' 



8 3 3° quasi arbusto privo di nodi. Laus Vitae 

Eccomi su l'erba supino, 

col braccio sotto la testa, 

col volto nell'ombra, coi piedi 

nel sole. Cosi mi riposo. 
8335 Un sangue infantile m'inonda. 

Sento un fresco sonno venire. 

Tu proteggi il sonno dei prodi. 

Io vidi Zagtio, che i Titani 

co' volti coperti d'argilla 
8340 entrati nell'antro segreto 

sgozzarono e poi crudelmente 

dilacerarono, io vidi 

su l'erba il rinato Zagréo 

al soglio del bosco dormire. 
8345 Non vidi mai sonno più dolce 

né più profondo, o Nutrice. 

La sua barba d'oro era fatta 

d'ali d'uno sciame splendente 

che gli pendea dalla bocca 
8350 aperta qual d'amie forame. 

In miei converso era il patire! 

Così, così dormir voglio 

in te che mi dai signoria 

a pacificar mia discordia, 
8355 o Persuasiva. Ancor novo 

eccomi, ancóra immaturo 

e pieno d'occulte potenze, 

ancóra nel mio divenire. 

" 313 " 40 



Laus Vit* Ciò che per me fu compiuto, 

8360 in verità, lieve cosa 

parmi al paragone dell'opra 
che dentro mi nasce e si nutre 
del misterioso licore» 
O mia Madre, in tutte le vene 

8365 accresci il mio sangue e raffina! 
E, s'io fossi in crudo supplizio 
ed ogni aumento di sangue 
mi fosse aumento di pena, 
io ti griderei: u Madre, Madre, 

8370 moltiplica questo mio sangue 
doglioso, perchè più mi ferva 
l'anima e mi sia'più divina!,, 
Sano mi facesti nel ventre 
della incorruttibile donna 

8375 che mi portò. Eccomi sano 
su l'erba, con muscoli snelli 
cuore saldo e fronte capace. 
Più ragione v'è nel mio corpo 
valido che in ogni dottrina, 

8380 Tu proteggi il sonno dei prodi. 
Ecco, al favor tuo m'abbandono. 
Odo il brulichio del tuo lento 
guaime, il tuo fulvo pineto 
con gli aghi e le pine far vaghi 

8385 accordi, e sonar come sistri 

il grande onftuo frumentario. 
Ma odo anche un rombo lontano 



3*4 



che dice? " Son qua, Ulisside, „ 
Madre, Madre, fa che più forte 

8390 e lieto io sia, quando la voce 
del dèspota ch'io ben conosco, 
che udii tante volte, la maschia 
voce nel mio cor solitario 
griderà : " Su, svegliati ! E Torà. 

8395 Sorgi. Assai dormisti. L'amico 
divenuto sei della terra ? 
Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga ! 
Riprendi il timone e la scotta; 
che necessario è navigare, 

8400 vivere non è necessario. „ 



Laus Vitae 




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